Lo spazzacamino

Taddy lo Spazzacamino, deve fare i conti con il tema dell’abbandono e con i relativi sentimenti che l’accompagnano, quali la collera, lo sconforto, la solitudine che si intensifica, soprattutto, durante l’adolescenza, momento in cui rielabora le proprie origini ed il proprio dolore…

Lo Spazzacamino DI NAIDA SANTACRUZ.

Nello stato del Canada, precisamente a Saskatoon vive un ragazzo di tredici anni, alto, magro, bruno con gli occhi neri. Uno sguardo triste e profondo, sorriso dolce e nostalgico che in tenera età fu abbandonato dalla mamma sui gradini della parrocchia, ma prima lo strinse al suo seno teneramente e gli pronunciò sottovoce:

– Taddy bambino mio ascolta il vento, lui ti sussurrerà il bene che ti voglio. Prendi questa neve, avvicinala alle tue guance e senti il suo bacio soffice e gelato, lei sarà da ora in poi la tua mamma -.
Quel piccolo cucciolo non scordò più le sue parole e, così quando i fiocchi di neve scendevano soffici lui l’avvicinava alla guancia trasformandola in affettuosi baci, illudendosi così di sentirsi ancora tra le sue braccia.
Quella mattina, Taddy, si svegliò per le grida d’alcuni ragazzi che giocavano in strada con il pallone, poiché aveva passato la notte sotto l’abete, come del resto accadeva quando nevicava. Strofinò gli occhi con le mani intorpidite, poi si avviò verso la chiesa, dove padre Marc preoccupato della sua assenza, camminava spedito per tutta la sacrestia aspettando di vederlo rientrare, quando lo avvistò sulla soglia sorridente gli gridò crucciato:
– Benedetto figliolo quante volte affermo che devi dormire nella tua stanza quando nevica, se continui così rischierai di ammalarti seriamente. Vedi di non fare pazzie. Ora, sbrigati fai colazione, e recati dalla signora Giordan -.
Taddy sorrise; voleva molto bene al sacerdote e con modo vezzoso gli confermò:
– Sai nonno, io non mi ammalerò mai e tu non devi preoccuparti per me, sono un ragazzo forte, e poi dormire sotto l’abete è qualcosa di molto speciale -.
Detto questo, si avviò nel refettorio dove trovò la colazione pronta sulla credenza. Il frate nutriva un grande affetto per lui, e n’andava fiero; molte volte gli ritornava fervido nella memoria, quella mattina che uscendo dalla sacrestia per recarsi in visita ai malati sentì uno strano pianto prevenire sul lato destro della parrocchia, si avvicinò e tutto coperto da un plaid a quadri blu e rossi scorse il viso di un bambino. Aveva presente ancora ciò che lo colpì…i suoi occhi lucenti, ribelli, pieni di lacrime, quel esserino umano teneva stretto nel pugno e nel cuore una pallina di neve. Ora era cresciuto fiero e leale, buono e sensibile con un gran carisma, orgoglioso del suo lavoro e del tutto indifferente dall’essere chiamato “tizzone”.
Taddy s’incamminò lentamente fischiettando dalla signora Giordan che vedendolo esclamò con veemenza:
– Finalmente Taddy, non speravo più di vederti! Fa presto, in modo che possa riscaldarmi vicino al fuoco -.
Non per nulla imbronciato dall’umore nero della donna rispose:
– Buongiorno signora Giordan, vedrà che tra qualche minuto lei si potrà riscaldare vicino alle fiamme del camino -.
La signora Giordan sorrise; poi disse a Taddy dispiaciuta:
– Buongiorno Taddy. Scusami, ma non mi aspettavo questo freddo improvviso. -.
Taddy salì sul tetto e la signora Giordan attese nel salone fin quando lui gli comunicò:
– Niente di serio. Questa volta è colpa di lady rondone. Lei è nonna di sei bellissimi rondoni -.
– Bene! –
Esclamò lei sofferente da una forma d’allergia asmatica:
– Non avrei mai creduto di trovarmi con un nido, casa ne farò poi, di questi uccellini! -.
