L’enigma della statuina di Faience

I
Lord Pynkerton

Ancora pochi minuti di vita per il 1899, poi il nuovo anno avrebbe fatto il suo ingresso tra il fragore dei festeggiamenti. Jonathan Newberry era lì seduto sulla poltrona del suo vecchio studio, con lo sguardo fisso sulla fiamma del lume e la mente che ripercorreva i drammatici avvenimenti di quel maledetto 1899. Per lui era solo un anno da dimenticare ma sapeva bene che non sarebbe stato facile. Aveva solo pochi giorni di tempo per organizzare il suo trasferimento dalla grande, vecchia casa di Londra all’appartamento al primo piano di una villa disabitata nella contea di Berkshire . Ma come poteva un uomo di quarant’anni lasciare il luogo in cui era vissuto per tutta la vita e cambiare da un giorno all’altro ogni sua abitudine?
Tutto cominciò cinque mesi prima. Jonathan, quel giorno era immerso nella stesura del suo ultimo romanzo. La sua penna scivolava veloce e sicura sulla carta immacolata. Era quasi arrivato alla conclusione del suo dodicesimo libro: “L’ennesimo successo” – pensava.
I cinque rintocchi del grande pendolo lo riportarono alla realtà, di lì a poco sua moglie Elisabeth lo avrebbe raggiunto nel suo studio per il consueto tea delle cinque, in quello stesso istante il campanello dell’uscio trillò.
“Strano, -pensò Jonathan- quest’oggi non aspettavamo nessuno.” La curiosità lo spinse fuori dello studio. Dal ballatoio del primo piano si poteva vedere la sala d’ingresso del piano inferiore. Vide, infatti, la domestica correre verso l’uscio ed aprirlo. Un’alta figura d’uomo apparse quasi come uscita dalla fioca luce del crepuscolo, resa ancora più impenetrabile da una nebbia cosi fitta, da insinuarsi in casa attraverso l’uscio appena aperto. L’uomo avanzò di qualche passo poi alzò lo sguardo verso l’alto mentre con la mano sinistra si toglieva il cappello. Jonathan lo guardò ed in un primo momento non lo riconobbe, ma fu solo per un attimo, pian piano il viso dello sconosciuto lo riportò ai tempi dell’Università:
“George, -gridò Jonathan- George Pynkerton, amico mio, quanti anni sono passati dall’ultima volta?”
I due si abbracciarono commossi, poi una volta rotto il ghiaccio si diressero verso lo studio di Jonathan.
George Conte di Pynkerton era un ricco possidente dello Yorkshire trapiantato a Londra, si era laureato in lettere e filosofia e poi si era dedicato unicamente ai viaggi avventurosi nelle terre orientali, sempre a caccia d’oggetti da collezionare o di tesori leggendari. Non si era ancora ammogliato e nonostante i suoi quarantadue anni aveva ancora fama di grande e pericoloso seduttore. Amante del bel mondo e delle feste mondane, era molto ricercato negli ambienti aristocratici, dove le giovani debuttanti lo corteggiavano per la sua avvenenza e le loro madri per la sua ricchezza. George tornava, infatti, dal suo ultimo viaggio nella terra d’Egitto dove era rimasto per quasi un anno, vagando tra tombe e templi sepolti alla ricerca di fama, gloria e oggetti antichi per arricchire le sue collezioni. Quando non era in viaggio, Pynkerton, oltre alle donne ed alla bella vita era anche un accanito giocatore, anche qui molto temuto poiché pare che una volta seduto al tavolo da gioco, difficilmente ne uscisse sconfitto.
Jonathan, sebbene economicamente agiato, non possedeva le enormi ricchezze del suo compagno di scuola. Anch’egli si era laureato in lettere ed aveva ereditato da suo padre la grande casa nella quale abitava. Suo padre Henry, militare di carriera era rimasto vedovo a 67 anni lo stesso giorno in cui fu nominato generale d’armata e da allora alla sua morte trascorsero solo tre anni durante i quali la sua mente vacillò progressivamente fino ad annullarlo. Jonathan, però, era uno scrittore brillante ed aveva riscosso un notevole successo, dopo ben undici romanzi che gli avevano procurato fama e denaro, la sua posizione economica sembrava aver raggiunto una condizione di inattaccabile solidità. La sua vita non era certo proiettata alla mondanità né al libertinaggio, il carattere mite e solitario di Jonathan lo rendevano appagato della sua vita tranquilla, di una moglie amorevole e riservata come Elisabeth e della piccola Rosemary, una bimba di cinque anni, dagli occhi azzurri e dalle guance rosa. Cosa mai avrebbe potuto turbare l’armonia della sua esistenza?
Jonathan e George ricordarono i vecchi tempi del liceo commentando ironicamente e forse anche un pò malinconicamente i bei tempi andati, “quelli che ormai non tornano più.” –dicevano-
Sorseggiarono insieme una tazza di tea e continuarono a discorrere piacevolmente.
Fuori il temporale imperversava, a ritmo crescente il chiarore del fulmine illuminava sinistramente le finestre dello studio. Jonathan si alzò dal divano per chiudere le persiane. Il camino acceso, all’interno della camera, creava un gradevole tepore ed i ceppi incandescenti crepitavano di tanto in tanto emanando il loro profumo di resina. Erano talmente immersi nei loro discorsi da non avvedersi del tempo che volava via. Fuori era buio ed il temporale non accennava a diminuire.
Fu Jonathan a rendersi conto che ormai era ora di cena e, con entusiasmo, disse a George:
“Perché non resti a cena da noi?, ti farò preparare la camera degli ospiti, il tempo è inclemente e mi sentirei molto più tranquillo se restassi qui. Inoltre avresti modo di conoscere meglio la mia famiglia, non credi?”
“E sia! –rispose- accetto con vero piacere, vecchio mio, dopo sei anni di cibo egiziano ho una grande nostalgia della nostra buona cucina e mi sembra di ricordare che la tua Elisabeth sia sempre stata una ottima cuoca, se la memoria non mi tradisce.”
La serata proseguì fino a tarda ora tra i discorsi dei due amici e gli interventi della bella moglie di Jonathan a cui non era certo né la cultura né la favella a mancare. Quest’ultima era l’unica figlia di Herbert Hatton, uno dei più eminenti medici di Londra. Ella aveva seguito le orme del padre completando gli studi di farmacologia senza però aver mai esercitato la professione. Si interessava, per passione allo studio delle antiche religioni ma più che un passatempo era divenuta l’attività che le assorbiva ogni suo attimo libero, dopo i doveri familiari.
Il giorno dopo sembrava che il temporale avesse esaurito la sua furia, pioggia e grandine avevano smesso di cadere copiose, in compenso la temperatura era calata vertiginosamente, il termometro segnava dieci gradi sotto zero.
Erano le otto del mattino e la signora Morris era già sveglia da più di un’ora. Era lei che si occupava da oltre trent’anni della casa dei Newberry, ormai conosceva ogni loro abitudine e sapeva che alle otto e mezza in punto il dottor Jonathan sarebbe sceso in camera da pranzo per la colazione. Fu così, infatti, ma l’eccentrico ospite, evidentemente, aveva abitudini diverse.
Il grande tavolo era già elegantemente imbandito e l’odore del caffè si mescolava a quello del legno dei camini appena accesi. Elisabeth spazzolava i lunghi capelli della piccola Rosemary, come tutte le mattine. Tutto in quella casa avveniva metodicamente alla stessa ora così com’era avvenuto nelle case dei loro padri, dei loro nonni, così come tramandato di generazione in generazione, una tradizione forse un po’ troppo monotona per il trasgressivo Lord Pynkerton che alle nove e venti del mattino dormiva ancora.
“Salgo su in camera di George per vedere se ha bisogno di qualcosa –disse Jonathan a Elisabeth- è sempre stato un po’ pigro –proseguì – ma mi sembra strano che a quest’ora dorma ancora”.
“Non ti pare di essere troppo premuroso con questo tuo amico – rispose Elisabeth-.
Jonathan non raccolse la provocazione e si avviò a passo spedito verso il piano superiore. Picchiò più volte alla porta della camera degli ospiti ma non ottenne alcuna risposta, preoccupato si decise ad aprire. La camera era completamente al buio ed invasa dal gelo. Jonathan si accorse che la finestra era leggermente aperta. “Dio mio, –pensò- quest’uomo ha dormito con la finestra aperta. Nella migliore delle ipotesi si beccherà una polmonite.”
“Non preoccuparti, –disse George come se gli avesse letto nel pensiero – l’ho aperta solo da pochi minuti. Mi sono alzato poco fa per rendermi conto di che tempo facesse ma, probabilmente, non ero desto del tutto ed avrò dimenticato di richiuderla. Fa veramente un freddo micidiale –soggiunse- non mi meraviglierei se da qui a poco nevicasse.” –concluse-
“La tua previsione è esatta –rispose Jonathan- ma la nevicata di cui parlavi è già arrivata e non sarà certo l’ultima.”
“Scusami se ho approfittato della tua ospitalità –riprese George- a quest’ora sarete tutti quanti pronti per la colazione. Dammi solo cinque minuti e vi raggiungerò.”
Jonathan richiuse la porta e si diresse verso lo scalone che portava al piano inferiore.
Pochi minuti dopo George apparì nella grande sala da pranzo dove i suoi ospiti lo attendevano per la colazione.
“Perdonatemi signori miei –disse- anche mia madre, da ragazzino, mi ha sempre rimproverato questa mia pigrizia mattutina che, purtroppo, non sono mai riuscito a correggere.”
“Non c’è nulla di male, –disse Elisabeth- forse siamo noi ad essere un po’ troppo mattinieri, la verità è che ogni essere umano è schiavo delle proprie abitudini.”
Dopo aver consumato una lauta colazione, per George arrivò il momento del commiato.
La neve continuava a cadere abbondantemente coprendo le strade con una coltre di oltre venti centimetri.
“Ti accompagno con la mia carrozza, –disse Jonathan- in un quarto d’ora sarai a casa.”
I due salirono sulla vettura e i cavalli partirono al passo emettendo sbuffi di fumo dalle larghe narici.
“Ora che ti ho ritrovato non ti libererai di me tanto facilmente, amico mio -disse George- ci divertiremo insieme, vedrai.”
Jonathan cercò di deviare il discorso verso altri argomenti ma George, imperterrito, continuava ad insistere:
“Voglio farti conoscere la mia cerchia di amicizie, ti presenterò delle persone molto interessanti, sono certo che ti piaceranno.”
Jonathan conosceva bene quel tipo di amicizie, per la maggior parte ricchi signorotti sempre a caccia di nuove emozioni e quel che era peggio tutti assidui giocatori di poker, un vizio che egli aveva sempre detestato. Finalmente la villa dei Pynkerton apparve all’orizzonte in tutta la sua maestosità. George scese dalla carrozza e salutò l’amico con l’ennesimo invito.
“Non dimenticare, ti aspetto sabato prossimo alle diciassette quì nella mia villa.”
L’altro non riuscì a rifiutare e suo malgrado accettò.

II
Il collezionista

Puntuale come sempre Jonathan fu il primo ad arrivare alla villa dei Pynkerton, sua moglie Elisabeth era rimasta a casa insieme alla piccola Rosemary costretta a letto con un forte raffred-dore. Gli ospiti di George cominciarono ad arrivare uno dopo l’altro, un sontuoso buffet troneggiava su di un’enorme tavola addossata ad una parete del grande salone delle feste. I camerieri iniziarono a distribuire i primi drink mentre Lord Pynkerton si occupava delle presentazioni. Il nome di Jonathan Newberry era noto a tutti grazie al successo ottenuto dai suoi romanzi ma gli altri ospiti di Pynkerton non erano certo meno noti, non per particolari doti o talento ma certamente per la loro posizione sociale ed economica, tra i più noti: Un uomo di cui si sapeva ben poco ma che in breve tempo era riuscito a diventare famoso grazie alle sue molteplici attività. Egli, infatti, aveva rilevato una banca ed una catena di ristoranti, entrambe sull’orlo del fallimento, riuscendo a rimetterle in sesto quasi come per magia e divenendo così il popolare Jeremy Low, banchiere e proprietario di una delle più fiorenti catene di ristoranti londinesi; Christian T. James Jr. giovane ereditiero e armatore; Ferdinand De Lyssac, ambasciatore di Francia; Robert Smith, miliardario americano con l’hobby dell’archeologia e possessore di una delle più invidiate collezione di reperti antichi di tutta Londra. Per quanto riguarda gli altri ospiti, si potevano contare una dozzina di altri personaggi di spicco del mondo dell’imprenditoria e della finanza.
L’atmosfera stava gradualmente riscaldandosi divenendo sempre più cordiale. Piccoli gruppi di ospiti si appartavano in un angolo o nell’altro della sala discorrendo dei loro argomenti preferiti.
Jonathan fu catturato dai discorsi del Signor Smith, quell’uomo, sebbene non avesse un’elevata cultura, aveva senz’altro un’enorme esperienza in fatto di archeologia. Raccontava dei suoi viaggi e delle sue avventure tra le sabbie dei deserti egiziani, delle tombe dei faraoni, dei loro splendidi templi e di tutti gli oggetti che aveva collezionato nel corso di oltre vent’anni. Dal taschino della giacca estrasse una piccola agenda, rilegata in pelle di coccodrillo, la aprì a caso e la mostrò.
C’era riportato in bella grafia l’elenco completo di ogni oggetto della sua collezione, tutti catalogati cronologicamente e numerati. L’ultimo pezzo portava il numero 647.
“Vede, dottor Newberry, -disse il Signor Smith- non mi separo mai da questa agenda, quando la tocco ho l’impressione di toccare ogni oggetto elencato al suo interno, è un contatto fisico del quale non riesco più a fare a meno. Lei forse non mi crederà ma quando la mente di un uomo entra in sintonia con quel mondo straordinario che è l’egittologia, difficilmente riesce a sottrarsi al suo fascino misterioso.”
Jonathan continuò ad ascoltare con interesse i racconti dell’eccentrico americano finché non si accorse dell’ora ormai tarda.
“Per me si è fatto tardi, –disse- è già passata la mezzanotte è ora di rincasare. Mia figlia Rosemary ha la febbre e mia moglie Elisabeth sarà rimasta sveglia ad aspettarmi, non vorrei che si preoccupasse per me.”
“Credevo che rimanessi per una mano di poker.” –rispose Lord Pynkerton-
“Ti ringrazio, amico mio, ma non posso, sarà per un’altra volta.”
“Un attimo dottor Newberry, -intervenne Smith- non vorrete negarmi la soddisfazione di mostrarvi la mia collezione spero!”
“No di certo –rispose Jonathan- sarà un vero piacere poter vedere degli oggetti tanto interessanti.”
“Benone, -rispose Smith- vi aspetto a casa mia tra otto giorni esatti, purtroppo un affare urgente mi terrà fuori città per qualche giorno ma nel frattempo la vostra bambina si sarà rimessa e voi potrete venire da me insieme a vostra moglie Elisabeth dandomi così il piacere di conoscerla. Inutile dire che anche George è invitato, lui conosce la mia casa, sarà lui a condurvi da me.”
“Ci saremo, non dubiti –concluse Jonathan mentre si abbottonava il soprabito.”
Durante il viaggio di ritorno, Jonathan non fece altro che pensare a tutto ciò che aveva appreso dai
discorsi di Smith. Un tipo davvero straordinario, –pensò- così diverso dai soliti amici di George.
Le persone di cui Lord Pynkerton amava circondarsi, infatti, erano solitamente molto ricche ma quasi sempre piuttosto banali o, per lo meno, caratterialmente deboli. In questo modo poteva sempre sentirsi al di sopra di tutti gli altri ed appagare la sua insaziabile sete di protagonismo. Quando Jonathan arrivò a casa, come previsto, Elisabeth si era già preparata per andare a letto e, in attesa del suo ritorno, si era seduta sul divano vicino al camino.
“Come mai ti sei attardato tanto? -Chiese Elisabeth- Mi hai fatto stare in pena fino ad ora.”
“Scusami, tesoro, non mi ero neanche reso conto del tempo che passava. Sai, ho conosciuto una persona davvero particolare.”
Jonathan le raccontò del suo incontro con l’eccentrico Smith e dei suoi racconti tanto avvincenti da far perdere la cognizione del tempo poi andò in camera della piccola Rosemary, le accarezzò delicatamente le guance per non svegliarla e richiuse silenziosamente la porta.
Nei giorni che seguirono la morsa del gelo non accennò ad allentarsi. La neve continuava a scendere sospinta dal vento che creava nell’aria dei piccoli, gelidi, vortici. Le strade erano semi deserte, ogni persona di buon senso cercava di uscire di casa solo in caso di necessità. Anche i Newberry non si erano mossi di casa in quei giorni, Jonathnan lavorava al suo libro e talvolta la sua mente tornava al Signor Smith. Aspettava con ansia che arrivasse il giorno in cui avrebbe potuto incontrarlo di nuovo. Inoltre era terribilmente curioso di vedere la famosa collezione di cui quell’uomo era tanto fiero. Era talmente assorto nei suoi pensieri che quasi non si accorse che qualcuno bussava alla porta del suo studio.
“Avanti.” –disse- E quando la porta fu aperta si accorse che si trattava del suo amico Pynkerton.
“Qual buon vento ti conduce qui mio buon amico?” –domandò Jonathan-
“Presto detto. –rispose George- Ho ricevuto un telegramma di Robert Smith, che, come tu saprai, si trova da qualche giorno in viaggio di affari. Ebbene, egli mi comunica che sarà di ritorno per domani sera, dopodomani mattina al più tardi. Mi ha raccomandato di ricordarti del suo invito per sabato, anzi avrebbe piacere se restassimo da lui a cena.”
Jonathan si alzò dalla sua poltrona da lavoro e raggiunse il suo amico che nel frattempo si era seduto accanto al fuoco.
“Sono letteralmente intirizzito. -Disse George avvicinando prudentemente le mani alla fiamma del camino e passandosi il calore da una mano all’altra sfregandole insieme- Mi tratterrò solo pochi minuti, sono venuto qui espressamente per darti comunicazione del telegramma di Robert. Tra poco farà buio fuori c’è una nebbia fittissima e fa così freddo che in giro non si vede anima viva. Tornerò subito a casa, non vorrei fare brutti incontri durante il tragitto.”
“Che ne dici di un buon whisky?” -chiese Jonathan-
“Meglio doppio.” –rispose-
Jonathan riempì due bicchieri ed uno lo porse all’amico che lo bevve quasi in un solo sorso.
“Bene –disse George- ci voleva proprio. Ora, però, devo salutarti. Passerò a prendervi sabato pomeriggio alle sei con la mia carrozza e da qui proseguiremo per la villa di Robert.”
“D’accordo, ti accompagno alla porta.” –rispose-
La villa del Sig. Smith non era molto distante dalla casa dei Newberry ma si trovava nella zona periferica della città, in un luogo isolato e circondato dalla campagna. Quando Jonathan e sua moglie, arrivarono accompagnati da George, era già buio. I tre scesero dalla vettura e Jonathan alzò lo sguardo per ammirare la casa dal centro del viale che conduceva all’ingresso.
Davvero impressionante –pensò- dovevano esserci almeno otto camere per ogni piano, ed oltre al pian terreno, si vedevano altri due piani grazie alle finestre illuminate. L’aspetto esteriore era maestoso, forse anche un po’ tetro, sembrava quasi una piccola cattedrale, adornata da statue, archi e pinnacoli avvolta completamente da una nebbia grigiastra e surreale. Erano davanti al grande portone d’ingresso e George stava per afferrare il grosso battente per bussare ma non ne ebbe il tempo. La porta si aprì e ne uscì un uomo alto e magro dalla lussuosa livrea.
“Accomodatevi prego, –disse con perfetto accento inglese- il signor Smith vi stava aspettando.” L’interno della villa era altrettanto imponente: gli altissimi soffitti erano elegantemente decorati con stucchi dorati; le pareti abbellite da enormi dipinti magnificamente incorniciati; i mobili antichi e le suppellettili erano disposti con stile e buongusto anche se si avvertiva subito la sensazione che in quella casa mancava una presenza femminile. Finalmente il ricco americano fece la sua comparsa.

