Fuga al sangue

Sto correndo tranquilla in direzione dell’Isola di Csepel, in una delle zone di Budapest meno appaganti per gli occhi, quando un cane inizia a rincorrermi. Abbaia con tono minaccioso, è infuriato e, soprattutto, è libero. Il panico mi sale alla gola mentre i battiti triplicano il loro ritmo. D’istinto accelero e benedico la mia recente decisione di fare ogni giorno dieci minuti di corsa in velocità al termine del mio allenamento. D’altra parte, ipotizzo preoccupata che in questo modo alimento la produzione di sudore ed emano un odore più forte ed invitante per la belva rabbiosa ormai alle mie calcagna. “Proprio oggi devo crepare? – mormoro – Proprio oggi che indosso questa maglietta orribile?”.

Avrei preferito lasciare di me un cadavere in pantaloni neri e raffinata t-shirt con la Torre Eiffel, piuttosto di una poltiglia mangiucchiata in pantaloncini fucsia da bambina, comprati da mia mamma quando andavo alle elementari e ancora validi, anche grazie alla perizia di economia domestica di mia madre, che comprava solo vestiti “a crescenza”, da indossare a lungo. Passino pure i pantaloni corti, visto quanto raccontano di me, ma la maglietta da ecologista con la scritta “Ho salvato una bottiglia”, proprio no, non la accetto, nonostante anche questa sia stata scelta da mammà in uno dei suoi momenti di acquisto responsabile, sempre negli anni Novanta. Non sono vestita per morire, oggi.

Forse la soluzione tra il rischio di provocare ulteriormente il demone bavoso mostrandogli la mia agitazione e inebriandolo dell’odore della paura e quello di rallentare ostentando tranquillità, sta nel cambiare la tecnica di fuga o nell’inebetirlo. In tanti anni di corse e di relativi incontri canini, non ho ancora capito come scamparla senza fracassarmi le ossa, vediamo se oggi ci riesco. Potrei tirargli il cellulare sul muso. Ho una pessima mira, finirei con un cellulare rotto e di sicuro verrei colta in flagrante dal presidente di tutti gli animalisti del mondo, senz’altro pronti a materializzarsi dietro un cespuglio qui intorno. Ancora non ho imparato come farla franca dai cani, ma ho capito che quando sgarro e scado in un atto scorretto, nei paraggi c’è sempre l’autorità competente, sia essa un professore, un vigile, la guardia costiera o un pensionato brontolone.

Il quadrupede non molla. Escludo che possa avere più fiato di me, ma non ho voglia di fare una gara di resistenza. “Bello, buonooo…” provo con l’imbonimento a base di parole italiane molto care agli ungheresi. Il cane mi considera con lo stesso coinvolgimento di un coniglio davanti a un libro di Shakespeare e per tutta risposta si mette pure a ringhiare: un brutto colpo per il mio cuore pavido. Potrei fare l’autostop, ma non passa nessuno. Devono aver bloccato il traffico per facilitarmi la vita o forse è normale, alle sei e mezzo del mattino in una zona con due fabbriche fatiscenti, una casa abbandonata e una prostituta di numero in servizio, ma solo la sera. Per la stessa ragione non posso saltare su un mezzo pubblico, perenne salvezza nella città di Budapest, così ben servita da tram e autobus. Impaziente, agisco d’istinto e salto giù dal ponticello su cui ci troviamo.

Il cane si blocca. Fregato!
Trovo anche il tempo di compiacermi di me stessa, in condizioni normali non riuscirei in un salto da un’altezza superiore ai tre centimetri nemmeno se mi spingessero e ricoprissero di polvere magica annienta-gravità.