Taddy scese dal tetto portando con se il nido, e lei lo invitò a prendere del the, lui aspettava in piedi al camino, fischiettando un ritornello di una canzone molto vecchia che narrava di uno spazzacamino che ha un cuore come ogni altro bambino. Non possiede la mamma ed i suoi baci non conosce. La sua mamma è soltanto la neve. Quella strofa in particolare la sibilava quasi tutto il giorno personalizzandola. Margaret entrò nel salone porgendo il tè a Taddy, poi gli domandò:
– Sai se anche questo Natale il signor John Delibes rifarà Babbo Natale? -.
Taddy sorseggiava piano, poi affermò:
– Non saprei, poiché l’anno passato è rimasto imprigionato per alcune ore nel camino dell’orfanotrofio Sacro Cuore di Maria restando totalmente impressionato da non voler più ripetere l’esperienza. So di certo però, chi rifarà la Befana: la signora Dewey -.
Margaret ricordando l’accaduto spifferò a malincuore:
– Quel vecchio gufo chiamò te per essere liberato! Tu, perché andasti?-
Taddy soddisfatto del suo operato rispose:
– Non porto rancore, l’andai a liberare dopo che, suo figlio Steven, mi venne a chiamare -.
– Magari non ti ringraziò neppure – ribatté lei.
Poi continuò dicendo:
– Sanno tutti come ti maltratta lui e suo figlio Steven. La loro arroganza dà parecchio fastidio. Tu sei troppo buono, non avresti dovuto aiutarlo -.
Taddy intervenne:
– Non avrei potuto ignorare il suo aiuto. Ho avuto la mia rivincita quando lui ha steso la sua mano cercando quella mia. Non mi ha ringraziato, questo è vero, ma suo figlio Steven da quel giorno è cambiato nei miei confronti -.
Margaret sollevata rispose:
– Tu sei un bravo ragazzo e tutti noi, abbiamo una stima profonda per te. Sono molto contenta che finalmente Steven ti apprezzi. Un giorno forse anche suo padre lo farà -.
Pulendosi il viso con un panno, Taddy sospirò:
– Non desidero la pietà di nessuno. Ho fatto solo il mio dovere. Sono abituato a salvare gente, oppure animali caduti nelle canne fumarie anche se provo più soddisfazione quando salvo un animale che un uomo -.
Lei lo guardò con dolcezza. Poi lui sistemò i suoi utensili nello zaino e si avviò verso l’ingresso, indirizzandosi per il sentiero che portava fuori del paese.

Taddy s’inoltrò nel viale privato della signora Dewey per farle una visita. Arrivò da lei fischiettando come il suo solito fare, quando da lontano gli corse incontro gridando, la donna di servizio, Greta:
– Presto Taddy; il cucciolo della padroncina Giulia è precipitato giù per il camino. Fa qualcosa oppure quella povera bambina morirà dal dolore -.
Taddy non se lo fece ripetere due volte, corse in soffitta e poi si portò sul tetto. Si affacciò nella canna fumaria e chiamò forte il nome del cucciolo per capire più o meno a quale profondità si trovasse. Il cucciolo sentendosi chiamare abbaiò forte. Taddy si legò forte ad una fune e si calò lentamente per il camino raggiungendo il cane. Greta che era salita con lui, gli domandò:
– Taddy hai trovato il cucciolo? Come sta? -.
– Ha la zampetta rotta. – Rispose lui poi chiese:
– Mi devi m’andar giù la benda così lo curo, prima che Giulia lo veda -.
Nel salone vicino al camino la signora Dewey, aspettava ansiosa che Taddy la raggiungesse, nutriva un profondo affetto per quel ragazzo, ammirava il portamento fiero e leale. Lo sguardo sorridente. Gli occhi neri e grandi. Era contenta quando lui si recava a trovarla e non dimenticò le notti in cui lui passò a farle compagnia, (dopo che suo figlio perse la vita con sua moglie in un incidente stradale) leggendogli romanzi e fischiettandole quella malinconica nenia, seduti sul divano la teneva stretta accarezzandole la chioma argentea, e lei piangeva disperata stando tra le braccia di quel ragazzo che tutti chiamavano “tizzone”.
Taddy finalmente portò all’esterno il piccolo Snupi. Greta lo coprì con uno scialle ed entrambi scesero nel salone.
Entrò correndo Giulia che saltando in braccio a Taddy gli disse:
– Dov’è Snupi? E’ ferito? -.