“Buona sera signori, –disse- sono davvero felice di vedervi.”
Jonathan gli strinse la mano e disse:
“Permettetemi di presentarvi mia moglie Elisabeth Hatton.”
“Fortunatissimo. –rispose Smith- Ora capisco -soggiunse rivolto a Jonathan – il perché di tanta premura da parte vostra nel voler ritornare a casa la scorsa settimana, quando ci conoscemmo alla villa di Pynkerton. Sarebbe stato un sacrilegio far attendere una donna tanto bella. Mi compiaccio con voi, siete un uomo davvero fortunato. Io sono vedovo da più di vent’anni e la mia Margareth non ebbe neanche il tempo di darmi un figlio. Ci sposammo in America e subito dopo il matrimonio decidemmo di venire qui a Londra. Questa decisione, purtroppo, fu una condanna a morte per lei. Non appena arrivati qui si ammalò, la sua gravidanza era già al settimo mese quando mi lasciò insieme al mio bambino. Una grave forma di bronchite le stroncò la vita dopo solo un anno di matrimonio. Il suo gracile fisico non riuscì ad abituarsi al clima di questa terra. Così dissero i medici ed io, da allora, sono rimasto qui dove lei è sepolta e dove resterò per il resto dei miei giorni. Perdonatemi di questo triste benvenuto, non era mia intenzione tediarvi con le mie malinconie.” –concluse-
Smith condusse i suoi ospiti in un grande ma accogliente salotto.
“Qualcosa da bere non guasta. -disse Smith- Uno Sherry per Lady Elisabeth e tre whisky per noi. Dopo il drink potrete visitare quella che io amo definire la “sala egizia” vi assicuro che c’è bisogno di bere qualcosa prima di entrarci.”

III
La sala egizia

Il maggiordomo percorreva la stretta scalinata che procedeva tortuosa nei sotterranei della villa, tutti gli altri lo seguivano a breve distanza. Arrivarono davanti ad una porta chiusa. Sembrava quasi un gigantesco forziere, una enorme serratura ne garantiva l’inaccessibilità. Christopher, il mag-giordomo, inserì la chiave nella toppa e la girò per cinque volte in senso antiorario producendo all’interno l’eco di un suono metallico che sembrava prodotto da grandi sbarre in sollevamento. L’ultimo scatto della serratura fu il più secco, poi lo stridio dei cardini e finalmente il portone si aprì. Cristopher accese una ad una le torce di una immensa sala e lo spettacolo che si offrì agli occhi dei visitatori fu quantomeno affascinante. Il gigantesco salone aveva ad occhio e croce un’ampiezza di circa 700 metri quadrati distribuiti in un rettangolo perfettamente squadrato. Tutto nella sala era stato riprodotto secondo i canoni dello stile egizio del Nuovo Regno. –spiegò Smith in seguito-
Al centro troneggiava una grande piscina, riproduzione fedele di quelle che gli antichi facevano costruire negli edifici di culto e nei templi funerari, da loro stessi definite laghi sacri. Ai lati di quest’ultima due file di cinque colonne ognuna riportante alla sommità il tipico capitello a forma di papiro aperto, anche queste perfettamente riprodotte. Persino il pavimento era una perfetta imitazione dell’architettura egizia. Alle grandi pareti perimetrali decine e decine di mensole di marmo sulle quali facevano bella mostra una miriade di oggetti, perlopiù statuine e vasellame ma anche statue a grandezza naturale disposte tra una colonna e l’altra sui loro basamenti di pietra, persino alcuni sarcofagi probabilmente vuoti.
Smith si pose davanti a tutti e con orgoglio disse:
“Credo che non abbiate mai visto nulla di simile vero? Ebbene egregi signori non è solo la mia collezione ad essere a dir poco notevole ma, come potete constatare voi stessi, è lo scrigno che la contiene ad essere una sublime ricostruzione dell’epoca faraonica. Vi illustrerò brevemente i pezzi più significativi della mia collezione anche se ogni reperto, anche il più piccolo ed a prima vista insignificante, ha una sua storia ed una sua ragione di esistere così come ogni cosa nel creato.”
Il collezionista iniziò ad illustrare i vari manufatti:
“Il Pantheon delle divinità egizie è il più vasto e ramificato di tutte le civiltà del passato. Alla mia destra Bastet, la dea gatta protettrice delle gestanti, veniva associata alla gioia ed alla musica. Segue Mut, la dea tebana sposa del dio Amon. Osiride, il re dell’aldilà. Seth, l’incarnazione della malvagità del caos e delle tempeste. E poi Anubis il dio sciacallo protettore delle tombe…
Il Signor Smith continuò per più di un’ora a spiegare il significato dei vari pezzi e a raccontare la storia dei loro ritrovamenti, finché vista l’ora disse:
“Credo che per stasera possa bastare, ormai si è fatta ora di cena…” Jonathan lo interruppe bruscamente.
“Un attimo Signor Smith.” –disse- Qualcosa lo aveva attratto irresistibilmente. Su di una delle molteplici mensole marmoree, disposte in varie file, erano esposte decine e decine di piccole statuine, tutte apparentemente identiche e di un bellissimo colore azzurro-verdastro. Agli occhi di un profano come Jonathan sembravano la riproduzione di un sarcofago, non seppe resistere alla tentazione di prenderne una tra le mani. Il gesto, però, provocò il disappunto del fanatico Smith.
“La prego, dottor Newberry lo riponga. –tuonò, ma si ricompose subito- Mi perdoni lo scatto ma non permetto a nessuno di toccare quegli oggetti. Persino io evito di toccarli se non per spolverarli una volta ogni mese, cosa della quale mi occupo personalmente. Se malauguratamente uno solo di essi dovesse rompersi, per me sarebbe un’irreparabile perdita. Ma la prego mi dica cosa l’aveva attratto in un semplice Ushabti?”
“Non so di preciso, –rispose Jonathan- probabilmente il loro bellissimo colore ma, probabilmente, ciò che più mi ha colpito, è il fatto di vedere questo piccolo esercito di statuine tutte quasi perfettamente identiche, nulla di più.” –concluse-
“Esattamente Dottor Newberry. –disse Smith- In primo luogo le dirò che le sue osservazioni sono esatte. La sua espressione “quasi perfettamente identiche” è più che giusta, infatti, ognuna di esse è frutto delle mani dell’uomo e non di uno stampo o di altre tecniche in uso oggi. Se sono quasi identiche è merito dell’abilità degli artisti dell’epoca. Il loro colore così brillante e particolare è dovuto al materiale utilizzato ed al complesso processo di lavorazione. Si tratta di un materiale vitreo composto da steatite o argilla con fram-menti di quarzo, rivestito di pasta vetrosa a base alcalina e mescolata a pigmenti comu-nemente verdi o blu. A cot-tura ultimata la superficie del manufatto assumeva un aspetto lucente abbastanza simile a quello delle cera-miche smaltate, che con termine tecnico si definisce “faïence”. Il vocabolo francese deriva dalla città italiana di Faenza, oggi particolarmente nota per questo tipo di manufatti. Ed infine ecco il perché di tante riproduzioni della stessa immagine. Il nome di queste piccole sculture è Ushabti, come accennavo poc’anzi che tradotto significa “colui che risponde”. Queste cosiddette statuette “rispondenti” si trovavano all’interno dei sepolcri e riproducevano le sembianze del defunto, erano realizzate per la maggior parte in legno pietra o faïence ed erano muniti di attrezzi da lavoro. La loro funzione era quella di obbedire al Signore della tomba ed a farne le veci sostituendolo nei lavori più faticosi che si dovevano eseguire nei Campi Elisi: La semina, l’aratura, l’irrigazione dei campi, la concimazione e la raccolta.
Solitamente doveva esserci un Ushabti per ogni giorno dell’anno. Ecco spiegato il perché di tante statuine tutte apparentemente identiche. Esse iniziarono a far parte del corredo funebre durante il Medio Regno. Il testo che si vede inciso su questo Ushabti e che li accomuna quasi tutti risale alla XII dinastia. Esso si riferisce ad una formula del 6° capitolo del libro dei morti e recita così: “ Oh Ushabti se sarò incaricato di compiere uno dei lavori che si svolgono nel regno dell’aldilà, come l’uomo che viene condannato a svolgerlo, incaricati tu di fare tutto ciò che lì è necessario per coltivare i campi, per irrigare le rive e per concimare. Allora tu dirai: “Io sono pronto a farlo, eccomi qui.”
Seguirono alcuni interminabili attimi di silenzio, tutti pendevano dalle labbra del Signor Smith che rivolto a Jonathan disse:
“Potrei continuare ancora per ore ed ore a parlare di questo argomento ma temo che la cena stia per essere servita. Spero, comunque di essere stato sufficientemente esauriente. Ora se permettete vorrei condurvi in sala da pranzo.” –concluse-
All’eleganza della tavola sontuosamente imbandita si unì la sofisticata ricercatezza delle portate di una cena a dir poco luculliana. Si parlò dei più svariati argomenti anche se per Smith qualsiasi argomento era buono per dargli lo spunto per ritornare a parlare della sua collezione. Fu Lord Pynkerton a deviare il discorso:
“Quasi me ne dimenticavo, -disse- sto organizzando una partita di Poker per venerdì sera a casa mia, inutile dire che siete tutti invitati.”
“Con piacere, -rispose Smith- ma solo se il dottor Newberry sarà dei nostri.”
La frase di Smith colse Jonathan alla sprovvista. Infatti egli era notoriamente avverso al deprecabile vizio del gioco e per di più era un pessimo giocatore. Del Poker, poi, conosceva a malapena le regole. Nel contempo, però era attratto dal carisma e dall’alone di mistero che avvolgeva l’emblematica figura di Robert Smith. Non poteva perdersi un incontro con lui. La vita di quell’uomo poteva dargli l’ispirazione per il suo prossimo libro.
“Se Elisabeth è d’accordo ci sarò anch’io.” –affermò Jonathan-
La sala da gioco della villa di Pynkerton era già brulicante di giocatori. George girava tra i tavoli per assicurarsi che tutto fosse in ordine prima di iniziare il gioco. Il vocio ininterrotto degli invitati si mescolava al tintinnio dei bicchieri prodotto dai camerieri che si davano da fare per servire whisky e Porto. Una mescolanza di rumori che creava quell’atmosfera di confusione e allegria che solitamente si trova nei teatri prima che si alzi il sipario ed inizi lo spettacolo.
Jonathan si sentiva come un pesce fuori dall’acqua. Si avvicinò al bar e chiese un bicchiere di whisky. “Mi aiuterà a farmi sentire meno a disagio. –pensò- Cinque dei dieci tavoli da gioco furono
approntati ognuno per quattro giocatori e finalmente tutti presero posto. La partita ebbe inizio.
Al tavolo di Jonathan c’erano l’amico George, Robert Smith ed il banchiere Jeremy Low.
Lord Pynkerton guardava Jonathan con espressione quasi incredula. Erano anni ed anni che George cercava inutilmente di convincerlo a sedersi al tavolo verde ma Jonathan si era sempre, categoricamente, rifiutato. Jonathan si accorse che l’amico lo fissava, probabilmente riusciva anche ad intuire cosa stesse pensando così decise che sarebbe stato meglio chiarire le sue intenzioni prima di trovarsi in qualche brutto impiccio:
“Miei cari amici, -disse- perdonatemi di questa piccola parentesi che attarderà ulteriormente l’inizio della partita ma, per usare una frase consona alla circostanza dirò che da parte mia è meglio mettere le carte in tavola. Non sono un giocatore e non amo il gioco d’azzardo. Questa sera mi trovo qui tra di voi solo per godere della vostra compagnia, non già per perdere grosse cifre, poiché fin da ora sono certo che perderò. Vi chiedo quindi di stabilire poste basse, se proprio volete che giochi anch’io altrimenti mi accontenterò di fare da semplice spettatore.”
Gli altri tre del tavolo lo tranquillizzarono affermando che avrebbero messo in gioco solo poche sterline.
“Non temere, –disse Lord Pynkerton- faremo come dici tu, e poi cosa ti fa pensare che non possa essere tu a vincere? Siedi dunque!”
Il gioco iniziò in un’atmosfera di massima distensione e senza dare troppa importanza alle carte forse proprio per l’esiguità delle puntate. I quattro discorrevano piacevolmente tra una giocata e l’altra. Jonathan osservava il banchiere Low e pian piano cominciava a farsene un’opinione.
Già dalla prima volta che lo aveva conosciuto non ne ebbe una buona impressione, senza, però capirne il motivo. Forse i suoi occhi, tanto piccoli e di uno strano colore grigiastro, così impenetrabili che sembrava nascondessero sempre qualcosa. Low era piccolo di statura, i suoi capelli erano neri e ricci e la carnagione olivastra, “inconsueto per un inglese.” –pensava-
La previsione di Jonathan si avverò ma solo in minima parte. Le prime due partite, infatti, furono vinte da Lord Pynkerton ma, strano a dirsi, lo scrittore stravinse per tutto il resto della serata. L’orologio suonò un solo rintocco e Jonathan sobbalzò di scatto.
“Dio mio! –esclamò- La mezzanotte è già passata da un’ora devo rincasare.”
Gli avversari lo esortarono a trattenersi ancora per un pò, non poteva andar via senza dar loro la possibilità di riscattarsi. “Il suo non era un comportamento da giocatore leale.” –aggiunse Low-

