Pianti ad alta quota

Quando viaggiai per la prima volta in aereo non ebbi paura. Semplicemente vidi le cose da un’altra prospettiva. L’occasione del mio primo volo altro non era che per una simpatica vacanza studio in territorio irlandese, un’iniziativa molto partecipata e utile. Ricordo benissimo che alcune mie compagne, che come me non avevano mai avuto l’occasione di salire su di un aereo, erano estremamente terrorizzate addirittura da alcune settimane prima della partenza. La principale paura era, effettivamente, la più idiota, ossia quella che l’aereo cadesse. È vero che spesso i telegiornali davano notizia di incidenti aerei ma era pur vero che altrettanti (forse maggior in numero) incidenti avvenivano sulle strade. Il terrore dell’aereo proveniva, secondo il mio modesto parere, dal sentirsi sopraelevati e sospesi su di un’immensa superficie a volte arata, a volte acquosa, altre volte nuvolosa e più spesso invisibile ed indecifrabile. Siccome mi trovavo ad essere l’unico ragazzo in quella vacanza-studio ricordo che alcune delle mie compagne di classe, quelle con le quali avevo una maggiore confidenza, mi volevano necessariamente vicino alla loro poltrona sull’aereo. A me andava bene e non c’era nessun problema, se non fosse che l’aereo era dotato di poltroncine in fila di tre persone e pertanto non avrei potuto sedere vicino a più di due di loro. A tutte dicevo che nel caso si fosse verificata la più grande delle loro preoccupazioni ossia la rottura o la caduta dell’aereo, io non avrei potuto far niente per salvarle, seppur ero un maschio. Tutto quello che potevo offrirle altro non era che la mia compagnia e la mia riconosciuta simpatia durante il viaggio.

Finchè l’equipaggio di volo ci fece entrare in cabina e sedere nelle apposite poltroncine numerate tutto andò bene. Una mia compagna volle sedersi vicino all’oblo per fare delle foto mentre l’altra, sofferente di vertigini decise di porsi nella poltroncina interna che dava verso il corridoio. Io occupai la poltroncina in mezzo mentre le altre ragazze occuparono le altre file vicino a quella dove eravamo seduti noi tre. Vedevo chiaramente che la gran parte delle mie compagne erano visibilmente preoccupate mentre un paio di esse cercavano, come me, di tranquillizzarle. Le poltrone sulle quali eravamo seduti erano particolarmente morbide, fatto che eliminò l’aggravante dello scomodo durante il viaggio. Una volta che tutti i passeggeri furono saliti a bordo una voce ovattata in inglese disse delle parole che non riuscimmo a percepire. Un membro dell’equipaggio si posizionò nel corridoio centrale della cabina ed iniziò a spiegare le diverse vie di fuga e che cosa era necessario fare in caso di avaria dell’aereo o  semplicemente di una perdita di pressione. Come prevedibile le norme contro le possibili sventure non fecero altro che rinnovare nelle mie compagne  il terrore e la perturbante ansia dell’imminente volo. Alla ragazza alla mia sinistra, forse quella che risultava più preoccupata, dissi di stare calma poiché non sarebbe mai successo niente di quello che l’uomo aveva annunciato. Tuttavia sapevo che nemmeno io credevo fermamente a quello che avevo detto e l’insicurezza del destino di persone in volo mi si presentò in maniera lampante appena una settimana dopo al nostro ritorno in Italia, quando due aerei di linea vennero dirottati da degli integralisti islamici e provocarono la strage dell’11 settembre. In quel momento in cui mi trovavo in aereo volevo solamente stare tranquillo, godermi il momento e il mio primo volo internazionale. Se, in aggiunta, riuscivo a tranquillizzare qualcuno, tanto di guadagnato.
Terminate le procedure di chiusura della cabina, i membri dell’equipaggio vennero a controllare che ognuno di noi avesse allacciato le cinture di sicurezza e dopo poco l’aereo cominciò a muoversi sulla pista a velocità ridotta e in maniera che potrei definire traballante perché spesso le piccole ruote di gomma incontravano delle buche sull’asfalto della pista. A partire da quel momento le mie compagne, strette nelle loro cinte di sicurezza, smisero di parlare. Quella alla mia destra poggiò la testa al sedile e chiuse gli occhi, come se aspettasse che qualcuno la uccidesse nel più veloce dei modi. L’altra invece, la compagna alla mia destra, teneva la macchina fotografica nelle mani perché, appena l’aereo si sarebbe alzato in volo, avrebbe voluto scattare delle foto aeree. La velocità dell’aereo aumentò notevolmente in breve tempo. L’aereo percorse un paio di km di pista fino a che, improvvisamente, si alzò dall’asfalto e prese lentamente il volo. Un senso di calo di pressione e di oppressione sopra la testa si generalizzò nella cabina. La compagna alla mia sinistra continuava a tenere gli occhi chiusi. L’aereo rimase in posizione obliqua per alcuni minuti, per il tempo dell’acquisizione di una certa altezza, dopo di che si stabilizzò nella sua posizione e fu allora che la compagna alla mia destra cominciò a scattare delle foto, sebbene non ci fosse niente di particolarmente entusiasmante al di sotto di noi. Ad un certo punto un hostess disse in inglese che era possibile slacciarsi le cinture ed, eventualmente, alzarsi per andare al bagno. Nello stesso momento alcune hostess passarono per la cabina con un piccolo carrello metallico per vendere bibite o panini. Io e le mie compagne non acquistammo niente. Alcune si lamentavano che avevano la nausea e non vedevano l’ora di arrivare mentre la compagna delle foto preannunciava un forte mal di testa.