Lui dopo averla abbracciata ed affettuosamente baciata sulla fronte riferì:
– Non devi piangere, Snupi è in buone condizioni. Tra qualche giorno Greta gli toglierà la fascetta e sarà in grado di correre come sempre. Tu dovrai accudirlo amorevolmente e tutto ritornerà come prima -.
Giulia lo sentiva parlare e dai suoi splendidi occhi azzurri non uscirono più lacrime. Lei credeva in Taddy, il suo cucciolo sarebbe presto tornato a correre tra i pini insieme con lei.
La signora Dewey, si avvicinò al camino dove Taddy era immobile a guardare il dipinto del marito, gli appoggiò la mano sulla spalla poi gli confermò:
– Resta qui stanotte; devo parlarti -.
Taddy che già sapeva le sue intenzioni rifiutò in modo garbato:
– Ti ringrazio della tua stima, ma io voglio rimanere libero. Non devi preoccuparti per il mio avvenire. Io ti voglio bene, e non desidero che tu stia in pensiero ogni volta che entro in una canna fumaria. Io non lascerò mai questo lavoro, in cima ai tetti sono in paradiso; sento il vento che è padrone del mondo, odo il tuono che infuria sonante nei cieli, e sono felice. -.
Doroty aveva ascoltato infinite volte il suo disappunto poi gli confermò:
– Tu sarai sempre il ben venuto qui, poiché io ho fatto testamento. Tu sei il mio erede e nessuno mai potrà farmi cambiare idea. Ti voglio bene come un figlio. Mi sei stato vicino senza chiedermi niente. Mi hai circondato d’affetto, dandomi tutto il tuo tempo. Non ho scordato -.
Greta entrò domandando se poteva servire una cioccolata calda ma lui riferì:
– Grazie, ma devo recarmi all’istituto dove i ragazzi mi aspettano per addobbare l’albero di Natale. Poi darò una ripulita al camino, così quando Babbo Natale si calerà giù non si sporcherà di nero -.
Greta rise ed il suo pancione sobbalzò più volte. Poi accompagnò Taddy a metà strada.
Erano anni che Taddy percorreva il sentiero degli orfanelli, ed ogni volta nell’intimo avvertiva un dolore abbietto per la vita. Si ritrovò nel giardino dell’istituto senza accorgesene e la direttrice, Suor Rosetta, lo raggiunse salutandolo:
– Caro ragazzo, siamo felici di vederti -.
Taddy ringraziò:
– Volevo sapere come stavate! Poi con i ragazzi ho un appuntamento al quale non posso mancare. Devo pulire il camino per Babbo Natale -.
Detto questo i ragazzi gridarono in coro: – Urrà Taddy! -.
Dopo che lui ripulì il camino, la direttrice lo invitò alla recita che i ragazzi avevano preparato per il Natale.
Nel teatro, il palcoscenico era allestito in tema del lavoro teatrale: la diga.
Si spensero le luci e sullo sfondo, si videro delle montagne tortuose, ed una diga che serviva a trasportare l’acqua al paese, costruita con gran fatica da lavoratori, di cui la maggior parte era negra, sfruttata e mal pagata. Così il loro animo era in tumulto contro quel padrone “bianco” che non riconosceva i diritti umani dei suoi schiavi, né le loro esigenze, neppure i pericoli che questi affrontavano per la sua costruzione. Una mattina si adunarono in consiglio deliberando l’abbattere della costruzione se non sarebbero stati, pagati sufficientemente. Nel consiglio dei lavoratori c’era anche il marito della tata della figlia, del proprietario, che ascoltò ciò che poi si decise tra varie proposte, quale il rapimento della ragazza. Organizzarono il sequestro nascondendola vicino alla diga ma, il padrone non venne a patti, così dopo diversi battibecchi, gli operai decisero ad unanime di far esplodere la diga, dimenticandosi di liberare la fanciulla. La tata quando seppe dal marito il folle piano, si precipitò verso la diga per salvarla ma incidentalmente rimase ferita. La giovane corse dal padre e raccontò l’accaduto ma questi divorato dalla rabbia contro i suoi operai, non volle aiutarla. La ragazza, essendo a conoscenza dell’immediato pericolo che correva la tata, decise di andare in suo aiuto, sola. Prima di recarsi alla diga scrisse due righe al padre descrivendo la sua rabbia e amarezza per quanto era accaduto, ed il suo disappunto per lo scarso valore attribuito da lui alla vita umana. La tata la rimproverò affermandole che la sua vita non valeva tanto ma per la ragazzina era certamente il contrario. Il padre andò in cerca della figlia, pentito per non averla voluta aiutare e quando entrò nella sua camera si accorse della lettera. Dopo averla letta corse dal suo ragioniere che prese contatto con i lavoratori e questi saputo del pericolo immediato che correva, cercarono di disattivare l’esplosivo. Tutto fu inutile, l’esplosione oltre a danneggiare il sudato lavoro procurò la morte di due innocenti.