“Mi sembra di averlo chiarito a priori che non sono un giocatore per cui vogliate scusarmi.” –rispose Jonathan irritato-
Quindi salutò tutti educatamente ma in gran fretta. Quando giunse a casa, come prevedibile, Elisabeth era ancora in piedi ad aspettare. Sul suo volto c’era un’espressione quasi di rimprovero ma non lo fece, si limitò a chiedergli come fosse andata.
“Benone, -rispose Jonathan- ho vinto quasi cento sterline. Scusami per il ritardo, –soggiunse- ti avevo promesso che sarei stato di ritorno per mezzanotte. Ti assicuro che non accadrà più.”
“Lo spero per te e per la nostra famiglia, -rispose Elisabeth- non vorrei che tu ci avessi preso gusto. Il demone del gioco è subdolo ed imprevedibile ricordalo!”
Elisabeth tirò via le coperte e si mise a letto coprendosi per bene. Jonathan si spogliò e la raggiunse ma non gli fu facile prender sonno. Ripensava alle parole che la moglie aveva appena pronunciato. Elisabeth aveva colto nel segno ma lui non voleva ammetterlo neanche a se stesso. Aveva sempre creduto che se un giorno si fosse trovato, suo malgrado, ad un tavolo da gioco, si sarebbe annoiato mortalmente, invece quell’esperienza lo aveva divertito. “Bisognava evitare che ciò si ripetesse ancora.” –pensò-

IV
Il gioco è finito

Nei giorni a seguire Jonathan si dedicò anima e corpo al suo lavoro, per un’intera settimana non si mosse da casa. Tappato nel suo studio scriveva pagine su pagine senza sosta ma non si sentiva tranquillo, sembrava quasi che da un momento all’altro dovesse accadergli qualcosa di spiacevole.
Quella mattina Jonathan si era svegliato molto presto per apportare le ultime correzioni al suo manoscritto appena ultimato. Dopo colazione sarebbe uscito per raggiungere il suo editore, Rebecca Anderson nel centro della città.
L’elegante palazzo al 159 di Barrymore Street era, come al solito, brulicante di persone che entravano e uscivano, indaffarate dai vari uffici. Jonathan salì lentamente le scale finché sul pavimento del pianerottolo apparve la scritta della Anderson & Co. proiettata dalla luce che passava attraverso la vetrata della porta. Bussò due volte con un certo nervosismo. Nonostante Rebecca fosse la sua editrice da anni, Jonathan non riusciva a sottrarsi a quella certa emozione che lo assaliva ogni volta che si recava da lei con un nuovo manoscritto.
La porta si aprì e sull’uscio apparve una bellissima donna sui quarant’anni alta e slanciata, dai capelli biondo platino raccolti sulla nuca.
“Salve Jonathan, -disse- sono felice di questa tua visita. Vedo con piacere che hai terminato il tuo ultimo giallo. Ne faremo un altro best seller, ne sono certa.”
“Ciao Rebecca, -rispose Jonathan- più passa il tempo e più diventi bella. Chissà quanti cuori maschili sanguineranno a causa di quella tua ostinata convinzione a non voler prendere marito.”
“Smettila con le adulazioni, sai benissimo che alla mia età e nella mia posizione economica potrei diventare un boccone troppo appetitoso per gli uomini che sono costretta a frequentare a causa del mio lavoro. Purtroppo colui che poteva diventare l’uomo della mia vita è sfuggito al mio fascino ed ora è il marito felice della signora Hatton.”
“Ti prego non prenderti gioco di me. –rispose Jonathan- Piuttosto vogliamo parlare un po’ del mio manoscritto? Giusto per farti rendere conto di cosa si tratta”.
Lo scrittore spiegò per sommi capi la trama del romanzo mentre Rebecca ascoltava tra le continue interruzioni dei vari impiegati che avevano continuamente bisogno di lei, chi per l’una, chi per l’altra cosa.
“Come vedi, amico mio, non ho un attimo di tranquillità. Per quel poco che sono riuscita a capire mi sembra che il tuo lavoro sia, come sempre, più che valido. Lasciamelo per un decina di giorni solo per approfondire l’argomento, poi stabiliremo insieme i termini del contratto, come abbiamo sempre fatto, sei d’accordo?”
Jonathan annuì sorridendo e, mentre Rebecca lo accompagnava alla porta, il gentiluomo si inchinò baciandole la mano.
Il gentiluomo riprese la via di casa, comprò del tabacco da pipa nell’unica drogheria che vendeva la sua miscela preferita e non fece altre tappe. Da diversi giorni aveva in mente delle idee per il prossimo libro e non poteva aspettare ancora per immortalarle, colui che lo aveva ispirato era Smith, il collezionista.
Non appena fu a casa vide Elisabeth che insieme alla piccola Rosemary davano gli ultimi ritocchi agli addobbi natalizi. Le salutò con un bacio e si precipitò infreddolito nel suo studio. Accese il camino, quindi prese carta e penna ed iniziò a scrivere con foga. Sembrava quasi che avesse paura di perdere l’ispirazione o di dimenticare qualcuna delle sue idee, ignaro di quanto il fato avesse in serbo per lui.
Era già un po’ di tempo che George Pynkerton non si faceva vivo e precisamente dalla famosa sera della partita di Poker. Jonathan era meravigliato di quello strano silenzio da parte dell’amico, possibile che da quella sera non avesse ancora organizzato nuove partite? –pensava- oppure che avendolo fatto avesse evitato di invitarlo? Ma i suoi pensieri furono interrotti da una visita inaspettata. Un impiegato di Rebecca Anderson recava un plico per lui.
“Di cosa si tratta? –chiese Jonathan incuriosito”
“Non ne ho la più pallida idea, –rispose il giovane- la signora Anderson mi ha pregato consegnare questo plico direttamente nelle sue mani. Poi è andata via di corsa, temeva di perdere il treno per Parigi, non so altro.” –concluse-
Il giovanotto richiuse l’uscio e Jonathan si affrettò ad aprire il pacchetto. Subito riconobbe il frontespizio del suo manoscritto e tra le pagine di quest’ultimo una busta intestata della Anderson & Co. diretta a lui, la grafia era quella della sua editrice. La aprì e ne estrasse una lunga, profumatis-sima lettera piegata in quattro. “Il profumo di Rebecca –pensò mentre iniziava a leggere -“.
Caro Jonathan, spero che tu leggerai questa mia lettera tenendo nella dovuta considerazione la nostra lunga collaborazione commerciale ma, ancor prima, la nostra lunghissima amicizia. Quel che sto per dirti probabilmente non ti piacerà e credimi sarebbe stata l’ultima cosa che avrei mai desiderato comunicarti. A questo punto mi sembra inutile tergiversare con stupide scuse o giri di parole. I tanti manoscritti, che ci giungono ogni giorno, come da una consuetudine di ormai vari anni, vengono sottoposti al vaglio dei miei soci, di cui ho piena fiducia. Dopo un loro attento esame, il testo viene approvato o respinto secondo una strategia riferita ai gusti del lettore finale ed alle tendenze di mercato più attuali. Solo dopo questo lungo iter, il testo giunge nelle mie mani per ottenere l’approvazione definitiva. Nel tuo caso i tempi sono molto più ridotti così come per altri scrittori di successo del tuo calibro. Con mio grande stupore, ieri, il tuo romanzo mi viene restituito da uno dei soci con esito negativo. Ne chiedo subito la motivazione adducendo questa decisione ad un banale scambio di manoscritti. Il testo bocciato non poteva certo essere il tuo ma mi viene risposto che non c’è alcun errore. Il romanzo inizia con il solito, inconfondibile stile del Dr. Newberry. Una storia affascinante, coinvolgente con un ottimo intreccio ma che negli ultimi capitoli sfocia nel banale e nella scontatezza dei luoghi comuni. Dopo aver letto a mia volta il tuo
romanzo, ho dovuto arrendermi alla realtà e mio malgrado condividere il loro giudizio.
Ma cosa ti accade, amico mio? Sembra quasi che quel libro sia stato scritto da due persone diverse, poiché nella parte finale non riconosco più la tua grinta e la tua infaticabile fantasia.
Ti prego accetta questa decisione con serenità. Magari concediti un periodo di riposo che possa rimetterti in forma e poi rimettiti al lavoro. Al mio ritorno da Parigi, dopo le feste natalizie ne riparleremo. Intanto ti auguro buon Natale. Tua Rebecca.
Jonathan rimase stupefatto ed amareggiato. Prese un bicchiere e lo riempì di whisky fino all’orlo, poi si accasciò sul divano in preda a una crescente disperazione. Si sentiva ferito nel suo orgoglio, oltraggiato da degli incompetenti che osavano sputare sentenze su un lavoro che gli era costato un anno della sua vita. Avvicinò il bicchiere alle labbra ed in due sorsi lo vuotò. Un forte calore lo pervase tutto, riprese la bottiglia e riempì di nuovo il bicchiere. Pian piano la sua disperazione si stava tramutando in rabbia. Bevve ancora un sorso di whisky, poi prese il suo manoscritto e cominciò a leggere alla rinfusa saltando da un capitolo all’altro. “Non c’è nulla di sbagliato in questo romanzo, vogliono farmi fuori.” –pensò- Appoggiò i gomiti sulle ginocchia mentre con le mani premeva contro le tempie cercando di capire in che cosa avesse potuto sbagliare.
Bevve ancora e ancora una volta riempì il bicchiere. Ricominciò ad esaminare gli ultimi capitoli del suo romanzo, il voltafaccia di Rebecca era un amaro boccone che non riusciva a mandar giù nonostante il whisky che continuava a bere. Restò a leggere per più di due ore e, pagina dopo pagina, cominciava a convincersi della fondatezza di quel giudizio negativo. Aveva bevuto più di quanto avesse mai fatto nella sua vita e forse anche per questo, in quel momento, tutto gli appariva più grave di quanto in realtà non fosse. Barcollando si alzò dal divano avvicinandosi pericolosa-mente al fuoco del camino, diede un ultimo sguardo a quello che per lui ormai non era altro che un inutile cumulo di cartaccia e con gesto di spregio diede alle fiamme il frutto del suo lavoro.
Lo guardava bruciare con grande amarezza e con un po’ di pentimento per il gesto avventato ma ormai di quelle pagine non rimaneva che il ricordo e pochi frammenti inceneriti.
Quando Elisabeth salì nello studio per avvertirlo che la cena era in tavola, egli dormiva steso sul divano. Sul tavolino accanto, la bottiglia e il bicchiere entrambi vuoti. La donna capì e decise di lasciare che dormisse. Gli tolse gli stivali e gli portò una coperta. “Non era mai accaduto che si riducesse in quello stato, non era da lui. Dev’essere accaduto qualcosa di molto grave, qualcosa che ha a che fare con il plico che ha ricevuto. Domattina starà meglio e potrà raccontarmi tutto –pensò Elisabeth-“.
Il mattino seguente Jonathan si alzò molto presto, aveva dormito male ed aveva un forte mal di testa. Aveva bisogno di mangiare qualcosa ma era ancora troppo presto per la colazione, gli altri dormivano ancora. Ne avrebbe approfittato per ristorarsi con un bagno caldo e per cambiarsi d’abito. Uscito dal bagno si diresse silenziosamente verso la camera da letto ma quando aprì la porta si rese conto che Elisabeth era già desta.
“Ciao Jonathan, come ti senti?” –chiese-
“Buongiorno Elisabeth, -rispose- mi duole il capo ma tutto sommato sto bene. Mi spiace di aver dato di me uno spettacolo così poco edificante ma credimi, ero fuori di me e come uno sciocco ho cercato conforto in quella stupida bottiglia invece di correre da te e confidarti ogni cosa.”
“Siedi quì accanto a me, -rispose Elisabeth- raccontami tutto, vedrai che ti farà bene.”
Jonathan cominciò a raccontare tutta la vicenda dall’arrivo del messo di Rebecca Anderson cercando di non omettere neppure una virgola. Egli ricordava alla perfezione persino la lettera di Rebecca e di aver sfogliato il manoscritto per almeno un paio di volte ma, dopo di ciò, non riusciva a ricordare altro se non di essersi svegliato sul divano del suo studio quasi completamente vestito.
“Ricordo di aver fatto qualcosa di cui mi sono immediatamente pentito ma non riesco a ricordare cosa.”
In quel preciso istante gli tornò alla mente l’immagine sbiadita dei fogli che bruciavano tra le fiamme.
“Il mio racconto, –gridò- ecco cosa ho fatto in quell’attimo di disperazione mista ad ebbrezza. Un gesto insensato… un anno di lavoro finito tra le fiamme, capisci?“
“Mio Dio Jonathan hai bruciato il tuo manoscritto?” –chiese Elisabeth-
Lui non rispose ma chinò il capo in senso affermativo.
“Comunque sia non è certo la fine del mondo, –asserì Elisabeth- farai appello alla tua memoria e cercherai di riscrivere il testo, purtroppo non c’è altro da fare.”
“No! –rispose- Non tenterò di far rivivere qualcosa che forse era destinata a sparire per sempre. Non sono certo le idee a mancarmi. Mi dedicherò al mio nuovo lavoro e a nient’altro.” –affermò con determinazione-
I giorni passavano ma nonostante le continue attenzioni e gli incoraggiamenti di Elisabeth, la crisi di Jonathan non accennava a diminuire. Lavorava poco e svogliatamente, sembrava aver perso quel suo carattere gioviale ed il suo atteggiamento così naturalmente positivo, era sempre pensieroso e nei suoi occhi c’era sempre un velo di tristezza.
La visita di Lord Pynkerton sembrò essere quantomeno provvidenziale. Quando Jonathan lo vide, sul suo volto riapparve finalmente un sorriso. In realtà fu Elisabeth ad invitare George, nella speranza che vedendo il suo vecchio amico, Jonathan riuscisse a scuotersi da quel torpore che lo attanagliava ormai da troppi giorni e in parte ci riuscì. “Mi trovavo nei paraggi ed ho pensato di fermarmi un attimo dal mio vecchio amico, considerato che è più di un mese che non ci si vede.” “Già, -rispose Jonathan- ho avuto un piccolo periodo di discesa, un po’ in tutti i sensi ma, spero di risalire la cima al più presto.”
“Cosa ti è accaduto di tanto mortificante?” -chiese George tradendosi involontariamente-
“Mi sembra di capire che questa tua visita inaspettata, in fondo non sia proprio un fatto casuale. Comunque sia ti racconterò tutto anche se non è piacevole per me parlarne ancora. Ecco come sono andate le cose.”
Così si accinse a raccontare ancora una volta lo spiacevole episodio.
“Dopo tutto non mi sembra tanto grave. –osservò George dopo aver ascoltato il racconto di Jonathan- Credo che tu abbia bisogno di svagarti un pò’, perché non vieni da me sabato prossimo, giocheremo a carte e poi ci sarà anche Robert Smith, al quale sei molto interessato, da quanto mi è sembrato di capire.”
L’altro sorrise e per la prima volta si rese conto della strana sensazione che provava ogni volta che sentiva parlare del Sig. Smith. Intimamente sentiva che quel nome in qualche modo era legato al suo futuro pur senza sapere come.
“Ci sarò. -disse Jonathan- Un po’ di svago mi solleverà lo spirito.”
I due amici si accordarono sull’ora dell’incontro quindi George si accommiatò dai coniugi e Jonathan lo accompagnò alla porta.
“A presto.” –disse mentre richiudeva l’uscio-
Quel sabato sera, come d’accordo, Jonathan si recò alla villa di Lord Pynkerton. Era eccitato dall’idea di rivedere il carismatico Smith, ciò lo aveva reso di ottimo umore. Certamente non immaginava neppure lontanamente che quella sera avrebbe determinato i catastrofici eventi nei quali di li a poco sarebbe stato coinvolto.
Gli invitati di Lord Pynkerton quella sera erano più numerosi rispetto alla volta precedente. Nella sala da gioco, infatti, si notavano molti volti sconosciuti ed anche i tavoli allestiti erano più numerosi. Ma nonostante ciò il tavolo di Jonathan era composto dagli stessi giocatori.
Ad un certo punto il vocio degli invitati si affievolì e quasi come in un rituale ognuno prese il posto che gli era stato assegnato, Jonathan li imitò. Lo scrittore discorreva brillantemente, sembrava persino aver riacquistato il suo buon umore di sempre. Il suo vicino di sedia, Robert Smith, gli stava raccontando del suo prossimo viaggio che lo avrebbe visto ancora una volta tra le sabbie del deserto nubiano, sempre alla ricerca di nuovi manufatti da aggiungere alla sua già considerevole collezione. Intanto la prima partita era già iniziata e la fortuna, quella sera sembrava decisamente dalla parte di Jonathan. Egli, stavolta, non aveva chiesto limitazioni alle puntate e ciò gli valse una vincita di temila sterline in una sola partita.
Il gioco riprese, Jonathan continuò con accanimento incoraggiato dalla fortuna del principiante, a detta del banchiere. Dopo la seconda ora di gioco vinceva ancora. Le sue fiches, al cambio, erano il corrispettivo di ben diecimila sterline, la stessa cifra che, grossomodo, avrebbe guadagnato con la pubblicazione di quel suo ultimo, maledetto libro.
“Continuo a giocare!” –affermò dopo la seconda partita, mentre il whisky veniva servito senza sosta-
Forse, ciò che lui non avrebbe mai voluto, stava accadendo. Il demone del gioco lo stava lentamente ed astutamente possedendo, forse colpa del whisky che nella foga non si accorgeva di bere? Jonathan Newberry, il virtuoso, colui che aborriva il gioco e che condannava gli eccessi, stava diventando veramente un appassionato giocatore ed un forte bevitore?
La fortuna, però, così come era apparsa sparì improvvisamente. Jonathan cominciò a perdere tutto ciò che aveva vinto, delle diecimila sterline ormai non gli restavano che pochi spiccioli ma non voleva darsi per vinto quindi continuò a giocare.
La buona sorte lo aveva decisamente abbandonato. Perse le prime migliaia di sterline poi ancora di più finché grazie allo scadere del tempo di gioco stabilito, la sala cominciò lentamente a svuotarsi. Il tavolo di Jonathan si chiuse con l’ennesima vincita di Jeremy Low, Jonathan dovette firmargli un assegno di quindicimila sterline.
Elisabeth fece finta di non essersi accorta di nulla ma capì immediatamente che Jonathan aveva bevuto nonostante lui cercasse di assumere un atteggiamento sobrio. Quel che Elisabeth, invece, non doveva assolutamente sapere era della forte perdita di gioco. L’umore di Jonathan, in quei giorni non faceva presagire nulla di buono. Per lo scrittore quella perdita era davvero un duro colpo, nella sua mente non c’era più posto per altri pensieri. Doveva a tutti i costi recuperare velocemente quella somma… ma come? L’unico sistema per farlo era giocare ancora col rischio, però di perdere altri soldi. In quel momento, purtroppo, non vedeva altra soluzione.
“Valeva la pena tentare.” –pensò- Fu così che avvenne il dramma, la catastrofe, l’irreparabile. Più ci pensava e meno credeva che una cosa simile potesse essere realmente accaduta, sembrava solo un brutto sogno. Sperava di svegliarsi da un momento all’altro nel suo letto per poter tirare un sospiro di sollievo ma il suo incubo non faceva parte del mondo dei sogni bensì di una terribile realtà.
Erano le tre del mattino del 26 dicembre 1899 e Jonathan era di ritorno dalla villa di George dove si era recato la sera prima, subito dopo il pranzo di Natale, per giocare a carte. Sperava con tutte le sue forze che qualche mano di Poker potesse risolvere i suoi problemi. Aveva giurato a se stesso che non avrebbe toccato neppure una goccia di alcool, doveva essere lucido se voleva riuscire nel suo intento. Avrebbe fatto appello a tutta la sua astuzia ed alla sua incontestabile intelligenza per vincere ma, evidentemente, queste doti non bastarono. Ora era fuori dall’uscio della sua vecchia casa cercando il coraggio di entrare. Stavolta non poteva tacere quanto era accaduto, meglio che Elisabeth apprendesse subito tutto dalla sua voce. Egli, ormai, sapeva di dover accettare le gravi conseguenze che certamente ne sarebbero scaturite. La neve cadendo gli aveva imbiancato le spalle del soprabito e la cima del cappello eppure egli sudava. Finalmente prese il coraggio a due mani ed inserita la chiave nella toppa aprì l’uscio.