Certo che a guardarlo da ferma, questo bastardino è proprio piccolo. Dannazione, almeno fosse di una taglia decente avrei una bella storia da raccontare. Un momento di gloria ci starebbe bene, dopo una faticata simile, ancor meglio se prolungabile a infarcire tutta una giornata di strategiche narrazioni della mia avventura in tre lingue diverse, italiano, inglese e ungherese, con condimenti sempre più saporitamente eroici. Entro stasera sarei arrivata a raccontare di aver salvato una famiglia di senza-tetto dall’orso proprietario della piccola cava dove si erano rifugiati per la notte. Un cagnolino lungo due o tre righelli non mi autorizza nemmeno a citare l’episodio. Ignaro della mia analisi delle sue dimensioni, il mio nemico continua ad abbaiare. Il suo pelo marrone è ritto: deve aver imparato ad arrabbiarsi dai gatti randagi della zona. Quanto sono carini i gatti! Un gatto pensa ai fatti suoi, non si mette a infastidire i passanti e tantomeno a sprecare energie per rincorrerli, senza motivo per giunta. Vorrei che questo cane fosse un micio. Potrei accarezzarlo e uscire da questa buca dove mi sono ficcata, soprattutto ora che mi scappa la pipì. Sì, perchè nel frattempo ho realizzato di essermi messa in trappola da sola. La buca fiancheggia un’alta struttura in acciaio. Appigli massimi per un’eventuale scalata: alcuni bulloni. Lasciamo perdere.

Meglio affrontare il felino mancato. Mi aggrappo alla terra del fosso, con lui tutto attento a mettermi soggezione e incitarmi “Vau! Vau!” (abbaia in ungherese, giustamente!). Bene, il primo tentativo deve sempre andare male, lo dicono anche gli atleti, secondo me. Se il primo deve andare a vuoto, il secondo deve provocarti minimo una ferita. Mi attengo al regolamento. Una sbirciatina di controllo alle mie gambe mi conferma il mio ritorno ai nove anni d’età: indosso gli stessi pantaloncini di allora e ho le ginocchia sbucciate in corrispondenza di cicatrici rimaste dai miei primi tentativi di lancio senza paracudute a bordo della montain-bike. “I proverbi non sbagliano mai.” Ragiono, scossa dalle ripetute botte, pensando che “non c’è due senza tre e il quarto vien da sè”. Provo lo stesso a crederci, mi applico, salgo di circa un metro, indovino il secondo punto per aggrapparmi, guadagno un appoggio sicuro per entrambi i piedi e raggiungo il bordo con la mano destra. La sinistra, invece, incontra il bagnato morso del furetto-cane-felino, insomma di quella bestia inviperita che sta pilotando la mia giornata. Lingua soffice di papille e, mio malgrado, denti degni di una bistecca alla fiorentina bella alta. In mancanza di meglio, le piccole zanne aguzze si accontentano della mano ossuta di una fiorentina di media statura. Per quanto nata a Firenze, non sono una bistecca, ma ci lascio lo stesso un pezzo di carne. “Meno male che è la sinistra.” Penso, la voce intenta a esprimersi in suoni più vicini a quelli dell’animale, decorati da parole poco consone alle vostre orecchie auliche. Per migliorare il momento, crollo di nuovo a terra con il solito sfoggio di creatività nel comporre i miei arti. Bilancio quindi il dolore alla mano sinistra con una storta alla caviglia destra. Un chiasmo perfetto. Soddisfatta, mi sbrigo a fare il quarto tentativo, prima di cominciare a sentire tutti i mali che mi sono auto-inflitta. Con la forza dello sconfitto in partenza, del perdente a priori, scalo quell’impervio metro e quindici centimetri, “Ti daremo una medaglia, piccola mano sinistra. Coraggio, infliggiti il dolore di fare perno sul terreno, lo so che soffri. Pensaci: una bella medaglia scintillante, montata su un sottile anello d’argento, come piace a te. Lo metteremo sulla destra, così non ti darà nemmeno fastidio, ma lo diremo a tutti che sei tu ad averla meritata”. La mano regge, la destra in piena forma fa il suo dovere, il botolo si lecca ancora i baffi deliziato dal sapore altolocato della mia pelle. O forse sta solo ricaricando le zampette. Indovinato. Dovete sapere che in Ungheria le bevande energizzanti vanno molto di moda. Nei miei tre anni di vita e di lavoro giornalistico in questo paese ho avuto modo di osservarlo, tanti ragazzi vanno addirittura a correre con il loro liquido azzurro-puffo-stinto dalla genuinità sospetta. Ignoravo però che fosse in voga anche tra i cani, ma questa bestiola è la prova vivente di una tendenza di mercato davvero sorprendente. “Scriverò un articolo sull’argomento.” Rimugino, ma non sono abbastanza in gamba da arrangiare un’intervista a caldo con l’esponente canino a pochi passi da me.