Si accesero le luci sul palcoscenico, e tutti applaudirono poi si recarono nel refettorio. Taddy restò per la notte, ma prima di coricarsi si avviò sul tetto per osservare l’infinito spazio celeste. Le stelle viste da lassù gli sembravano così vicine da poterle toccare.
Restò in silenzio per diversi minuti, poi come faceva ogni sera mandò un bacio alla mamma. Dietro le sue spalle Suor Rosetta, osservò quel gesto si avvicinò e gli disse:
– Di sicuro gli manchi tanto anche tu. Non ti ha scordato, tu sei e resterai sempre il suo piccolo cucciolo -.
La sentì amareggiato ed in tono crudele rispose:
– Crede davvero che io per lei sia il suo cucciolo?. No!. Sono delle belle parole le sue, ma io sono cresciuto e non m’illudo più così facilmente. Vuole sapere perché quando nevica io, dormo sotto l’abete?. Per il motivo che è l’unica cosa che mi ricorda la realtà. Lei non ritornerà più da me, se n’è andata regalandomi in un pugno chiuso della neve, fredda. -.
Suor Rosetta affermò:
– Sono certamente parole dettate dal tuo cuore sofferente. Però ragazzo mio, posso dirti che giudicare senza essere a conoscenza della verità, è un errore che si paga caro. Troppe volte si rischia di cadere nel medesimo sbaglio. Troppe volte ho visto quest’ingiustizia negli uomini. Per questa ragione Taddy non giudicarla. Dovrai farlo solo dopo aver sentito la sua versione poi confrontarla con la tua e poi solo allora potrai giudicare. E Che Dio ti benedica, figliolo -.
Taddy aveva ascoltato Suor Rosetta con i ricordi svaniti dal tempo, sbiaditi e offuscati dal suo dolore e rabbia. Guardò le stelle; poi le disse:
– Io non ho un Dio. Non ho neppure una fede. La ringrazio delle belle parole ma perde il suo tempo. La mia mamma è soltanto la neve; questo lei mi pronunciò prima di andarsene mentre io continuai ad aspettarla in vano. No! Io non ho più una madre –
Dopo di ciò la lasciò a contemplare le stelle.

La mattina dopo Michael lo svegliò molto presto dicendogli:
– Taddy questa mattina i Delibes hanno cercato di te -.
Lui si alzò e velocemente s’incamminò lasciando dietro di se quel viottolo alberato, ma questa volta allontanandosi sentiva uno sconforto indescrivibile. Per tutta la notte aveva pensato alle parole di Suor Rosetta. Ma il dolore lo aveva reso intollerante. Cosa poteva saperne lei della sua rabbia, dei suoi pianti nelle giornate lunghe e fredde; del suo dolore, si domandava. Cosa ne sapeva del buio che lo circondava, del vento che gli sussurrava quelle ultime parole di sua madre quando gli fece stringere solo della neve. Come poteva non disprezzare quella donna per averlo abbandonato. Poi continuando a fischiettare arrivò alla villa di John Delibes, rendendosi conto che era successo qualcosa, da lontano padre Marc gli corse incontro dicendogli:
– Caro figliolo, sono contento di vederti. Vieni. Il signor Delibes ti vuole parlare -. Taddy domandò preoccupato al frate che giocherellava con il Rosario:
– E’, accaduto qualcosa padre Marc? Perché tutte queste persone? Chi sono? -.
Il parroco, gli posò il braccio attorno alle spalle; poi gli disse:
– E’ una cosa spiacevole. Vuole personalmente il signor Delibes metterti al corrente. Vai; al piano superiore nel corridoio, seconda porta a destra, troverai il suo studio. Lui ti sta aspettando -.