V
La casa nel Berkshire

Elisabeth, come prevedibile, era ancora sveglia, Jonathan entrò a testa bassa mormorando timidamente: “ciao cara, scusa l’ora tarda, anche se questo non ha più molta importanza. Ti prego ascoltami attentamente, quel che sto per dirti è molto grave, tanto che non spero di ottenere alcuna comprensione da parte tua e, di questo, non posso certo biasimarti”.
Jonathan iniziò a raccontare la vicenda con voce grave e tremula per l’agitazione. Espose i fatti così come erano realmente accaduti senza omettere alcun dettaglio. Arrivò fino alla perdita delle quindicimila sterline. A quel punto si fermò per riprendere fiato.
“Ero tornato in quella casa ieri sera, –continuò dopo qualche attimo di esitazione- speravo di rifarmi della perdita precedente. Volevo rimettere a posto ogni cosa, poi non avrei mai più toccato un mazzo di carte in vita mia e tu non avresti mai saputo nulla. Dopo la prima partita sembrava che la sorte stesse dalla mia ma poi mi ha voltato le spalle per la seconda volta. Ho perduto una partita, poi un’altra poi un’altra ancora e senza quasi accorgermene ho perso tutto ciò che avevo. Ero disperato e confuso, non sapevo più cosa fare, persi completamente la testa e misi in gioco questa casa, l’ultima cosa che mi rimaneva. Quel maledetto banchiere aveva il demonio dalla sua parte ed in men che non si dica mi vinse anche quella. Ora non so proprio cosa fare, so solo che qualsiasi decisione tu prenda l’accetterò senza batter ciglio.“
Elisabeth non rispose ma sul suo volto si leggeva chiaramente un profondo sgomento. I due si fissarono per qualche minuto negli occhi, poi lei li abbassò verso il pavimento, erano pieni di lacrime. Si voltò e allontanandosi mormorò sottovoce:
“E’ la fine.”
Lui sperò fino all’ultimo momento in un immeritato perdono. Salì al piano superiore e si diresse verso la camera da letto, afferrò la maniglia e la girò lentamente ma la porta era stata chiusa dall’interno. L’uomo si trascinò affranto nel suo studio, prese un’abbondante dose di sonnifero e si distese sul divano.
Il sole filtrato dalle tende invase lo studio. Jonathan aprì gli occhi poco per volta, infastidito dalla luce troppo forte. Per qualche secondo dimenticò tutto ciò che era accaduto il giorno prima ma poi la terribile realtà gli tornò in mente inesorabilmente. Andò velocemente a sciacquarsi il viso poi corse in camera da letto. La porta era aperta ma la stanza era vuota. Prese di corsa le scale e si precipitò col cuore in gola al piano inferiore ma di Elisabeth e di Rosemary non c’era alcuna traccia.
All’improvviso vide la signora Morris uscire dalla cucina, era già vestita di tutto punto e portava con se due pesanti valigie.
“Cosa state facendo?” –chiese Jonathan-
La anziana signora lo guardò per un attimo poi scoppiò in lacrime e singhiozzando rispose:
“Dottor Jonathan sono anni ed anni che sono qui nella vostra casa. Prima al servizio di quel sant’uomo di vostro padre e poi al vostro. Io vi ho tenuto sulle mie ginocchia quando eravate ancora un bambino. Conosco questa dimora dalla prima all’ultima pietra come ogni pianta del giardino, dalla sequoia secolare fino all’ultima pianticella dell’orto, immaginate con quanto dolore mi accingo a lasciarvi. Non so cosa sia successo tra voi e la signora Elisabeth e non oso chiederlo ma vi conosco entrambe fin troppo bene per non capire che alla base di questa separazione non ci sono delle piccole divergenze, come afferma la signora Elisabeth ma qualcosa di molto più grave.”
La signora Morris dopo aver poggiato le valigie sul pavimento, si sedette su di una delle sedie dell’ingresso e dopo essersi asciugata le lacrime riprese:
“Spero che il vostro sia veramente un semplice distacco di riflessione e che quanto prima possiate ritornare ad essere la stupenda famiglia che ho avuto il piacere di servire per tanti anni. Perdonatemi se ora vi lascio, –soggiunse- ho promesso alla signora Elisabeth di seguirla ma se voi me lo chiederete io resterò!”
“Vi ringrazio, ma tranquillizzatevi, seguite pure mia moglie e non preoccupatevi per me, questo periodo di lontananza farà bene sia a me che a lei e voi nel frattempo qui non potreste essermi di nessun aiuto, il mio futuro ormai è solo nelle mie mani. Ma lei dov’è ora, dove vi ha chiesto di raggiungerla. Questo almeno avrò il diritto di saperlo?”
La signora Morris si sfilò il guanto dalla mano destra e lo ripose nella tasca del cappotto, dalla quale estrasse una busta chiusa.
“La signora Elisabeth, -rispose- aveva previsto questa vostra domanda stamattina all’alba, quando in tutta fretta abbiamo racimolato tutte le sue cose e quelle di Rosemary. Questa è la lettera di vostra moglie. Qui troverete una risposta a tutte le vostre domande. A me non chiedete altro, non saprei rispondere!”
“Capisco, –rispose- e non biasimo neanche voi, andate dunque e dite ad Elisabeth che molto presto…no, non ditele nulla.” –concluse-
La signora Morris si strinse a Jonathan in un abbraccio materno e per la prima volta gli diede del tu, sussurrandogli una frase all’orecchio come se qualcuno potesse ascoltarla: “figliolo mio, ti prego abbi cura di te.”
L’anziana signora salì sulla vettura per sparire nella nebbia mentre lui emozionato come un ragazzino apriva la lettera di Elisabeth.
Caro Jonathan,
Mi riesce impossibile infierire contro di te, non conoscendo i veri motivi che ti hanno indotto ad agire in modo tanto sconsiderato. In tutti questi anni vissuti insieme non mi è mai mancato nulla né, tantomeno, mi hai mai dato il minimo dispiacere. Un marito fedele, un professionista apprezzato ed infaticabile, un compagno affettuoso e pieno di attenzioni. Sei stato per nostra figlia un padre premuroso ed attento ad ogni sua esigenza, ad ogni suo piccolo sogno o desiderio. Insomma l’uomo che ogni donna vorrebbe avere al suo fianco. All’improvviso ho visto che stava cambiando qualcosa. In questi ultimi giorni eri assente sembrava quasi che una misteriosa entità si stesse impossessando della tua mente. Credevo che avessi bisogno di svago, così d’accordo con George organizzammo il vostro penultimo incontro. Forse non avrei dovuto e forse la responsabilità di tutto ciò che è accaduto è anche mia ma ormai è inutile tormentarsi. Sono certa che capirai questa mia decisione di andar via, lo spero almeno. Per i primi tempi mi trasferirò a casa di mio padre poi con il suo aiuto cercherò di esercitare la professione in modo da non sentirmi troppo di peso. In ogni caso ti terrò informato su eventuali miei spostamenti, come vedi non voglio sfuggirti ma al momento non riuscirei a starti accanto. Non so dirti altro, il mio futuro è incerto come il tuo, anche per questo ho deciso di andar via. Credo che da solo potrai trovare una soluzione con più serenità, non avendo la pressione di una famiglia da mantenere. Ti prego di non venire a cercarci, almeno per ora. Dedicati a te stesso e scrivimi di tanto in tanto ma soprattutto abbi fiducia in te stesso e forse un giorno potremo ritornare insieme. Tua Elisabeth.
Ripiegò delicatamente il foglio e dopo averlo rimesso nella sua busta lo ripose nel taschino della sua giacca. “Ecco come da un giorno all’altro può cambiare la vita di un uomo, –pensava- ecco una di quelle storie che, secondo l’assurda logica di ogni uomo, devono necessariamente succedere agli altri e mai a noi stessi. Una di quelle storie incredibili che accaniscono le zitelle dei cosiddetti salotti per bene, dove tra una risatina e l’altra non si sa mai dove finisce la realtà di ciò che viene raccontato e dove inizia il pettegolezzo e la calunnia.”
Mentre la sua mente divagava si accorse che l’uscio era aperto. Forse la signora Morris aveva dimenticato di chiuderlo. Si avvicinò per farlo ma si avvide che stava per ricevere una visita.
Da lontano vide George Pynkerton e Robert Smith scendere dalla vettura. Lì per lì la vista dei due lo fece trasalire, poi l’espressione mesta dei loro volti gli fece capire che erano sinceramente addolorati. George si avvicinò a Jonathan appoggiandogli un braccio sulle spalle.
“Coraggio amico mio, -disse- sappiamo quanto sia stato duro per te questo colpo. Ma non devi abbatterti, sei un uomo forte e devi reagire. Noi siamo qui per aiutarti.”
George e Mr. Smith ascoltarono da Jonathan l’epilogo della sua disavventura poi con molto tatto tentarono di offrirgli del denaro ma non vi fu verso di convincerlo. D’altra parte George sapeva bene quanto fosse orgoglioso il suo vecchio compagno di scuola.
“Permettetemi di chiedervi come farete allo scadere dei cinque giorni che Low vi ha concesso, –chiese Smith- quando vi ritroverete senza una casa?”
“Non ne ho la più pallida idea. –rispose- La prima cosa da fare sarà vendere i miei due cavalli e la carrozza, un lusso che ormai non posso più permettermi di mantenere e poi i miei oggetti d’oro, ricordi di famiglia dai quali non mi sarei mai voluto separare ma solo in questo modo potrò ricavare un gruzzolo che mi permetterà di vivere per qualche tempo ma che di sicuro non mi permetterà di prendere in affitto una casa o una camera d’albergo.”
“Un momento, -rispose George- non hai bisogno di vendere le tue cose, le prenderò io in pegno ed in cambio ti presterò la somma corrispondente al loro effettivo valore. Così appena potrai restituirmi il denaro potrai riaverle.” “Io invece, -intervenne Smith- potrei risolvere il problema del vostro alloggio. Si da il caso che da oltre vent’anni io possegga una villa nel Berkshire. E’ molto grande, molto confortevole e dotata di ogni comodità. Potreste occupare una parte del primo piano, sono certo che vi trovereste bene.”
“Una villa nel Berkshire? –chiese Jonathan- perdonatemi se vi chiedo come mai non ve ne siete disfatto visto che vivete qui a Londra?”
“Comprendo la vostra perplessità ma, vedete, si tratta della casa in cui mi stabilii subito dopo aver contratto matrimonio e purtroppo è anche la casa in cui finì la mia povera, adorata moglie. Tra quelle mura tutto è rimasto esattamente com’era vent’anni fa. Di tanto in tanto ci torno, specialmente quando ho bisogno di restare un po’ da solo. Così mi metto a girare per le camere dove ogni angolo mi ricorda qualcosa di lei. Non vi nascondo che a volte ho persino l’impressione di sentire la sua voce ma solo per un attimo poi mi rendo conto che è semplicemente opera della mia mente. Avevo giurato a me stesso che quella casa sarebbe rimasta disabitata per sempre ma per voi sono lieto di fare un’eccezione, sono certo che anche la mia Margareth non si sarebbe comportata diversamente nei vostri confronti. Spero che raccontarvi di tutte queste mie manie non vi abbia intimorito dissuadendovi dall’accettare la mia proposta. –concluse Smith-
“Non avrei mai sperato tanto, -rispose Jonathan- ed in questo momento non riesco a trovare le parole giuste per dimostrarvi la mia riconoscenza, mi rendo perfettamente conto che ciò è grave per uno scrittore ma per ora accontentatevi entrambi di un semplice grazie unito alla promessa che se un giorno potrò, sarò felice di ricambiare questi due grandi favori.”
Nonostante le insistenze di George nel volerlo alla sua festa di capodanno, Jonathan rifiutò l’invito. Non aveva proprio nulla da festeggiare per cui l’ambiente gaio di una festa non poteva che rat-tristarlo ancora di più. Preferiva restarsene da solo nella sua casa forse per l’ultima volta prima di lasciarla per sempre.
Questa, l’assurda storia di quei cinque mesi che stavano per concludersi con la fine del 1899.