Non ricordo con esattezza quanto durasse il volo ma ricordo che, forse perché fu il mio primo volo, avevo la sensazione che non finisse mai. Non che mi sentissi male o avessi un’incessante voglia di atterrare ma il volo mi parve particolarmente lungo e per un attimo, ricordo che pensai a quanto potevano essere logoranti e noiosi voli intercontinentali con destinazioni come l’Australia, il Giappone o il Sudafrica. Credo che le mie compagne non affronteranno mai voli di questo tipo, avendo visto il loro comportamento in un volo europeo.
Durante il volo ricordo che spesso passavamo in mezzo a delle nuvole fumose e filamentose bianche come il sale di salina che brilla al sole mattutino. A volte passavamo vicino ad alcune nuvole, altre volte ci trovavamo direttamente al loro interno, come se si trattasse di un batuffolo di cotone. Pensai che forse era quello il luogo nel quale vivevano angeli, spiriti dei morti e creature celesti. Mentre tutti eravamo affascinati dal candore corposo di quelle nuvole l’aereo ebbe un piccolo e breve vuoto d’aria che venne sentito distintamente dai passeggeri perché qualcuno pronunciò ad alta voce un improperio contro il comandante e le mie compagnie fecero un urlo di paura. Una di loro si mise improvvisamente a piangere per la paura e il suo pianto divenne contagioso nel momento in cui si presentarono altri casi di vuoti d’aria. Per un attimo, in preda a quei vuoti d’aria, anche a me venne da pensare al peggio ma cercai più volte di rifuggire quei pensieri che non avrebbero fatto altro che guastarmi la vacanza. Altri vuoti d’aria seguirono mentre delle hostess passavano sorridenti per il corridoio della cabina per mostrare che era tutto a posto e che bisognava stare tranquilli. I pianti di alcune mie compagne continuavano e non c’erano battute e discorsi simpatici validi a tenerle di buon umore. Alla compagna di destra, con la macchinetta in mano, salì un forte mal di testa forse aggravato dalla gelida aria condizionata presente nella cabina.

Quando l’aereo arrivò ed atterrò sulla pista dell’aeroporto di Dublino ci furono urla di paura per il decollo non molto morbido ma, anzi, abbastanza rumoroso e violento. Un piccolo numero di persone applaudì il comandante. Nessuno di noi applaudì il comandante il quale, oltre ad aver fatto semplicemente il suo lavoro, non era nemmeno stato impeccabile nelle sue manovre.
A Dublino trascorremmo due settimane di vacanza-studio. Visitammo la città ed alcuni luoghi di interesse nell’area di Dublino come il piccolo centro di Howth, completamente sul mare. Per me fu una vacanza stupenda, completamente a contatto con la lingua inglese mentre per le mie compagne fu una conta all’indietro dei giorni che mancavano per poter tornare a casa. Una conta all’indietro che sarebbe culminata con un volo altrettanto instabile e ricco di lacrime.

2 pensieri su “Pianti ad alta quota”

  1. Accipicchia che fifone le tue compagne di scuola!
    Personalmente ho molta più paura della strada che dell’areo, anche perchè…, se in cielo, qualcosa dovesse andar male, beh… la morte, sarebbe veloce veloce.
    Un caro saluto e 5st.
    sandra

  2. Hai ragione: le femminucce! ne ho conosciute molte così.
    Che stiano a casa a fare la calzetta con la mamma…
    Meno male che ogni tanto ce n’è anche qualcuna che si chiama Rita (…Levi Moltalcini…) o Amalia (…Ercoli Finzi) o Margherita (…. Hack) o Carla (…Fracci), o Sofia (…Loren), tanto per far qualche nome, che rialza l’autostima delle donne in generale.
    Ciao
    anna

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