Taddy salì le scale, confuso pensando a cosa voleva da lui quel vecchio gufo. Conosceva molto bene la sua arroganza, l’atteggiamento di disprezzo verso di lui che manifestava volentieri ogni volta che lo incontrava. Bussò alla porta dello studio e dopo l’invito ad entrare si accomodò all’interno.
Il signor Delibes era seduto sulla poltrona della scrivania; teneva il viso nascosto tra le mani. Taddy gli domandò:
– Voleva vedermi? -.
Lui alzò il viso e lo guardò, poi con una voce tremante, gli comunicò:
– Grazie di essere venuto. Questa mattina, Steven mentre portava fuori il cane nei prati di là della villa…-
Si alzò e si portò vicino alla finestra poi spostando la tenda per guardare fuori continuò:
– è precipitato giù in un tombino. Ti chiedo per favore…-
Intanto che lui raccontava, Taddy lo guardava con freddezza, con totale amarezza. Quell’uomo tutto d’un pezzo, ora era lì che gli chiedeva aiuto, e lui cercava di provare un sentimento di pietà, quando si voltò per ascoltare Nestor che entrando bruscamente senza bussare disse a Delibes interrompendolo:
– Signor Delibes, sono giunti i vigili del fuoco, comunicano per radio che hanno trivellato un cunicolo vicino al tombino; servirà a mandare dell’aria pulita da far respirare a Steven. Lui è vivo! -.
– Presto! –
Disse Taddy rivolgendosi a Nestor:
– Portami da lui. – Poi come se tutto il risentimento che provava per quell’uomo fosse svanito, lo rassicurò dicendogli: non preoccupatevi andrà tutto bene -.
Intanto che si recava al campo, non faceva altro che meditare sulla figura abbattuta di John, poi finalmente da lontano vide Terry il comandante dei vigili che raggiungendolo gli spiegò:
– Sono contento che tu sia qui, anche se credo sia inutile un tuo intervento, poiché scavando un cunicolo vicino, s’è formata una frana. Steven sta bene, riceve ancora aria dal cunicolo -.
Taddy lo interruppe:
– Cosa credi, che mi diverta entrare nei cunicoli franati? Starò attento non preoccuparti. Non correrò rischi, voglio solo che lui non si senta solo. Voi fate in modo di tirarlo fuori al più presto. Io farò in modo di confortarlo -.
Il vigile lo guardò silenzioso, poi accendendosi una sigaretta prese Taddy per un braccio e allontanandosi dai colleghi gli disse angosciato:
– Ma cosa credi di poter fare, anche se gli porti un conforto morale non è detto che tu potresti cavartela. Steven sarà salvato ugualmente, ci vorrà più tempo del previsto ma sarà in salvo in men che non si dica, ma di te cosa ne sarà, se nel cunicolo franasse una seconda volta. Renditi conto che moriresti soffocato -.
Taddy sentì la sua preoccupazione; poi guardandolo dritto negli occhi disse seriamente con una luce del tutto, sconosciuta per Terry:
– Io andrò in quel cunicolo cercando di portarmi il più vicino, a Steven. Sguscerò lentamente in modo tale da non provocare inutili frane, ricordati che questo è il mio mestiere. Tu fai del tutto per tirarci fuori di là. Io mi fido di te -.
Senza aspettare che Terry gli dicesse qualcosa, si portò al cunicolo.
Dietro le spalle di Terry, nascosto dallo sportello dell’autobotte rimasto aperto, John Delibes aveva ascoltato i discorsi di entrambi, ed andò in cerca di Taddy ma seppe da Nestor che già era entrato nel cunicolo. John si portò poi sul lato opposto, dove la squadra dei vigili aveva circondato il tombino da paletti, quando una mano sulla spalla destra lo fece sobbalzare, si voltò e vide padre Marc che gli domandò:
– Ancora niente.? Cosa si sa Di Steven? Non vedo Taddy, mi hanno sostenuto che era da queste parti… evidentemente si sono sbagliati -.
John si voltò verso di lui e spiegò:
– Hanno attrezzato una trivella, ancora una ventina di minuti e libereranno il mio ragazzo da quella morsa mortale. Però non si può affermare la stessa cosa per Taddy -.