VI
La statuina di Faience

Jonathan aveva già sistemato le sue ultime cose in quattro grosse valigie: qualche abito, pochi insostituibili libri, tanta amarezza, i ricordi di una vita intera e tutti i suoi sogni ormai infranti.
Il giorno dopo sarebbe stato il 1 di gennaio del nuovo anno ed anche il giorno in cui scadevano i cinque giorni che Low gli aveva concesso per lasciare la casa con tutti gli annessi.
All’improvviso l’attenzione dello sfortunato scrittore, ancora fissa sulla fiamma del lume, fu attirata dal fragore proveniente dall’esterno. Si alzò dalla poltrona e raggiunse la finestra spalancandola.
In lontananza una miriade di bagliori provocati dai più variopinti e spettacolari fuochi pirotecnici. Estrasse l’orologio da taschino… era mezzanotte ed un minuto, ovunque si stava festeggiando il nuovo anno. Prese la bottiglia e si versò un abbondante whisky. Si stese sul divano fissando il soffitto mentre il rumore degli spari andava pian piano affievolendosi, la sua mente andava a ritroso negli anni in un susseguirsi di tanti ricordi di giorni felici vissuti fra quelle vecchie, amatissime mura. Il borbottio lontano si spense quasi del tutto, di tanto in tanto il vociare di qualche comitiva diretta ad una festa poi null’altro. Assalito dal torpore, Jonathan si addormentò.
“Ecco la vostra nuova dimora.” -disse Smith mostrando a Jonathan la sua vecchia villa-
Un enorme giardino circondava interamente l’edificio, così da renderlo isolato da ogni altra costruzione. La casa aveva un aspetto imponente e per quanto disabitata da più di vent’anni sembrava non essere stata mai abbandonata tanto era ben tenuta. Tutto era perfettamente curato, pulito ed impeccabilmente in ordine.
“Vedete dottor Newberry, -disse Smith- ogni settimana mando qui una squadra di operai che mi tengono la villa pulita ed in ordine, come vedete non avrete problemi di servitù, ma come farete per quanto riguarda il cibo, volete che vi mandi una cuoca?”
“Non preoccupatevi, -rispose Jonathan- non sarà necessario e poi sto già approfittando fin troppo della vostra ospitalità, so cavarmela benissimo da solo non dubitate.”
“Bene, -rispose Smith- prima di lasciarvi voglio mostrarvi il vostro alloggio, vi faccio strada.” Smith s’incamminò, seguito da Jonathan e da Lord Pynkerton, su una grande scala che conduceva al primo piano ed aprì la prima porta a sinistra.
“Ecco, qui c’è quello che una volta era il mio studio come vedete non manca nulla: una comoda scrivania, le poltrone, ed una fornitissima biblioteca. La porta che vedete di fronte conduce direttamente in camera da letto.”
“Ora vi lascio alle vostre faccende, –disse Smith dopo avergli mostrato sommariamente tutto il palazzo- …a proposito –soggiunse- sul retro della villa troverete la scuderia, non vi troverete cavalli o carrozze ma c’è ancora la mia vecchia bicicletta, potrà esservi utile per recarvi in paese nel caso in cui ve ne fosse bisogno. Arrivederci a presto.” –concluse-
“Ciao Jonathan -disse George- e, mi raccomando, abbi cura di te.”
I primi giorni di questa nuova vita furono interminabili, Jonathan era ancora stordito da quel turbinio di eventi in cui si trovò coinvolto ma, col passare dei giorni, riuscì a recuperare la forza sufficiente per andare avanti. Ora il suo unico obiettivo era tentare di riconquistare tutto ciò, che per un incomprensibile disegno della sorte, gli era stato tolto ma… l’impresa non era semplice.
Era il 15 gennaio e quella mattina si alzò di buon ora, faceva molto freddo ma l’aria era mitigata da un sole caldo, il cielo era terso. “Che bella giornata, –pensò aprendo la tenda della sua camera da letto- proprio quel che ci voleva per andare in città.“
Si vestì velocemente e prese la bicicletta di Smith. Doveva comprare un po’ di provviste e del tabacco per la sua pipa. In meno di un’ora era quasi al centro. Raggiunse la drogheria dove era solito acquistare la sua miscela di tabacco, spinse la porta del negozio verso l’interno facendo suonare il piccolo campanello sullo stipite.
“Buongiorno dottor Newberry, -disse il negoziante uscendo dal retro- è un bel po’ che non ci si vede.”
“Buongiorno Albert, -rispose Jonathan evasivamente- sono stato molto impegnato negli ultimi tempi…sapete il lavoro…”
Il campanellino suonò ancora e Jonathan si voltò istintivamente.
“Salve Lord Pynkerton, in che cosa posso servirla oggi?”– chiese Albert-
“Jonathan, -esclamò George- come mai da queste parti? Che fortunata circostanza. –soggiunse- Pensa che oggi pomeriggio sarei venuto a trovarti, ho delle ottime notizie da darti.”
“Mi incuriosisci.” –rispose lo scrittore-
Usciti dal negozio Jonathan, impaziente, chiese all’amico:
“Allora, mi dici di cosa si tratta o vuoi tenermi ancora sulle spine?”
“Ma certo. –rispose- Si tratta di lavoro, del tuo lavoro. Come tu ben sai le persone che conosco sono molteplici ed appartenenti ai più disparati ambiti lavorativi ma, in realtà, i veri amici si possono contare sulle dita di una mano. Uno di questi è John Stadelmann, proprietario del “London Tribune”. Ebbene, il consiglio direttivo di questo quotidiano, che tu conoscerai molto bene, ha deciso di inserire nelle pagine centrali del suo giornale, un romanzo a puntate da pubblicare settimanalmente a partire dall’ultimo giovedì di questo mese. Il compenso è di tutto rispetto, tremila sterline per ogni capitolo con una gratifica del trentacinque per cento nel caso di aumento di tiratura. E’ evidente che, appena ne ho avuto notizia, ho subito fatto il tuo nome che, essendo ormai noto, è stato subito accettato con enorme entusiasmo. Io, logicamente, non mi sono pronunciato, spetta a te decidere se accettare o meno. Ti prego solo di decidere velocemente, coloro che si sono candidati sono tanti e i tempi fin troppo brevi. Se decidi di accettare dovrai metterti subito al lavoro.”
“Non chiedo di meglio.” -rispose-
Jonathan era al massimo dell’entusiasmo, finalmente qualcosa di buono si delineava all’orizzonte. In meno che non si dica si recò alla redazione del giornale per concludere il contratto. Il direttore lo accolse con grande ammirazione e simpatia. Avere la collaborazione di uno scrittore del suo calibro avrebbe certamente attirato la curiosità dei lettori. Il giornale, quindi, ne avrebbe tratto notevoli benefici.
“Il nostro quotidiano gode già di un notevolissimo successo –disse il direttore- ma, con il suo apporto, contiamo di aumentare la tiratura almeno del trenta percento.”
Il lavoro di Jonathan riprese a pieno ritmo. In soli due mesi riuscì a guadagnare oltre diciottomila sterline. La trovata del romanzo a puntate ebbe un successo strepitoso, ogni giovedì il giornale andava letteralmente a ruba e la tiratura aumentò del quaranta per cento in soli due mesi. Jonathan era motivato ed entusiasmato. Lavorava senza sosta ed i risultati erano sempre più gratificanti.
Scrisse ad Elisabeth per comunicarle la buona notizia e per dargli il suo nuovo indirizzo. Chissà, forse il giorno in cui sarebbero ritornati insieme, non era poi tanto lontano.
Jonathan, di buon mattino si era recato al giornale per consegnare ben quattro puntate del suo romanzo, il lavoro completo dell’intero mese successivo. Stadelmann gli aveva firmato un assegno per quindicimila sterline, la vita stava tornando a sorridergli. Prima di tornare a casa passò per il piccolo ma fornitissimo negozio di Albert Ferguson, che dietro al banco era indaffarato a sistemare dei nuovi arrivi sugli scaffali stracolmi dei più svariati oggetti.
“Buon giorno Albert, –disse Jonathan – merce nuova a quanto pare.”
“Proprio così. –rispose- Vede, dottor Newberry, mi è capitato un buon affare come vede. Si tratta di alcuni oggetti appartenuti ad un anziano signore, mio vecchio cliente. Il pover’uomo si è spento circa una settimana fa… che Dio l’abbia in gloria. I suoi nipoti hanno ereditato la sua casa, una piccola fortuna raccimolata nel corso degli anni e diverse cianfrusaglie come queste che hanno venduto a me. Ma lei era venuto per acquistare qualcosa, non è vero?”
“Già rispose Jonathan, volevo…” Ma non riuscì a finire la frase. La sua attenzione fu attratta da un oggetto che Albert aveva appena estratto dalla grossa scatola di cartone che aveva davanti. “Siate gentile –disse Jonathan- lasciatemela osservare da più vicino.”
“Cosa, questa statuina azzurra?” –rispose Albert-
“Si, proprio quella.”
Quando l’ebbe tra le mani, Jonathan inforcò gli occhiali e la osservò minuziosamente voltandola più volte su se stessa. L’oggetto era di un bellissimo colore azzurro con dei riflessi verde acqua; al tatto era liscia, come levigata dal tempo. Jonathan ricordava di aver visto qualcosa di molto simile a casa di Robert Smith, nella famosa sala egizia. Non riusciva a capirne il motivo ma quell’oggetto inconsueto lo affascinava.
“Spero sia in vendita, -disse- avrei intenzione di acquistarla.”
“Non saprei neanche darle un prezzo, -rispose Ferguson- come le ho già detto ho comprato questi oggetti in un unico blocco.”
“Vi darò cinquanta sterline.” –disse Jonathan-
“Non avrei mai osato chiederle tanto… Vorrà dire che io insieme alla statuina le darò una bella scorta del suo tabacco. A proposito, ancora non mi ha detto di cosa aveva bisogno.“
“Già, è vero, ero venuto a comprare del lucido per i miei stivali.” –rispose-
Uscì dal negozio col suo pacchetto sottobraccio e, soddisfatto del suo acquisto, si diresse verso casa. Magari, quell’oggetto proveniva da un’antica tomba egizia o forse era solo una di quelle tante imitazioni che si trovano a decine sulle bancarelle dei bazar del Cairo, ma come fare per scoprirlo? La biblioteca che Smith aveva messo a sua disposizione contava certamente numerosi trattati di egittologia, era proprio da questa che sarebbero partite le sue ricerche.
Nel pomeriggio Jonathan cominciò sistematicamente a consultare tutti i libri di egittologia che si trovavano nella biblioteca di Smith ma, considerando il gran numero di libri, l’impresa avrebbe richiesto tempo e pazienza. Finalmente, dopo molte ore di ricerca emersero i primi indizi.
Un bellissimo disegno sembrava essere l’esatta riproduzione della statuina di Jonathan.
“Eccola, è proprio lei.” –Pensò- La didascalia recitava: Statuina rispondente facente parte del corredo funerario di Userankh Grande Sacerdote di Osiride. Datazione 1550 a. C. Provenienza Valle dei Nobili. Secondo la storia narrata nel libro, pare che la tomba di questo illustre personaggio, subì il primo saccheggio già dopo poco tempo dalla sua sepoltura. Alcuni dei profanatori furono scoperti e giustiziati, mentre solo uno di loro riuscì a sfuggire alle guardie.
Il sepolcro quindi fu chiuso nuovamente ma una parte del corredo funerario andò perso con il fuggitivo. La tomba fu poi riscoperta da alcuni esploratori inglesi nel 1825 ma non riuscirono a recuperare alcun reperto. Pare, infatti, che due di loro rimasero vittime dell’improvviso crollo della volta di un corridoio d’accesso.
Dopo quell’episodio il sepolcro del Gran Sacerdote Userankh non fece più parlare di se.
Jonathan chiuse il grosso volume e lo ripose. Tutto faceva supporre che la statuina di cui era venuto in possesso poteva far parte dei pochi oggetti trafugati dal saccheggiatore fuggito. Ma come poteva un oggetto nato nell’antico Egitto essersi conservato intatto per ben 3450 anni e poi ritrovarsi in Inghilterra agli inizi del 1900? Robert Smith, ecco chi avrebbe potuto aiutarlo a trovare una risposta!
Il giorno dopo Jonathan si levò, come al solito, molto presto e dopo colazione prese la sua statuina, gli appunti su Userankh e senza indugiare si diresse alla Villa di Smith.
“Qual buon vento Dottor Newberry. –disse l’eccentrico americano- Scusatemi se mi trovate ancora in vestaglia, ma vi prego accomodatevi in salotto prenderemo il caffè insieme.”
Smith si congratulò con Jonathan per il successo ottenuto con il suo nuovo lavoro al London Tribune, poi gli chiese della casa nel Berkshire e di come si trovasse a vivere da solo. Quando ebbe esaurito i convenevoli disse:
“Ho l’impressione che la vostra graditissima visita abbia comunque uno scopo ben preciso, nei vostri occhi leggo un quesito al quale non riuscite a dare una risposta. Ditemi quindi qual è il vostro dilemma.”
Jonathan estrasse la pipa e la caricò senza accenderla e la portò alle labbra aspirando il tabacco per assaporarne l’aroma. Un classico atteggiamento che assumeva quando voleva celare il proprio imbarazzo.
“Siete un attento osservatore, –rispose- è quindi inutile negare che avete colto nel segno ma si tratta di semplice curiosità e nessuno meglio di voi potrebbe far luce su questo piccolo, insignificante interrogativo che da ieri mi assilla. E’ insito nel mio carattere indagare a fondo quando qualcosa sfugge alla mia comprensione. .
Aprì la sua borsa ed estrasse il piccolo incarto, lo disfece delicatamente portando alla luce il suo fortuito acquisto.
Smith lo guardò per un attimo soltanto esclamando:
“La diciottesima dinastia.”
“Diciassettesima, –rispose Jonathan- non perché ne sappia più di voi ma è la datazione che questo vostro libro le attribuisce.”
Così dicendo gli porse il libro trovato nella sua stessa biblioteca. Smith osservò a lungo l’Ushabti confrontandolo con l’illustrazione poi s’immerse nella lettura distogliendo di tanto in tanto lo sguardo dalle pagine per rivolgerlo all’oggetto che teneva ancora nella mano destra.
Di tanto in tanto, scuotendo la testa, assumeva espressioni di dissenso come colui che legge qualcosa che è in netto contrasto con le proprie convinzioni.
“Seguitemi”. –disse Smith come in preda ad un’improvvisa eccitazione-
Si alzò di scatto e fece cenno a Jonathan di seguirlo. Si incamminò velocemente sullo scalone avviandosi verso i piani alti, tanto velocemente che Jonathan non riusciva a stargli dietro. Lo studio di Smith, a dispetto di quanto ci si potesse aspettare, era relativamente piccolo ma molto accogliente. Gli scaffali, colmi di libri, ricoprivano interamente ognuna delle pareti. Qui e là oggetti di fattura egizia facevano bella mostra di se. Smith si sedette dietro alla scrivania Luigi XV, ne aprì un cassetto per prendere una grossa lente d’ingrandimento. Jonathan lo osservava incuriosito mentre con la statuina tra le mani cominciò a tradurre dai geroglifici pronunciando una strana cantilena:
“O tu, magico Ushabti, ascoltami! Se io sarò convocato, se io sarò condannato ad eseguire dei lavori di ogni sorta, come quelli che si fanno compiere agli spiriti dei morti nell’Aldilà, sappi dunque, o magico Ushabti, in quanto tu possiedi attualmente quegli utensili ad essi destinati, obbedisci alle parole dell’uomo, che nel suo bisogno ordina! Sostituiscimi al cospetto dei sorveglianti del Duat: alla semina dei campi, all’irrigazione dei canali, al trasporto della sabbia dall’est all’ovest. Tu quindi obbedisci rispondendomi. Eccomi… Io attendo i tuoi ordini. ..
Io traverso l’Abisso liquido che divide i due Rehuy. Io son giunto; che mi vengano dati i campi dell’Osiride”…
“E’ il quarto capitolo del libro dei morti.” -disse Smith con aria di sufficienza-
Jonathan rimase impressionato, Smith non era un semplice collezionista di arte egizia con cognizio-
ni puramente accademiche ma un autentico esperto.
“Scusami Robert, –disse Joanthan correggendosi subito, scusatemi Smith, non era mia intenzione darvi del tu”
“Era ora di abbandonare la rigidità e l’etichetta, ti prego Jonathan diamoci del tu. –rispose interrompendolo – Tanto più che, a quanto vedo, la mia passione è riuscita a penetrare in qualche modo nella tua mente nevvero?”
“Proprio così, -rispose Jonathan- e non ti nascondo che in tutto ciò che mi è accaduto in questi ultimi tempi l’unico lato positivo e quello di averti conosciuto. Ora però spiegami il perché del tuo evidente disaccordo con quanto leggevi a proposito di quell’Ushabti.”
“C’è un madornale errore per quanto concerne la datazione del manufatto. –rispose- Sulla parte frontale della figurina, c’è il cartiglio recante il nome di Amenofi I, il primo re della diciottesima dinastia, non certo la diciassettesima, come affermano gli studiosi di questo libro quindi parliamo del 1540 avanti Cristo circa, il che non è da trascurare. Comunque sia, aver imparato a leggere i caratteri geroglifici, dopo tutto, è servito a qualcosa come vedi. Ma c’è di più –soggiunse- questa piccola incrinatura che attraversa orizzontalmente tutto l’oggetto. Ebbene, ciò significa che esso è stato incollato, in qualche modo ma, quel che è strano è che sembra quasi che la lesione sia stata provocata volontariamente in punti prestabiliti in modo da occultare l’esistenza della lesione. Guarda tu stesso.”
“E’ vero, –disse Jonathan dopo aver osservato attraverso la lente- ma non capisco cosa può significare.”
Robert prese la statuina e la percosse leggermente con il pesante manico della lente provocando uno strano suono.
“Ecco cosa c’era di strano che non riuscivo a capire fin dal primo momento che l’ho avuta tra le mani. –disse Jonathan- Mi sembrava troppo leggera ma credevo che lo fosse a causa del materiale con il quale era stata plasmata. Invece essa è cava, il suo interno è vuoto, non è così forse?” “Esattamente, –rispose Robert- ed io me ne ero accorto immediatamente.”
Jonathan allungò la mano per riprendere la statuina che però, gli sfuggì fatalmente dalle dita rovinando al suolo. L’oggetto si spezzò in due esattamente nel punto già incrinato. I due amici poterono constatare che il suo interno era davvero cavo ma quella cavità celava qualcosa. Un piccolo rotolo di carta, anzi un piccolo papiro. Smith lo afferrò immediatamente per evitare che finisse tra le mani di Jonathan lo appoggiò delicatamente sulla sua scrivania raccomandando a Jonathan di non toccarlo. Si allontanò per ritornare dopo un solo minuto con un piccolo recipiente di rame colmo d’acqua. Lo avvicinò alla fiamma del camino finchè l’acqua non raggiunse l’ebollizione poi avvicinò il piccolo rotolo di papiro al denso vapore e pian piano il rotolo come per magia si aprì.
“Vedi, -disse Robert- se non avessi usato questo espediente quel vecchio papiro si sarebbe ridotto in pezzi.”
Quando Robert cominciò ad esaminare il documento attraverso la sua lente, il suo volto assunse un’espressione dapprima entusiasta poi enigmatica.
“La pianta di una antica tomba?… possibile?” –disse sottovoce-
Jonathan rimase allibito, quasi incredulo.
“E’ proprio vero? –disse- ne sei certo?”
“Puoi scommetterci rispose Smith, non ho dubbi sull’autenticità di questo papiro. Quel che mi lascia perplesso è l’esistenza stessa di un simile documento, a quale scopo stilare una mappa per poi nasconderla in un Ushabti. Si tratta certamente di un caso isolato e quantomeno inusuale per un egiziano antico. Essi, infatti, cercavano di mantenere il più totale segreto sull’ubicazione delle loro tombe. Potrebbe averla disegnata qualcuno con l’intenzione di penetrare nell’ipogeo per saccheggiarlo, forse proprio un membro della squadra dei costruttori. Infatti la mappa presenta dei passaggi secondari che aggirano il cunicolo principale, quasi come per evitare delle trappole, dei trabocchetti.“
“Ma potrebbe essere anche l’inverso, –osservò Jonathan- vale a dire qualcuno che voleva divulgare una mappa riportante indicazioni errate che avrebbero potuto condurre gli eventuali profanatori verso le trappole mortali per evitare saccheggi.”
“Potrebbe anche darsi. –rispose Smith- Ma capisci che, se quei dati fossero esatti, per te ci sarebbe gloria e ricchezza a profusione. Per non parlare della tua fama di scrittore, la notizia di un simile ritrovamento ti renderebbe celebre in tutto il mondo in men che non si dica.”
“Non dirmi che stai pensando ad una spedizione in Egitto.” -Disse Jonathan-
“Non dirmi che non ti piacerebbe. Non ti entusiasma l’idea?” –rispose Smith-
“Non lo nego infatti. L’idea di una spedizione in Egitto mi alletta eccome ma, stavolta, non mi lancerò a capofitto in un’avventura senza aver prima ben valutato i pro ed i contro di una simile esperienza. Purtroppo l’ultima disavventura mi ha insegnato a non lasciarmi sopraffare dall’entusiasmo.”
“Non posso certo darti torto, –disse Smith- dopo tutto quel che ti è accaduto capisco il tuo punto di vista anche se non lo condivido. Ora però promettimi che penserai seriamente a questa opportunità, organizza il tuo lavoro in modo da poterti allontanare per sette o otto mesi, per poter eventualmente partire.”
Smith si avvicinò alla sua scrivania aprì un cassetto e prese una strana chiave.
“Questa è la chiave della cassaforte che si trova dietro al quadro sopra al camino del tuo studio nella mia villa nel Berkshire, prendila ti servirà per custodire la mappa.”