Per quanto rapida nel rialzarmi non riesco ad evitare l’attacco. Ripasso rapido dei vaccini fatti: antitetanica, c’è. Ci sono speranze di sopravvivenza, vale la pena di impegnarsi ancora per uscirne viva. La palla di pelo marrone sferra un colpo di zanne sul mio succoso polpaccio destro. Reagisco con un sentito insulto ad una non meglio identificata donna dalle abitudine promiscue, Eva presumo, come è d’uso in Toscana. Con un calcio riesco a spostare la feroce creatura, senza neanche fargli male. Purtroppo la protezione animali è ben più zelante dell’Ente Difesa Pulzelle in Difficoltà, perciò devo stare attenta a non violare l’integrità del mio avversario. Si sta facendo tardi, non mi va di arrivare in ritardo, anche perchè non posso dare la colpa a un microbo abbaiante, ne va della mia reputazione di persona forte, conquistata, lo ammetto, per una serie di coincidenze del tutto casuali. Forte no, ma resistente lo sono davvero e anche tenace. Mi guardo intorno. Le vie di scampo sono accessibili, posso farcela, ma non me la sento di correre, in queste condizioni. Ci provo lo stesso e riesco a partire; la caviglia sopporta come può la mia prodezza. Con la coda dell’occhio colgo un fiotto di sangue zampillarmi dal polpaccio sacrificato. Cerco di non guardarlo, mi fa impressione. Il cane, al contrario, è ben felice di notarlo e si accinge a venire allo scoperto. Dopo quasi dieci minuti di combattimento senza pietà, quando ormai sono fuori dalla mia salvifica trincea, il nemico passa all’azione scorretta.
Estraendo le sue ali invisibili, questo giovane parto del demonio spicca il volo e approda di nuovo sul mio polpaccio, mentre le zampe anteriori allacciano un inatteso bavaglio al suo collo di specie animale prodigio. Agile nell’impugnare una forchetta e un coltello arrivate dallo stesso luogo di provenienza del bavaglino, il cane addenta la sua colazione. Fa un male indescrivibile.
Immaginate di avere un cane di taglia visibile all’occhio umano attaccato alla parte morbida della gamba e sommate la beffa di trovarsi invece con uno di dimensioni risibili piantato in una  ferita aperta al polpaccio. Insostenibile. Urlo e accade il miracolo. Il cielo si apre e un gruppo di angeli piccoli-piccoli si distribuiscono sul cane demoniaco, portandolo via lontano. Sto scherzando, s’intende. Più che un miracolo, diciamo che l’entropia dell’universo si rende conto dello squilibrio di sfiga da me provocato e prova a mettere a posto un po’ le cose. Sono già ripartita, alla velocità di due metri all’ora, con il pazzo animale ancorato alla gamba. Si staccherà, spero. Nella peggiore delle ipotesi cadrà a terra insieme al brandello di carne e muscolo finito in preda alle sue fauci. Poi, arriva lei. É bella, sembra quasi una modella. Bionda, con i capelli lisci raccolti in una saltellante coda di cavallo. Un solo ciuffo resta fuori, e sta fermo, per grazia divina. Indossa pantaloni attillati neri con il profilo bianco, aderenti sul suo fisico scolpito. Sudata quanto basta e facile da sorprendere, perchè immersa in una lontana dimensione di estraniante musica tecno grazie al suo lettore musicale di nuova generazione (in una parola, grazie al suo Ipod). Cagnetto la vede e reagisce da uomo: la mandibola cede e la bava cola. Mi irrora la gamba di densa saliva biancastra, ma si dimentica di me, per sempre.

Ora, leggeteci pure tutte le metafore che volete, ma la morale è una, una sola. I nomi non li assegnano a caso. Se i cani bastardi si chiamano in questo modo, vuol dire che una certa somiglianza con gli uomini ce l’hanno.

3 pensieri su “Fuga al sangue”

  1. Simpatica la storia… Di solito i cani di piccola taglia abbaiano e al minimo cenno di attacco da parte di una persona fuggono via… questo invece sembra non appartenere a quella famiglia… Complimenti e 5 stelle! Ciao!

  2. La storia mi è molto piaciuta, si legge con piacere, scorre via veloce, come si stesse facesse jogging… E’ un bell’esempio di uso del presente nei racconti diretti… Io sono un prof. d’Italiano mi dai il permesso di usare brani del tuo racconto per degli esercizi con i miei allievi? Ovviamente citando la fonte… saluti e complimenti – 5 stelle anche per me –

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