Il religioso che fino a quel momento era sollevato per Steven, come sentì che Taddy era in pericolo diede un urlo soffocato. John guardò quel viso che rifletteva un’enorme sofferenza, i lineamenti arguiti dal tempo mostravano la più totale disperazione, quegli occhi verdi trasmettevano un dolore visibile e pregando rigirava tra le dita quel vecchio Rosario nero, mentre dai suoi occhi si vedevano spuntare lacrime amare.
Taddy era entrato nel cunicolo già da diverso tempo. Si faceva spazio lentamente, cercando di farsi luce con la torcia. Aveva raccolto un po’ di neve prima di spingersi dentro. Si era tante volte calato nelle canne dei camini da conoscere il buio come le sue tasche, ma ora quel nero lo terrorizzava.
Scivolava tra le pareti lentamente, e chiamava forte il nome di Steven. Nessuna risposta al tentativo di farsi sentire, mentre si avvicinava sempre di più verso la superficie. Non sapeva cosa dirgli una volta raggiunto, perciò incominciò a fischiettare, quando sentì la voce di lui che gli chiedeva:
– Non avrei mai immaginato che proprio tu saresti venuto in mio aiuto. Perché Taddy?-.
Taddy si fermo, poi domandò:
– Stai bene, Steven! E’ tutto okay? -.
Steven non poteva muoversi, era imprigionato da una voragine senza fine ed affannosamente cercò di descrivere il suo stato:
– Credo di essermi slogato una spalla, non mi posso muovere e per di più sento intorpidite tutta l’estremità inferiore del corpo. –
Ma ciò che gli premeva domandargli fu:
– Perché sei venuto tu, ad aiutarmi? -.
Taddy si muoveva lentamente, poi portatosi sotto di lui incominciò a massaggiargli le gambe. Steven chiedeva spiegazioni:
– Hai tanto rancore verso di me, da non volermi neppure rispondere…-.
Taddy lo interruppe affermandogli:
– Perché non risparmi le forze. Non so quando tempo dovrà passare prima che arrivino a liberarti; e se proprio ritieni di volerlo sapere perché sono qua, te lo dirò. Questo è il mio lavoro, fratello -.
Steven che sentì chiamarsi fratello rispose timidamente:
– Tu lo sapevi! Da quanto tempo? -.
Lui gli confessò:
– Qualche anno fa, stavo entrando nella sacrestia quando sentii tuo padre, parlare con il curato. Mi avvicinai alla porta ed origliai. Parlavano di me, di mia madre e dello scandalo che avrebbe provocato di certo la verità. Non era una vera e propria confessione, solo un modo di sentirsi meno colpevole. Raccontava di quella sera che rientrando ubriaco obbligò, mia madre ad avere un rapporto con lui. Quanto l’ho odiato; quante volte gli ho augurato una tremenda morte -.
Rimase poi in silenzio quasi si pentì di aver confidato a Steven i suoi pensieri. Così Steven chiese:
– Tu sapevi, da tutto questo tempo e quando si è trovato in difficoltà l’hai aiutato. Perché ?-.
Taddy ricordando l’evento rispose:
– Quando rimase imprigionato nel camino dell’istituto tu, venisti a chiedermi aiuto, non lui.
– Ed è per lo stesso motivo che sono qui. Io non ti porto rancore. Io posso odiarlo liberamente; ma tu, Steven per quanto tempo hai tollerato il suo errore? Lo stesso che ha fatto si, che tua madre dopo averlo saputo si è tolta la vita abbandonandoti -.
Steven a quelle parole crudeli, pianse. Taddy continuò a massaggiarlo poi si sentì uno scroscio ed il ragazzo domandò:
– Cos’è stato, Taddy? -.
Taddy era impietrito poi dolcemente, cercando di calmarlo disse:
– Niente di preoccupante, la terra reggerà, vedrai. Tra non molto ti toglieranno da qui -.
Poi fece luce intorno a se e vide che sulla parete di destra, la terra era franata dall’urto che le gambe di Steven avevano causato, seppellendogli l’estremità inferiore. Il giovane che non riusciva a vederlo, si calmò.
Il comandante Terry, si avvicinò a John ed a padre Marc comunicando loro:
– Tra breve saremo in grado di tirare fuori Steven; quello che ci preoccupa e Taddy. Una volta che porteremo alla luce suo figlio, nel cunicolo si formerà una frana e Taddy rimarrà imprigionato -.