VII
La valle dei nobili

In poche settimane Jonathan riuscì a completare le ultime puntante del romanzo da pubblicare. In questo modo avrebbe avuto tutto il tempo necessario per realizzare la spedizione in Egitto, senza compromettere né il suo lavoro né il giornale. Ormai la decisione era stata presa, bisognava solo espletare gli ultimi preliminari. Per prima cosa si recò al giornale e dopo aver consegnato il lavoro informò Stadelmann della sua imminente partenza, spiegandogli sommariamente i motivi che lo spingevano in quella terra lontana e pregandolo di non farne parola a nessuno. Stadelmann sembrava elettrizzato da quella notizia. Se la spedizione avrebbe avuto esito positivo, il London Tribune sarebbe stato il primo quotidiano a pubblicare la notizia della scoperta. Stadelmann decise quindi di contribuire alla spedizione con un assegno di trentamila sterline, in cambio Jonathan gli promise che avrebbe trascritto in un diario, passo dopo passo, ogni fase del viaggio ed ogni progresso delle ricerche. Anche se Elisabeth lo aveva pregato di non cercarla, Jonathan non poteva partire senza riabbracciare lei e la piccola Rosemary. Senza pensarci oltre si diresse verso l’abitazione di suo suocero, il Dott. Hatton. Giunse all’uscio trepidante ma non esitò. Una voce familiare dall’interno domandò chi fosse, era quella della vecchia signora Morris.
“Sono io, -rispose- Jonathan Newberry.”
La donna aprì la porta con gli occhi arrossati dalle lacrime.
“Dottor Jonathan, -disse abbracciandolo- siete proprio voi! Finalmente, perché avete aspettato tanto prima di decidervi a venire da noi?”
Lui, emozionato non ebbe il tempo di risponderle. La voce di Rosemary attirò tutta la sua attenzione. Egli la vide correre verso di lui con le braccine spalancate, subito dietro di lei la sua bella Elisabeth. In un attimo si trovarono avvinti l’uno all’altra in un commovente abbraccio.
Per alcuni attimi nessuno riuscì a parlare, poi, singhiozzando la piccola Rosemary disse: “Papà…Papà, sei tornato, ora ci riporterai a casa non è vero?”
“Si, tesoro, sono tornato… -rispose- ma devo ripartire subito. Tu però stai tranquilla, tornerò presto e al mio ritorno vi porterò tutti a casa.”
Una volta rifattisi dall’emozione, Elisabeth prese amorevolmente Jonathan per la mano conducendolo nel salotto.
“Sono felice che tu sia venuto, -disse- se non lo avessi fatto tu, domani stesso sarei stata io a venire da te. Ma ora raccontami, leggo nei tuoi occhi che ci sono grosse novità o sbaglio?” Jonathan le raccontò delle grandi soddisfazioni che il nuovo lavoro gli aveva procurato e degli ottimi riscontri economici che ne stava ricavando. Della statuina acquistata, del papiro nascosto e della spedizione che avrebbe intrapreso.
“Sono sicura che tutto andrà bene. –disse Elisabeth- Spero che al tuo ritorno possa farti anch’io una bella sorpresa, ma per ora non posso dirti altro. Tu comunque abbi cura di te, ricorda della promessa che hai fatto a nostra figlia.”
“Non temere, non vi deluderò.” –rispose-
Le parole di Elisabeth lo avevano pervaso della speranza di potersi riunire e di una nuova fiducia nel futuro. Ma quale gradita sorpresa aveva in serbo per lui?
Giunto alla villa di Smith lo trovò già indaffarato nel preparare i bagagli per quel lungo viaggio.
“Arrivi a proposito, -disse Smith- avrai bisogno di una buona attrezzatura ed io sono ben equipaggiato. Per quanto concerne il vestiario dovrai comprare degli abiti adeguati al caldo africano ed alle sabbie del deserto. Ora però datti da fare, corri a casa e prepara i tuoi bagagli. Ho già prenotato i biglietti, dopodomani si parte…A proposito non dimenticare la mappa,”
Eccitato come un ragazzino Jonathan preparò tutto quanto poteva servirgli durante la permanenza in Egitto. Quindi accompagnato da Smith si recò ad acquistare degli abiti comodi e leggeri. Finito il giro di compere i due amici decisero di far visita a Lord Pinkerton. Nulla di più facile che anche lui si fosse aggregato all’avventurosa spedizione.
“Non immaginate quanto vi invidio. –disse- George- Se non avessi anche io una importante indagine da svolgere, partirei senz’altro con voi. Non è detto, però, che tutto non si risolva in breve tempo. Nel qual caso vi raggiungerò immediatamente. Non dimenticate, appena arriverete al Cairo, di comunicarmi il nome dell’albergo in cui alloggerete. Per ora vi dico semplicemente in bocca al lupo e a presto!”
Erano le sei del mattino. Smith, preciso come un cronometro, scendeva dalla sua auto ma Jonathan
da dietro ai vetri della finestra lo aveva già visto. Anche lui era pronto, scese velocemente le scale per raggiungere l’ingresso. Le sue valigie, pronte anche quelle, erano vicino alla porta. Jonathan aprì l’uscio e Christopher, il maggiordomo di Smith, le prese e le caricò. Dopo aver chiuso a chiave la porta di casa, salì a bordo l’auto partì diretta alla stazione. Così aveva inizio quella strana avventura.
La stazione di Londra, alle nove di quel venerdì mattina, era come un alveare. Jonathan e Smith salirono sul vagone di prima classe del treno delle nove e ventisette. Christopher, aiutato dai facchini aveva già sistemato i bagagli nelle cabine. Il fedele domestico avrebbe seguito i due per tutta la durata della spedizione. Per Christopher non era la prima volta e certamente neanche l’ultima. Egli era talmente abituato a questi lunghi viaggi che Smith non aveva alcun bisogno di impartirgli delle direttive.
“Vedi Jonathan, -disse Smith- il nostro Cristopher sebbene nato in Francia è cresciuto e vissuto per più di trent’anni al Cairo, sua madre era egiziana e rimase vedova quando lui aveva soli dieci anni. Da quel giorno lasciarono la Francia e ritornarono in Egitto. Fu proprio lì che lo conobbi. Lavorava come guida turistica grazie alle sue conoscenze linguistiche ed alla profonda esperienza su quei luoghi. Mi accompagnò durante le mie prime esplorazioni e notai subito la sua preparazione. Quando lo conobbi meglio, mi accorsi che era una persona seria, onesta e degna di fiducia e feci di tutto per averlo con me. Oggi più che il mio maggiordomo è il mio primo consigliere e, molte delle mie conoscenze archeologiche le devo proprio ai suoi insegnamenti.”
Nello stesso istante il capostazione annunciava la partenza del treno “prima destinazione Dover.”
Il lungo fischio, poi lo stridio dovuto all’attrito delle ruote con le rotaie ed il ritmico incrociarsi con le traverse dapprima più lentamente poi ad intervalli sempre più veloci fino a raggiungere la velocità massima ed un ritmo costante.
“E’ da molto tempo che avrei voluto chiederti una cosa, –disse Smith mentre il treno sferragliava a tutto vapore- ma non ho osato farlo prima per non girare il coltello nella piaga. Ma ora che tutto va per il meglio posso farlo. Si tratta di Low. Ricordo che mentre giocavamo a carte ci fissava con uno sguardo molto strano ma la cosa straordinaria e che se ora ripenso a tutto ciò che accadde durante quelle due maledette serate, nella mia memoria manca un tassello del mosaico. E’ come se mi fossi allontanato dal tavolo da gioco per parecchi minuti ma in realtà non mi mossi neanche per un istante. Quando ne parlai con Pynkerton rimasi stupefatto, anche lui aveva avuto questa strana, momentanea assenza mentale.”
“Cosa penseresti, –rispose Jonathan- se ti dicessi che anch’io sono stato vittima di questo straordinario fenomeno?”
“E’ incredibile, –rispose Smith- non riesco a dare una spiegazione a tutto ciò.”
Seguirono alcuni secondi di silenzio poi la porta dello scompartimento si aprì e Christopher annunciò che nel vagone ristorante stava per essere servita la cena. Il giorno dopo il treno fermò alla stazione di Dover, da dove sarebbe partita la nave che attraverso lo stretto di Calais avrebbe raggiunto Boulogne Sur Mer. Poi ancora un treno per raggiungere Parigi ed ancora oltre, attraverso tutta l’Italia fino al porto di Bari, dove finalmente con una grande nave da crociera avrebbero raggiunto Luxor. Il viaggio fu quanto mai lungo ma ne era valsa la pena. Dal ponte della nave Jonathan ammirava lo stupendo paesaggio che si offriva ai suoi increduli occhi: le placide acque del Nilo costeggiate da una striscia verdeggiante in contrasto con il giallo della sabbia del deserto mentre sul fondo la rossa cornice delle rocce maestose dei monti libici. Era quasi al tramonto, si sentiva l’odore rovente della terra battuta dal sole ormai calante mentre una brezza fresca e lieve faceva ondeggiare dolcemente le foglie dei sicomori. Jonathan provò una sensazione indescrivibile di pace e di appagamento. In quell’atmosfera incantata sembrava ancora udirsi in lontananza il suono dei flauti e delle arpe intonare un’aria melodiosa in onore di qualche grande sovrano o di una giovane principessa.
La voce di Robert riportò Jonathan alla realtà.
“Preparati, amico mio, –disse- il nostro viaggio è giunto all’ultima tappa, ancora pochi minuti ed approderemo a Luxor.”
I tre trovarono una sistemazione provvisoria per consumare una buona cena e per passare la notte, il giorno dopo avrebbero raggiunto i loro alloggiamenti all’Hilton del Cairo che Smith aveva preventivamente prenotato. Arrivarono all’Hilton che era quasi notte ma nessuno dei tre sembrava avvertire minimamente la stanchezza di un viaggio tanto lungo. Sistemarono con calma i bagagli nelle rispettive camere quindi si riunirono nella suite di Smith per discutere sul da farsi.
“Proporrei di dare inizio alle ricerche tra un paio di giorni, giusto il tempo per riposare un po’, –propose Smith- inoltre abbiamo bisogno di un paio di uomini che ci aiutino negli scavi. C’è bisogno di persone che conoscano bene le zone desertiche ed io so dove ed a chi rivolgermi, basterà offrire loro pochi soldi al giorno. Domattina stessa andremo ad ingaggiarli.”
Il mattino seguente in abiti di candido lino i tre avventurieri si diressero verso la via del bazar alla ricerca di due uomini, gli stessi che avevano accompagnato Smith durante le sue numerose escursioni in quella terra. Jonathan si sentiva quasi a disagio vestito semplicemente di un paio di pantaloni e di una camicia a mezze maniche ma i suoi abiti londinesi in quel paese oltre a renderlo ridicolo lo avrebbero soffocato. La temperatura doveva sfiorare i trenta gradi ed erano solo le sette del mattino. Intanto la sua attenzione era completamente catturata dalle migliaia di manufatti esposti in quel coloratissimo Bazar che si estendeva ai due lati della strada. Oggetti degli più svariati materiali: alabastro, rame, porfido, calcite, arenaria, legno di cedro e di sicomoro ed una moltitudine di riproduzioni in papiro. Zakaria e Selim, venditori ambulanti, riconobbero subito l’eccentrico Smith.
“Salam Effendi.” –dissero quasi in coro- Il dottor Smith, tornato nella nostra terra, ha forse bisogno di noi?”
“Salute a voi. –rispose-
Smith illustrò ai due uomini la ragione per cui lui ed i suoi amici si trovavano in Egitto, quindi espose loro un approssimativo piano di lavoro senza mai entrare in dettagli che avrebbero potuto suscitare la loro avidità. Infine, si aprirono le trattative sul salario che gli sarebbe stato corrisposto. Smith che non era certo a digiuno sugli usi e sul carattere della gente del luogo, fece quindi la sua prima offerta che era ben al di sotto di quanto realmente poteva offrire. Sapeva perfettamente che non doveva togliere loro il gusto di mercanteggiare. Alla fine la somma stabilita era più o meno quella che Smith aveva già preventivato. Il piccolo papiro dell’Ushabti parlava di una valle tra le sabbie del deserto occidentale era molto vaga come informazione ma Smith sapeva che un personaggio come un gran sacerdote della XVIII dinastia doveva trovarsi certamente in quella che negli ultimi tempi veniva definita come “la valle dei nobili” e fu proprio in quell’arida conca che stabilì il loro accampamento. Quando essi vi giunsero a dorso di cammello, Jonathan ebbe l’immagine di come sarebbero vissuti nei prossimi giorni.
“Ecco il nostro quartier generale.” –disse Smith-
Selim e Zakaria avevano già innalzato due grosse tende e lì davanti, una serie di pietre erano disposte in cerchio. Si trattava, con ogni probabilità, di ciò che avrebbe costituito un rudimentale camino, una fonte di luce per la notte e il fuoco della cucina. Gli uomini stavano ancora sistemando le scorte d’acqua nelle rispettive tende, mentre sul dorso dei cammelli erano ancora caricate una serie di attrezzi da scavo, alcune lanterne ad olio e delle grosse ceste di vimini. Lo scrittore era esausto dal gran caldo e sfinito per quel lungo viaggio tra le sabbie sulla gobba di quello strano animale che avanzava ondeggiando. Aveva l’impressione di aver navigato sopra un mare in tempesta.
“Hai la nausea vero? –chiese Smith- Non farci caso, –soggiunse- capita a tutti i primi giorni.“
Il tramonto stava già tingendo di rosso il cielo infuocato, sembrava che una macchia gigantesca di sangue vermiglio si diffondesse in quel cielo azzurro creando milioni di sfumature astratte, af-fascinanti ed enigmatiche, come affascinante ed enigmatico era tutto il contesto di quella terra stupefacente. Dopo aver consumato la cena i tre esploratori si riunirono nella loro tenda. Smith chiese a Jonathan di passargli la mappa e l’altro dopo aver estratto dalla borsa una copia da lui stesso riprodotta nei minimi particolari, gliela porse.
“Ottimo lavoro. –disse Smith- Una riproduzione davvero pregevole.” -soggiunse-
Poi prese il foglio e lo osservò a lungo quindi rivolgendosi ai compagni disse:
“Il documento parla dell’ubicazione della tomba ma, purtroppo, lo fa in modo molto sibillino. State a sentire cosa dice:
…ho lanciato una pietra in quell’ora del giorno in cui Ra sorge dalle sue ceneri dopo aver sconfitto Apopi il malefico serpente dell’est. Ho lanciato quella pietra nel punto in cui sgorga l’acqua che non disseta e che non rinfresca dalla calura. Ho mirato a quella pozza d’acqua prima che essa sparisse ed è proprio in quel punto che io architetto di Userankh e custode del suo segreto ho edificato la sua casa per l’eternità.”
“Sembra una sorta di indovinello, -esclamò Jonathan- una specie di caccia al tesoro.”
“Potrebbe anche trattarsi di un semplice promemoria per se stesso.” –rispose Smith-
“Sarà come trovare un ago in un pagliaio.” –osservò Jonathan-
“Se la fortuna ci assiste e la mia teoria è esatta sarà più facile di quanto ci si possa aspettare.” –concluse Smith-
Il mattino seguente i cinque della spedizione di destarono che era ancora buio. Selim e Zakaria iniziarono a sondare il terreno delle zone circostanti seguendo le indicazioni di Smith ma in realtà si trattava solo di un espediente per allontanare momentaneamente i due scavatori.
“E’ ancora presto, –disse l’americano- ancora qualche ora e forse sapremo in quale direzione orientare le nostre ricerche.”
Intanto la calura cominciava a farsi insopportabile, Jonathan si accese la pipa riparandosi all’ombra della loro tenda. Smith, invece giocherellava con un sasso lanciandolo in aria e riprendendolo al volo. All’improvviso gridò esultante.
“Ci siamo… ci siamo, signori miei! Osservate in direzione del sole, ai piedi di quella duna.” Jonathan e Christopher si precipitarono di corsa verso Smith e quando gli furono accanto diressero lo sguardo in prossimità del punto indicato dall’americano. I due rimasero stupefatti: ai piedi di una piccola duna, esattamente sotto il disco dorato del sole, scintillava una piccola pozza d’acqua.
“Ho lanciato quella pietra nel punto in cui sgorga l’acqua che non disseta e che non rinfresca dalla calura. Ho mirato a quella pozza d’acqua prima che essa sparisse.”
E così dicendo Smith lanciò il sasso che aveva ancora tra le mani in direzione del miraggio che in pochi secondi sparì. Senza altri indugi Smith piantò un paletto, sul quale aveva fissato il suo fazzoletto, nel punto in cui era caduto il sasso ed un altro nel punto in cui aveva avvistato il miraggio. Subito si armarono di pale e cominciarono a scavare lungo quella linea immaginaria. Le ore passavano ed il sudore sgorgava copiosamente dalle loro fronti. La sabbia sollevata dagli scavatori di posava sui loro volti madidi e bruciati dal sole.
“Sarà meglio che tu vada a ripararti, -disse Smith- il tuo organismo non è abituato a queste torride temperature, tantomeno la tua pelle chiara. Rimanere al sole potrebbe essere molto pericoloso.”
Jonathan annuì e si diresse stancamente verso la tenda. Aveva mal di testa ed una forte nausea. Si sciacquò il viso bagnandosi i capelli poi si distese sulla sua branda.
Intanto gli altri quattro pur avendo lavorato alacremente, non avevano ottenuto alcun risultato. “Sabbia, solo sabbia…maledizione!” –esclamò Smith- Ormai la luce del giorno sta per abbandonarci, non ci resta che rimandare tutto a domani.” –concluse-
Mentre Selim e Zakaria si apprestavano ad accendere il fuoco, Smith e Christopher entrarono in tenda, dove Jonathan dormiva profondamente. Smith si avvicinò a lui e gli poggiò una mano sulla fronte.
“Ha la febbre alta. –disse- E’ restato troppo tempo al sole, c’era da aspettarselo.”
Christopher prese il suo zaino, aprì un piccolo taschino ed estrasse una bustina bianca.
“Una dose di questo farmaco lo aiuterà a star meglio. -affermò- Naturalmente dovrà rimanere quì al riparo almeno per un paio di giorni. Stasera dopo cena gli somministreremo il medicinale.” All’indomani mattina Jonathan si sentiva già molto meglio, la febbre era calata notevolmente. Pertanto osservava, dall’interno della tenda, i compagni di spedizione che in lontananza continuavano a spalare sabbia senza sosta. Avrebbe voluto essere insieme a loro ma ora doveva pensare a guarire, un comportamento azzardato poteva compromettere la sua salute e, di conseguenza, la spedizione stessa.
Altri due giorni passarono prima che Jonathan si ristabilisse completamente. Le ricerche prosegui-vano a ritmo serrato, ma della tomba di Userankh neppure una traccia. La sfiducia ed il malumore stavano pian piano penetrando nei loro animi. Altri dieci giorni di faticose ricerche erano passati, l’acqua cominciava a scarseggiare, così come pure i viveri. Selim e Zakaria avrebbero dovuto raggiungere la capitale per approvvigionarsi del necessario se si voleva continuare nelle ricerche e negli scavi. Ormai la tentazione di abbandonare l’impresa era sempre più forte ma nello stesso tempo la mente di Jonathan rifiutava l’idea del suo ritorno a casa riportando una seconda, bruciante sconfitta. Non poteva immaginare di riabbracciare i suoi cari dopo aver intrapreso una spedizione che gli aveva fruttato solo l’ennesima delusione. Se in quell’immensa distesa di polvere esisteva davvero una antica tomba, egli l’avrebbe scovata.
Quando fu sera i tre esploratori si riunirono intorno al fuoco dando fondo a quel che restava delle loro provviste. Il loro morale era a terra, il silenzio regnava in quella vallata ormai scura ed impenetrabile, rotto soltanto dal crepitio del fuoco e dall’ululato di qualche coyote. Jonathan fissava il fazzoletto sull’asta piantata da Smith, dondolare al lieve vento della sera. La fiasca del Whisky passò di mano in mano e di labbra in labbra.
Christopher ruppe quell’atmosfera tesa ed insostenibile
“Non credo che le nostre fatiche siano andate completamente perdute, –disse- forse è solo questione di qualche metro in più o in meno. D’altra parte anche coloro che costruivano le antiche tombe egizie, sapevano dove iniziavano gli scavi ma non potevano prevedere dove questi terminassero, anche a causa della diversità di consistenza delle rocce di questa valle, a tratti solidissima ed a tratti friabile e cedevole.”
“Dio mio, forse questa potrebbe essere la soluzione di tutto il mistero. -disse Jonathan come improvvisamente illuminato- Ascoltatemi dunque. Il vecchio papiro parla di una pietra lanciata in un punto da cui il costruttore della tomba avrebbe iniziato i lavori di edificazione della stessa se ricordo bene.”
“Esattamente –rispose Smith.”
“Ebbene, –continuò Jonathan- supponiamo che la parte iniziale, cioè l’ingresso della tomba fosse stata scavata in un punto in cui la roccia era di buona consistenza. Supponiamo altresì, che si fossero trovati improvvisamente di fronte ad un muro di roccia friabile, dopo aver portato l’avanzamento degli scavi ad un punto in cui il dispendio di tempo e di lavoro degli uomini era divenuto tale e tanto da non poterci più rinunciare per ricominciare i lavori in un altro luogo. L’unico tentativo logico, quindi, sarebbe stato un repentino cambio di direzione, una deviazione del corridoio nel tentativo di trovare roccia più compatta. Supponiamo ancora che colui che scrisse il papiro aveva come duplice scopo quelli di un promemoria di dove fossero iniziati i lavori di scavo annotando quei versi, mentre invece, il disegno si riferisce alla prosecuzione ed alla deviazione degli scavi della camera funeraria, dove erano custoditi il corpo e le ricchezze del sacerdote. E’ ovvio che tra l’ingresso descritto nei versi ed il disegno della pianta manca un pezzo dell’enigma, un corridoio crollato probabilmente.”
“E’ vero! –urlò Smith al massimo dell’entusiasmo- Come ho fatto a non pensarci prima? Le tue deduzioni caro Jonathan mi hanno tolto il velo che offuscava i miei occhi. Se la tua teoria è esatta, ed io ne sono convinto, come sono convinto che colui che costruì quella tomba aveva la ferma intenzione di saccheggiarla. Ebbene signori miei, guardate questa mappa ed osservate il punto evidenziato con un cerchio. Quel punto non è l’ingresso dell’ipogeo, come finora abbiamo creduto bensì l’inizio del primo tratto deviato dalla fine del primo corridoio. Non ci resta quindi che orizzontare le nostre ricerche spostandole di quarantacinque gradi ad ovest. Se la fortuna ci arride troveremo un foro che ci condurrà direttamente nella camera funeraria. Infatti è ormai noto che i profanatori di tombe non entravano mai dall’ingresso, bensì da un orifizio praticato nel soffitto della camera in cui era custodito il corpo del defunto e dove erano racchiusi i suoi averi più preziosi, per cui, amici miei, è solo questione di qualche metro in direzione ovest, come ha detto Christopher. Oramai non ci resta che aspettare l’alba. E’ proprio il caso di dire che il successo è dietro l’angolo.” –concluse-.

VIII
Il sepolcro di Userankh

Quella notte nessuno di loro riuscì a dormire, tanto era l’impazienza di verificare le loro teorie ma, così come accade in questi casi, la notte sembrava non finire mai. Quando le prime luci del mattino cominciarono finalmente a rischiarare l’orizzonte, Christopher era già accanto al fuoco per preparare il caffè. Gli altri due, intanto, finivano di radersi. Non c’era tempo da perdere bisognava riprendere gli scavi immediatamente.
I tre uomini avevano spalato sabbia per tutto il giorno senza concedersi neppure una piccola pausa, ormai era quasi buio ma ancora una volta senza alcun risultato.
In lontananza, tra le dune, apparvero le sagome di due uomini sui loro cammelli. Selim e Zakaria ritornavano da Luxor con il loro carico di provviste.
“Non so voi, –disse Smith- ma io ho fame e sono sfinito. Voi due se volete continuate pure, io darò una mano a scaricare le provviste ed a cucinare qualcosa di caldo.”
Jonathan, dal canto suo, sebbene scoraggiato, non aveva alcuna intenzione di mollare e ripreso il piccone continuò a scavare sfruttando quegli ultimi minuti di luce che ancora rischiarava la valle.
Il sordo rumore dei colpi nella sabbia echeggiavano fiocamente mentre il sole man mano scompariva dall’orizzonte ma Jonathan continuava rabbiosamente a scavare era stremato dalla fatica ma nella sua mente comparivano inesorabili i volti di Elisabeth e di Rosemary. Questa volta non poteva fallire, doveva riuscire ad ogni costo. In quel preciso istante la punta del piccone provocò una scintilla ed un rumore secco e metallico. L’arnese aveva incontrato qualcosa di duro non c’era alcun dubbio. Smith non perse un solo attimo, il suo orecchio esperto aveva captato il rumore provocato dal piccone. Abbandonò ogni cosa e corse da Jonathan.
“Ci siamo, -gridò- ci siamo finalmente. Selim, presto, porta qui delle lampade.”
Alla luce delle lanterne si continuò a scavare nel punto in cui Jonathan aveva incontrato l’ostacolo. In poco tempo si resero conto che si trovavano di fronte ad una formazione rocciosa piuttosto estesa. Le mani degli uomini erano diventate gonfie e screpolate, quelle di Jonathan cominciavano addirittura a sanguinare ma sembrava che nessuno avvertisse il dolore ed il peso delle pale e dei picconi. Un colpo secco di Smith e qualcosa cedette, poi uno strano rumore di pietre.
“Hai sentito? –disse Smith- Il rumore di quei sassi non lascia dubbi, qui sotto c’è una camera, forse proprio quella che noi cerchiamo.”
Le lampade furono avvicinate alla grande fossa, effettivamente c’era un buco nella roccia che dava accesso ad un ambiente sottostante.
“Datemi una corda ed una lanterna –disse Jonathan- voglio essere il primo ad entrarci.”
Smith cercò di dissuaderlo, poteva essere pericoloso per lui che era alla sua prima esperienza di quel genere ma non vi fu modo di indurlo a desistere.
“Ti prego di non muoverti non appena tocchi terra, -disse Smith- almeno finché non scenderò anch’io. Queste antiche tombe sono disseminate di tranelli e non vorrei che ti capitasse qualcosa di spiacevole.”
Dopo essersi assicurato ad una robusta corda Jonathan iniziò la sua emozionante discesa. L’aria all’interno della camera aveva un odore strano, la luce della lanterna non riusciva ancora ad illuminare nulla. Finalmente diede uno strattone alla corda per avvisare i compagni che aveva toccato terra. Uno per volta scesero anche Smith e Christopher. La camera sembrava essere perfettamente quadrata e relativamente grande. Sulle pareti finemente dipinte si potevano ammirare scene di vita quotidiana e di offerte agli dei. Tutto era perfettamente conservato ma la camera era completamente vuota tranne un cumulo di detriti e macerie addossati su una delle pareti.
“Quello dev’essere tutto ciò che resta dell’ingresso, forse crollato nel corso dei secoli.” –disse Smith-
“Non dirmi che siamo entrati in una tomba vuota.” –esclamò Jonathan angustiato-
“Non preoccuparti, –disse Smith- sono certo che esiste un passaggio che conduce alla vera camera sepolcrale, questa e solo l’anticamera.”
Smith cominciò a percuotere lievemente le mura circostanti.
“Ascoltate –disse dopo aver sondato minuziosamente ogni angolo della camera- deve esserci qualcosa qui dietro, osservate bene questa parte di muro, noterete che l’intonaco e più recente rispetto al resto.”
cominciò subito a spicconare accorgendosi che la parete era molto sottile e fragile. Introdussero una lampada nel piccolo foro praticato da Smith e la prima cosa che videro furono le ossa di due scheletri distese sul pavimento. Il foro fu quindi allargato abbastanza da potervi entrare. Quando la luce delle lampade invase la nuova camera, lo spettacolo che si offrì ai loro occhi era quantomeno stupefacente: Un grande sarcofago troneggiava al centro della camera e tutt’intorno centinaia di oggetti di ogni genere, dei quali molti d’oro e d’argento. I tre si abbracciarono senza dire una sola parola, i loro occhi brillavano di gioia. Per Jonathan era molto di più del sapore della celebrità e del danaro. Ora poteva ritornare a testa alta dai suoi cari. Cominciava a credere che tutto quel che gli era accaduto, facesse parte di un disegno ben preciso. Uno strano destino lo aveva voluto al centro di una bizzarra vicenda da cui difficilmente si sarebbe potuti uscire vincenti. Eppure, lui cel’aveva fatta!
Le autorità Egiziane furono tempestivamente informate della scoperta ed in breve tempo i pezzi più importanti furono trasferiti nel Museo del Cairo, mentre alcuni manufatti furono concessi in dono dalla sovrintendenza alle antichità ai tre esploratori i cui nomi apparvero sui quotidiani di tutto il mondo.
Jonathan inviò a Stadelmann il suo diario di viaggio con tutti i particolari dei lavori di scavo fino alla scoperta della tomba, quest’ultimo pubblicò in esclusiva la notizia dell’importante ritrovamento archeologico che dilagò a macchia d’olio per tutta l’Europa.
Dai circoli culturali più quotati ai bar più malfamati non si parlava d’altro. I tre avventurieri erano alle soglie della celebrità. Le autorità londinesi attendevano trepidanti il loro ritorno mentre fervevano i preparativi di una grande festa per accogliere in patria i protagonisti della straordinaria impresa.
La loro avventura volgeva ormai al termine, i tre infatti stavano per prepararsi al viaggio di ritorno, quando ricevettero una inaspettata, gradita sorpresa.
Jonathan sentì bussare più volte alla porta della sua camera, il cameriere dell’albergo lo pregò di scendere nella Hall.
“Ci sono visite per lei.” –disse l’uomo-
“Visite? –chiese- chi sono? Non vi hanno lasciato i loro nomi?”
“Sono spiacente, dottor Newberry –rispose- mi hanno solo detto di essere dei suoi cari amici, si tratta di una signora accompagnata da un nobiluomo, è tutto quel che so.”
“Va bene, fateli accomodare e ditegli che scenderò tra pochi minuti.”
Dopo essersi annodato la cravatta Jonathan bussò alla porta di Smith per dirgli che sarebbe sceso nella Hall per ricevere delle persone.
“Và pure, -disse Smith- ti raggiungerò subito.”
Jonathan scese alla reception e consegnò le chiavi della sua camera quindi chiese dove fossero i suoi amici.
“La aspettano in salotto.” –rispose l’impiegato-
Il gentiluomo inglese, incuriosito da questa misteriosa visita si diresse a passo veloce verso il grande salotto dell’Hilton. Sul grande divano vide una donna seduta di spalle che chiacchierava allegramente con un uomo il cui profilo aveva qualcosa di familiare.
“George! –esclamò- George… ma è proprio vero?”
Nel frattempo anche la dama si era voltata e lo stupore di Jonathan fu ancora più grande quando la guardò in volto. Ella non era una delle tante fiamme occasionali del suo amico George, come per un attimo aveva creduto. La donna che ora gli sorrideva era sua moglie Elisabeth. Quasi ignorando il suo vecchio amico, Jonathan si precipitò verso di lei e la abbracciò trepidante e commosso. “Finalmente –disse sottovoce- non puoi neanche immaginare quanto mi sei mancata.”
“Mi sei mancato anche tu, –rispose Elisabeth- ma ora tutto ritornerà come prima. Noi due, la nostra bambina, la nostra vita insieme, la nostra vecchia casa.“
“Sono felice di queste tue parole, anche se qualcosa mi sfugge… –rispose Jonathan- forse c’è qualcosa che dovrei sapere?”
“Molte cose -rispose- ma non avere fretta, ti spiegherò tutto con calma. Nel frattempo anche Smith, che era appena entrato nel salotto, rimase gradevolmente stupito di quella visita inattesa.
“La Signora Newberry e Lord Pinkerton, -disse- mancava solo la vostra squisita presenza per far sì che questo giorno divenisse il più gaio della nostra vita. Quanto poi al nostro amico Jonathan, vedo i suoi occhi illuminati di felicità.”
“Proprio così, -rispose- non si può immaginare quel che provo nel rivedere la mia Elisabeth. Dopo il grigiore di questi ultimi tempi, ho come l’impressione di essere rinato. E’ come svegliarsi da un brutto sogno e posso assicurarvi che quella che provo ora è una gran bella sensazione. Ma non ho certo dimenticato il caro George, amico mio, come potrei fare a meno di ringraziarti? E’ proprio grazie a te ed a Robert se sono riuscito a trovare la forza per andare avanti, per credere ancora in me stesso e per ricominciare da zero una nuova vita. Infine concedetemi di ringraziare anche il prezioso Christopher che con la sua esperienza e la sua tenacia ci ha aiutato a far si che questa spedizione avesse il successo sperato. Non dimenticherò mai la sua determinazione anche nei momenti in cui tutto pareva esserci avverso.”
Fu Robert che a questo punto intervenne ad evitare che la gioia sfociasse nel patetico:
“Vi prego basta con i ringraziamenti e le malinconie. Credo che i nostri ospiti abbiano appetito, vogliamo accomodarci in sala da pranzo?”
“Con vero piacere –rispose George.”