Tutte e due i ragazzi sentirono le preoccupazioni di Terry. Poi Steven commentò:
– Perché Taddy? Perché? Tu rischi la tua vita per me. Io non me lo merito un sacrificio tuo -.
Taddy gli rispose stanco, con una flessione di voce che racchiudeva una nota di malinconia, di pace interiore:
– Io non ho nessuno della mia famiglia che stia pregando per me in questo momento. So che padre Marc, e la signora Dewey soffriranno per la mia morte, e mi dispiace ma sono stanco di vivere nel nulla. Voglio andare in un prato fiorito, correre senza scarpe ed appoggiarmi con la schiena contro un pino e sapere che potrò finalmente rivedere la mia mamma. Perché sono sicuro che lei è morta, che non mi ha abbandonato. Io vivo solo per lei sebbene gli anni abbiano sbiadito il suo volto, e non lo ricordo più. -.
Poi come se si rivolgesse a lei continuò dicendo, mentre suo fratello piangeva ed ascoltava le sue parole:
– Tu non sarai più una pallina di neve. Io potrò finalmente venire da te, e tu mi terrai stretto come quella sera e i tuoi baci saranno caldi e veri -.
Infilò una mano nelle tasche e strinse nel pugno la neve. John che aveva ascoltato del pericolo imminente, prese sotto braccio Terry e spostandosi per alcuni metri intervenne dicendo:
– Fate qualsiasi cosa, ma portate in superficie sia l’uno, che l’altro. -.
Il prete, gli si avvicinò e proferì:
– Questo è un miracolo. Siete, preoccupato anche per Taddy -.
John lo guardò tristemente, poi disse:
– Voglio solo che si salvino entrambi. Tutti vogliono un gran bene a Taddy. In segreto ho potuto sapere che la signora Dewey lo ha nominato suo erede. Ho sempre odiato quel ragazzo, perché era il mio errore visibile e materiale. Mi sono odiato per aver causato la morte di mia moglie. Eppure con il tempo ho imparato anche ad amarlo, lui ha un orgoglio vincente. Il suo sorriso ed il suo fischiettare quel malinconico motivo, mi riempiono la giornata.-
Poi come preso da una malia momentanea narrò:
– Io e mia moglie non ci siamo mai amati, il nostro era un matrimonio combinato dalle nostre famiglie. Poi quell’aria fresca che portò nella mia vita buia, sua madre, mi ricompensò per gli anni passati invano, a cercare di amare, mia moglie. Lei era così diversa, bella.
– Venne a stare da noi, per qualche tempo. Era stata trasferita al nostro istituto. Lei è Lindsai più che cugine, erano amiche d’infanzia. Poi lei decise di pronunciare i voti. Lindsai invece era stata, destinata a sposarmi. Pochi giorni con noi ed io m’innamorai. Per la prima volta, davo un valore alla mia vita. Quei suoi occhi neri e scintillanti…-.
Detto questo, il sacerdote soffocò un nome:
– Mio dio, mi sta affermando che Suor Rosetta… -.
John si svegliò dal suo racconto, con terrore guardava padre Marc, che ora sapeva chi era la madre di Taddy. Lui allora spiegò al frate:
– Non volevo farle del male, né tanto meno violentarla. Quella sera seppi che mia moglie era malata, e che non avrebbe superato l’anno. Il parto le era stato fatale. Uscì per tutta la notte e quando mi ritirai, lei stava ad aspettarmi. Aveva promesso a Lindsai di confortarmi. Non ricordo ciò che accadde. So che mi ritrovai nel suo letto e lei era piena di lividi, l’avevo percossa. L’avevo obbligata ai miei desideri animaleschi. Lindsai era sulla soglia con in braccio Steven, mentre Rosetta era terrorizzata, piegata in un angolo. Non parlava, tremava e piangeva. Lindsai disse che era tutta colpa sua di quanto era accaduto. Così quando sapemmo che lei era rimasta incinta Lindsai qualche tempo dopo si uccise. -.