IX
L’ipnotizzatore

Dopo aver consumato un raffinatissimo pranzo Elisabeth e George si congratularono con i tre esploratori.
“Siete diventati delle autentiche celebrità, -disse Elisabeth- i vostri nomi a Londra sono sulle labbra di tutti.”
“…e per te caro Jonathan, -disse George- si prospetta un futuro a dir poco roseo. Centinaia di editori, da ogni parte d’Europa, ti daranno la caccia per avere del materiale inedito. Credo proprio che diventerai molto ricco, amico mio.”
“Caro George, -rispose Jonathan – credo che tu ed Elisabeth abbiate qualcosa da dirmi, qualcosa di molto importante, l’ho capito dal primo momento che vi ho visti. Parlate pure liberamente, Robert e Christopher sono persone degne di tutta la mia fiducia e riconoscenza, questa impresa senza di loro non sarebbe stata possibile, lo ribadisco.”
“Comprendo la tua impazienza, -disse Elisabeth- e ti capisco perfettamente quindi preparatevi ad ascoltare questa strana storia:
Tutto cominciò il giorno stesso in cui Rebecca Anderson rifiutò il tuo ultimo romanzo. Avevo già letto il tuo manoscritto ed era sicuramente una delle opere più belle che tu abbia mai scritto. C’era qualcosa di strano nel comportamento della Anderson ma non capivo cosa. Decisi quindi di andare da lei per chiederle qualche spiegazione in più. Purtroppo gli eventi negativi si successero uno dietro l’altro, le tue perdite al gioco mi distrassero dal mio intento. Fu così che lasciai la nostra casa e, quando seppi che George e Robert avevano deciso di aiutarti mi sentii veramente sollevata e pronta per agire. Il caso volle che prima di arrivare davanti alla porta del suo ufficio sentii la voce di Rebecca pronunciare queste parole:
“Ottimo lavoro signor Low, lo abbiamo ridotto sul lastrico, sono proprio curiosa di sapere come se la caverà ora, senza un centesimo, senza una casa e senza l’aiuto del suo editore.”
Mi fermai sulle scale per non farmi vedere poi sentii la porta chiudersi ed i passi di qualcuno che scendeva. L’uomo mi passò accanto senza quasi accorgersi della mia presenza. Mi sembrò che avesse una certa premura, infatti armeggiava nel suo portafogli mentre scendeva le scale. Lo seguii con lo sguardo e vidi che qualcosa svolazzò dietro di lui. Aspettai che uscisse dal palazzo e la raccolsi. Un biglietto da visita su cui era scritto: “ José Castillỡ – Illusionista e ipnotizzatore”. Che strano, -pensai- lo ha chiamato Low ed era al corrente delle disgrazie del mio povero Jonathan. Anche qui c’era qualcosa che non quadrava. Immediatamente pensai al famoso Jeremy Low, il ricco banchiere, nonché il giocatore di pocker con cui mio marito aveva perso casa e danaro. Mi sembrò strano che i due si conoscessero ma era evidente che avessero architettato qualcosa ai danni di Jonathan. Quindi, per non destare sospetti, decisi di soprassedere all’incontro con la Anderson e di raccogliere informazioni su Low.”
“Il giorno dopo Elisabeth venne a casa mia -continuò George- e mi raccontò quel che aveva sentito e visto il giorno prima in Barrymore street. Spiegai a Elisabeth che avevo conosciuto Low soltanto da poco tempo. Fu in casa di amici, mi era stato presentato ad un torneo di pocker come banchiere e, sebbene non ne avesse l’aspetto, non mi sono mai preoccupato di sapere dove fosse questa ipotetica banca e come ne fosse venuto in possesso. Ma Elisabeth mi parlava di un biglietto da visita con un altro nome…possibile che Jeremy Low e José Castillỡ fossero la stessa persona? avevamo quindi giocato con un ipnotizzatore di professione? Mi venne in mente di una strana sensazione provata durante la famigerata partita. All’improvviso ebbi come un’intuizione che mi fece accapponare la pelle. Decisi che avrei aiutato Elisabeth ad andare a fondo.
Feci subito un telegramma a Jack Simon, mio fraterno amico nonché ispettore capo dell’FBI.
Un investigatore federale fu messo sulle tracce di Low, da quel momento in poi ogni sua mossa sarebbe stata controllata. Nel giro di quaranta giorni il mio amico Simon mi fece sapere che il presunto banchiere Jeremy Low altri non era che un ex prestidigitatore ricercato da tempo dalla polizia per essersi specializzato nell’ipnosi. Si era arricchito con la truffa del pocker, facendo cadere i suoi avversari, durante le partite, in uno stato di semincoscienza in modo da poterli depredare di ogni loro avere senza che questi potessero minimamente sospettare l’imbroglio. Si trattava di uno spagnolo anagraficamente schedato, presso gli archivi della polizia, con il nome di José Castillỡ. Pare che avesse mietuto vittime in tutta la Francia ed ora probabilmente avrebbe fatto altrettanto anche qui a Londra. Ormai sapevamo che eravamo stati tutti vittime dell’ipnosi di Castillỡ.”
“Io, nel frattempo non ero rimasta inattiva. –continuò Elisabeth- George mi teneva informata di ogni progresso delle indagini ed io nell’ombra conducevo le mie. Perché l’ipnotizzatore aveva scelto come vittima proprio te che in fondo tra George e Smith eri il boccone meno succulento? Questo era il mio principale interrogativo. Intanto, pur non avendo un motivo preciso per pensarlo, continuai a credere che Rebecca costituiva il bandolo della matassa. Forse per un’intuizione puramente femminile, forse per un pizzico di gelosia. Le parole di quella donna mi risuonavano nella mente, non potevo accettare l’idea che la vita di un uomo e della sua famiglia potesse essere sconvolta solo per capriccio. La conferma a questa mia ipotesi arrivò solo per caso: una lettera di Jonathan per Rebecca Anderson che ritrovai tra le cose prese dalla nostra casa coniugale quando quella mattina andai via per stabilirmi da mio padre. Era tra le pagine di un romanzo di Jonathan che Rosemary prese dal suo studio prima di andar via. Il testo recitava più o meno così:
Cara Rebecca,
sono veramente lusingato del tuo interesse per me, anch’io ricordo con nostalgia i bei tempi, quando sui banchi di scuola, ancora ragazzini, ci infatuammo l’uno dell’altra. Ma avevamo appena quindici anni. Poi il tempo ci divise e ci ritrovammo, io sposato e tu vedova. E’ vero mi hai aiutato molto e forse, come scrittore, devo a te gran parte del mio successo. Ciononostante sai bene quanto io ami mia moglie Elisabeth e quanto sia difficile per qualunque uomo sottrarsi al tuo fascino, per cui ti prego di non ritornare più su questo argomento e di accontentarti del nostro semplice rapporto di lavoro e della nostra bella amicizia, poiché non potrei offrirti nulla di più.
Tuo affezionatissimo Jonathan.”
“Contemporaneamente mi arrivò la notizia dell’arresto di Castillỡ -proseguì George- stava consumando la sua ennesima truffa, questa volta, ai danni di un vero banchiere londinese, ma il mio amico Simon lo aveva colto in flagrante. Ormai in manette non poteva che confessare.”
Egli era stato ingaggiato proprio da Rebecca Anderson che, per pura ripicca, gli aveva promesso di procurargli un nome falso e dei “polli da spennare” che non gli avrebbero dato problemi di sorta. Primo tra tutti Jonathan Newberry, un uomo tranquillo, con una buona posizione economica ma non tanto ricco da creargli problemi, quindi un candidato ideale per l’ipnotizzatore, e per Rebecca Anderson la realizzazione di una vendetta maturata nel tempo contro l’unico uomo che aveva osato rifiutare il suo amore.”
“Ora tutto ciò che il losco figuro ti aveva sottratto con l’inganno è ritornato di nostra proprietà, a cominciare dalla casa. -continuò Elisabeth- Egli era in possesso di decine di appartamenti avuti in donazione da altrettante vittime del suo impeccabile raggiro. La polizia stà indagando per identificarli e restituire loro il maltolto.”
“E Rebecca? –chiese Jonathan- Cosa ne sarà di lei?”
“Anche Rebecca sconterà la sua pena, dai tre ai cinque anni di reclusione.”
“Incredibile –disse Jonathan- mi sono fatto abbindolare come un adolescente e non soltanto io ma anche Robert e George.”
“Già –rispose Smith- quell’uomo è riuscito a manovrarci come tre burattini. Ma senza volerlo ha contribuito al tuo successo, mio caro Jonathan, senza contare che grazie a lui abbiamo potuto consolidare la nostra amicizia con questa entusiasmante avventura.”

X
La chiave dell’enigma

“A proposito… –intervenne Elisabeth rivolgendosi a suo marito- ma come mai hai intrapreso questa spedizione così originale ed inconsueta?”
Jonathan le raccontò di come, per puro caso, avesse acquistato la statuina nel negozio di Ferguson e della scoperta del papiro in essa contenuto. A questo punto intervenne Smith:
“Dopo averlo esaminato, potei constatare che il papiro era autentico ed una volta decifrato il contenuto ci trovammo di fronte a qualcosa di veramente inconsueto, la potremmo definire “una mappa in versi”, oppure le indicazioni per una caccia al tesoro. Comunque sia non potevo resistere alla tentazione di recarmi sul posto per verificare di persona. Il problema che mi si poneva era quello di convincere Jonathan a seguirmi nell’impresa. Dopo tutto il papiro era suo e se la tomba esisteva davvero mi sembrava giusto che fosse lui a fregiarsi per primo di tale scoperta. Senza alcun indugio gli palesai le mie intenzioni, lui finse di essere titubante ma si leggeva chiaro nei suoi occhi che ne era entusiasta, aveva solo bisogno di organizzare, in qualche modo, i suoi impegni con il giornale e lo fece velocemente ed al meglio delle sue possibilità. Non mi dilungo nel raccontarvi i particolari di quel lungo viaggio ma preferisco soffermarmi sul nostro morale dopo lunghe giornate trascorse a spalare sabbia sotto un sole bruciante che non mostrava alcuna clemenza per i nostri vani sforzi. Eravamo veramente scoraggiati e lo eravamo ogni giorno di più. Nessuno di noi lo aveva mai ammesso apertamente ma più di una volta siamo stati sul punto di abbandonare ogni cosa. Nonostante tutto andammo avanti con l’unica forza che ci rimaneva, quella della disperazione. Fu allora che Jonathan ebbe l’intuizione che il luogo indicato nel papiro poteva aver subito una deviazione a causa della diversità di consistenza della roccia, incontrata dai costruttori del sepolcro.
Non si sbagliava. Grazie al suo acume, infatti, trovammo un foro che probabilmente fu praticato dai primi profanatori che però caddero vittime della maledizione di Userankh “Colui che è forte e vitale”. Con ogni probabilità fu la volta dell’ingresso alla camera del sarcofago che crollando lo uccise, solo uno di loro riuscì a salvarsi dalla trappola mortale. E’ evidente che il superstite cercò di far man bassa di tutto quello che riusciva a portar via. Ben poche cose considerando che ormai era rimasto da solo, tra queste la famosa statuina che Jonathan aveva avuto la fortuna di acquistare all’emporio di Ferguson. Forse il trafugatore aveva pensato di far ritorno alla tomba per completare il saccheggio dei tesori ma qualcosa non dovette andare per il suo verso.
Ricordo che quando noi tre entrammo nella sala del sepolcro, dopo aver superato il lungo corridoio, ci trovammo al cospetto del sarcofago e notai che stranamente il coperchio non era perfettamente chiuso, era la prova evidente che qualcuno aveva tentato di forzarlo, ma la cosa ancora più strana fu constatare che gli oggetti più preziosi erano rimasti intoccati. Avvisammo tempestivamente le autorità egiziane del ritrovamento le quali, in breve tempo, inviarono i loro tecnici per catalogare ed estrarre i reperti dal loro nascondiglio sotterraneo.
Quando tutto il lavoro fu espletato scoprimmo che il sarcofago conteneva non uno ma due corpi: il primo perfettamente conservato e mummificato mentre l’altro era ridotto alle sole ossa. Lo scheletro presentava ancora la stessa posizione che aveva assunto nel momento in cui morì: le gambe erano piegate, mentre le braccia erano rivolte verso l’alto cioè verso il coperchio del sarcofago, sembrava proprio che tentasse di sollevare il coperchio dall’interno nell’estremo tentativo di uscire dal quel letale tranello. Chi era quell’uomo, perché fu chiuso nella tomba di Userankh e da chi? Forse l’ultimo dei profanatori, il superstite, ma chi lo aveva ucciso in quel terribile modo?
Quando ogni reperto fu catalogato e numerato si scoprì che dal corredo funeraio non mancavano che pochi pezzi d’oro, probabilmente di scarso interesse storico mentre dallo scrigno che conteneva gli ushabti risultò contenere solo 364 statuine in Faience azzurro… ne mancava una, tutte le altre erano sorprendentemente somiglianti a quella acquistata da Jonathan.
Non tutti sanno che gli egizi usavano inserire tra le bende della mummia numerosi oggetti preziosi. Si trattava di amuleti il cui compito era quello di proteggere l’anima del defunto nel suo viaggio verso la sua vita ultraterrena. Semplici amuleti ma di grande valore ed era proprio a questi che l’uomo mirava. Con l’aiuto di alcune leve e con grande sforzo riuscì a sollevare il pesantissimo coperchio ed a penetrare nel sarcofago. Un altro terrificante congegno, a quel punto, entrò in funzione, facendo richiudere velocemente il coperchio imprigionandolo.
Poco a poco, l’ossigeno venne a mancare, l’uomo dovette vivere ore di terrificante angoscia… cercava in ogni modo di liberarsi da quella infame trappola ma i suoi sforzi non bastavano, il lastrone di arenaria era troppo pesante per un uomo solo.
Intanto cercava di attingere anche il più piccolo zefiro d’aria dalle fessure disconnesse.
Infine chiese perdono agli dei pregandoli di rendere meno lenta quella atroce agonia, chissà mai se venne esaudito.
Ecco, questa è la mia ricostruzione di ciò che forse accadde più di tremila anni fa alla morte di colui che fu chiamato forte e vitale, ma anche voi avrete capito che tutto ciò è frutto della mia modesta conoscenza in materia ma anche e soprattutto della mia, per così dire, fervida mia fantasia. Diciamo pure che mi sono avvalso di questo pretesto per darvi una ricostruzione suggestiva ma del tutto gratuita di questa storia. La verità, in questi casi, è tanto più difficile da riconoscere quanto più ci si avvicina al mistero.
Forse la chiave di tutta questa vicenda è da ritrovare in un’iscrizione all’interno della tomba di Userankh. La trovai incisa nella prima camera, per la precisione sull’ingresso del corridoio che conduceva al suo sepolcro Fino ad oggi ho preferito tacere su questa mia scoperta, per non impressionare Jonathan ma ora che tutto è finito mi sembra giusto che lui sappia.
Ricordo ancora ogni parola.
Un giorno lontano millenni un uomo venuto dal lontano cielo del nord varcherà questa soglia. Sarà l’unico in grado di farlo, perché egli è colui che è uscito dal mio corpo per vivere negli anni a venire. Chiunque altro tenterà di violare la mia casa dell’eternità troverà qui la sua fine.”

 

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