All’improvviso si sentì un boato e la terra tremò, Padre Marc con uno sguardo agghiacciante vide fuoriuscire dal margine del cunicolo del fumo. Il comandante Terry correva imprecando contro i ragazzi della sua squadra. John corse verso il passaggio sotterraneo cercando di capire cosa era stato quel botto. C’era un’enorme confusione. I vigili con l’aiuto dei soldati erano riusciti a tirare fuori per metà Steven, procurandogli una frattura alle gambe. Avevano inoltre causato uno spostamento del terreno seppellendo così il povero Taddy. Fu, confermato poi a John che Steven era stato, trasportato all’ospedale.
Allontanandosi in silenzio, dalla prossimità della disgrazia, John alzò il collo del cappotto ed infilò le mani nelle tasche. Era terribilmente gelata quell’inoltrante mattinata.

Il sole tiepido aleggiava alto nel cielo. La neve mai come allora, era splendente, vide poi spuntare dal colle la figura longilinea di suor Rosetta, in compagnia d’alcuni ragazzi dell’istituto, e lei quando vide il corpo inerme di Taddy si lasciò andare ad un grido di dolore terrificante che bloccò tutti. La soccorsero portandola nella tenda, dove adagiarono su di una branda il corpo inerte del piccolo spazzacamino.
Lei gli restò vicino per tutta la notte a vegliarlo. La mattina seguente arrivò il carro funebre, ma quando due sodati cercarono di adagiare nella bara il ragazzo, suor Rosetta lo abbracciò violentemente, tradendo quella freddezza che mostrava quando era in compagnia dei ragazzi. Padre Marc, gli sussurrò:
– Lascialo andare il tuo bambino. –
Taddy fu vestito con un abito blu, cravatta nera e camicia bianca. Il suo viso era sereno, le guance non erano più di quel colore annerito che tutti ormai erano abituati a vedere. Lui dormiva beato; nel suo pugno continuava a stringere quella soffice neve bianca. Ora non soffriva più. Il suo viso annerito che tutti disprezzavano chiamandolo tizzone era soave.
Dietro al feretro Suor Rosetta, la signora Dewey, Greta e la piccola Giulia che chiedeva alla nonna:
– Perché hanno chiuso Taddy in quella grande scatola? Nonna come farà ad uscire? -. Quelle domande non ebbero risposta; con le dita portate sulle labbra Greta fece capire a Giulia di stare in silenzio, mentre dai suoi occhi spuntavano lacrime.
Il vento soffiava gelato, la neve scendeva piano, i pini e i cipressi si vestirono di bianco ed il cielo rifletteva quel tipico colore di grigio invernale, gli uccellini e tutto ciò che era vivo in quella valle dava l’addio a Taddy.
Improvvisamente si alzò nell’aria un fischiettare. Michael, a malincuore zufolò quella nenia che lui amava cantare. Poi la musica cedette posto alle parole e lui cantò così il ritornello dello spazzacamino:
– Come rondine vol, senza un nido né un raggio di sol, per ignoto destino il mio nome è lo spazzacamino; la mamma non ho, la carezza più soffice e lieve, i suoi baci non so la mia mamma è soltanto la neve… Tu possiedi un tesor, un lettuccio ben soffice e lieve. Mentre io mi sento un signor quando dormo in un letto di neve -.
Salirono il colle, muti. Solo il canto di Micahel aleggiava nell’aria; entrarono così prostrati dal dolore nel cimitero alberato da cipressi; portando la bara vicino ad un fossato e dopo il requiem pronunciato da padre Marc, gli addetti con delle funi calarono la bara. Suor Rosetta per prima ingoiando lacrime amare, buttò sul feretro una soffice pallina di neve, ma fu tale il dolore che le procurò un malessere. John la sollevò tra le braccia, e lei aprendo gli occhi riferì al figlio queste parole:
– Bambino mio, perdonami per il male che ti ho procurato, i tuoi occhi neri, limpidi, sono ciò, che di più caro io abbia. Di notte prima di coricarmi io ti mandavo un bacio e quando ieri notte tu me ne mandasti uno tuo ho capito, il dolore che ti avevo causato nell’abbandonarti, ma ora io verrò da te e tu così potrai avere i miei baci solo i miei baci nient’altro che i miei baci -.
Poi chinò il capo, e John espressamente volle, che lei e Taddy, fossero seppelliti insieme, vicini l’uno all’altra.

Naida santacruz

Un pensiero su “Lo spazzacamino”

  1. Molto bella questa storia, forse un po’ lunga, ma scritta bene… i miei complimenti! Ciao!

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