Volevo ridere

Volevo ridere papà, come tutte le ragazzine della mia età. Volevo uscire, conoscere gente nuova, divertirmi.

Volevo la spensieratezza perché a tredici anni non era possibile caricarsi sulle spalle un peso così grande e portarlo poi da sola come un’adulta.

Volevo tante cose dalla vita, le cose comunissime che tutti vogliono e sognano ad occhi aperti, ma tu non mi hai permesso di avere niente, hai saputo solo prendere.

Hai preso la mia innocenza, la mia purezza, la mia fanciullezza e l’hai sporcata con le tue mani avide che scrutavano il mio corpo mentre il respiro diventava sempre più affannato.

Di notte quando sentivo la porta della mia camera aprirsi, il sangue non scorreva più nelle vene per la paura ed il respiro si fermava, nella speranza che tu ti allontanassi e mi lasciassi in pace, ma non era mai così.

I tuoi istinti erano i padroni della tua volontà e neanche il fatto di avermi generata ti distoglieva dai tuoi propositi.

Ti avvicinavi per capire se stessi dormendo e poi, incurante di ciò che vedevi e sentivi, ti infilavi nel mio letto e le tue mani cominciavano ad esplorarmi, centimetro per centimetro, con bramosia, e con un rituale che si ripeteva ogni volta, mi sussurravi all’orecchio sempre le stesse parole: “se lo dici a tua madre ti uccido di botte”.

Con la paura eri riuscito a comprare il mio silenzio ed io questo silenzio, me lo sto portando dentro ancora adesso, come un verme solitario che col tempo è cresciuto e crescendo ha prosciugato ogni mia energia.

Mi sento come una bambola di pezza, senza anima e sporca, di uno sporco che non va via con l’acqua ed il sapone, ma rimane e  ristagna, e ristagnando emana fetore, un fetore che solo io posso sentire e nessun altro.

Anche se avevo solo tredici anni ero già cresciuta papà perché avevo capito da sola che quell’enorme fardello che mi avevi dato da portare, non potevo dividerlo con nessuno.

Per  mia madre sarebbe stato come puntarle una pistola addosso e poi aprire il fuoco ed i miei fratellini erano troppo piccoli per capire fino a che punto potesse spingersi la tua cupidigia.

Adesso mi aggiro per le stanze vuote di questa casa, dove sono cresciuta anzitempo e mi trascino stanca, sembro una sopravvissuta ad una catastrofe che torna sui luoghi disastrati per cercare qualche superstite che si accompagni a lei,  nella lotta per la sopravvivenza.

Ma qui non ci sono superstiti, sono sola in questa casa, dove si respira l’abbandono, dove le ragnatele arredano come fossero finimenti pregiati e le porte e gli infissi scricchiolano, deturpati dall’incuria di tutti questi anni.

Sulla poltrona c’è ancora un giornale, lasciato lì, dimenticato, porta la data del maggio millenovecentosessanta, l’anno che cambiò la vita a tutta la nostra famiglia.

Ti ricordi papà quando tornavo a casa la sera dopo essere stata con le mie amiche e tu, dopo aver bevuto, mi guardavi con gli occhi iniettati di fuoco, poi bastava una scintilla per farti avvampare, una parola poco gradita o una frase per te fuori posto e subito l’ira accendeva il tuo animo, la tua bocca cominciava a sputare veleno e le mani diventavano pesanti come pale metalliche che si abbattevano su di me senza alcun controllo.

Quando poi tutto finiva, mi sentivo come se un tir mi fosse passato addosso, riuscivo a malapena ad arrivare nel mio letto e lì, mi lasciavo cadere, pregando Dio di prendermi con sé per non dover più sopportare ancora tutto quello strazio.

Poi è venuto il giorno in cui ho conosciuto Tonino e quello, è stato l’inizio della fine.

Non sopportavi di vedermi insieme a qualche ragazzo, eri geloso, possessivo, mi consideravi una tua proprietà, una proprietà invalicabile ed inaccessibile ad altri uomini, e chi avesse osato violare le tue disposizioni, avrebbe dovuto fare i conti con te.

Ricordo ancora il giorno in cui, girando intorno  al tavolo della cucina per non farmi prendere da te, ho sentito l’aria muoversi e poi un rumore sordo.

Non ero riuscita subito a capire cosa fosse, fino a quando non avevo visto la lama del coltello conficcarsi nella porta.

E’ stato in quel momento che avevo capito di essere arrivata al capolinea, dovevo andarmene, subito e per sempre, prima che accadesse l’irreparabile, ma non per me, io pregavo ogni giorno che qualche tuo calcio o pugno fosse letale.

Era la mamma a darmi pensiero invece.

Lei non avrebbe sopportato un dolore così grande ed io dovevo proteggerla da quel dolore e potevo farlo solo andando via.

Scappando l’istinto mi aveva portata a casa di Tonino, ed è lì che mi ero fermata la notte, con lui e l’amico col quale divideva l’affitto.

In quella casa, per la prima volta, mi ero addormentata senza la paura di sentirti arrivare, avevo chiuso gli occhi ed ero sprofondata in un sonno sereno, come non mi accadeva ormai da molto tempo.

Non era stato un bel risveglio al mattino, la casa era circondata dai carabinieri, li avevi portati tu, avevi denunciato Tonino per aver sottratto una minorenne alla sua famiglia.

Non avevi detto che ci ero andata spontaneamente perché tu mi avevi costretta a scappare, non avevi detto nemmeno cosa mi avesse spinta a fuggire.

Avevi raccontato solo la tua verità, quella che si adattava meglio ad  imbastire una denuncia e poi ti eri presentato lì con loro, rivendicando la tua “proprietà”.

Ero riuscita a fuggire dal retro e tornare a casa mentre Tonino, per colpa tua, si era rifugiato all’estero.

Dal quel  momento la mia vita era cambiata, l’unico affetto che avevo era andato lontano, per sfuggire ad una colpa  che non gli apparteneva ed i nostri destini da allora, si erano divisi per sempre.

Pensavo alla mamma, ignara di come stessero veramente le cose e dentro di me, pregavo affinché la verità non venisse mai a galla perché sarebbe stata devastante per lei.

La mamma era buona, innocente, di un’innocenza che disarmava, trasparente ed incapace anche solo di pensare che lordure come quelle che accadevano sotto il suo tetto, potessero esistere davvero.

La sua ingenuità era commovente, ed è per questo che avevo deciso di andarmene e porre fine così, a quei rituali ignobili che si ripetevano ormai da troppo tempo.

Dopo la tua denuncia comunque, non avrei più potuto vivere sotto lo stesso tetto con te, avresti reso la mia vita un inferno peggiore di quello che lo era già.

Così a malincuore e con gli occhi gonfi di lacrime, avevo preso le mie poche cose e mi ero trasferita in convento dalle suore.

Avevo cercato un lavoro, perché il vitto e l’alloggio da loro non era gratuito e così a soli quattordici anni, avevo cominciato il  cammino della mia vita da sola.

Tu forse non lo sai papà, ma io non avevo perso i contatti con la mamma, andavo sempre a trovarla quando sapevo che tu non eri in casa, e non sai la pena che avevo nel cuore quando potevo finalmente stringerla.

Una pena immensa nel vedere una donna distrutta, consumata dalla vita che tu la obbligavi a fare, la stessa che avrebbe fatto una schiava comprata al mercato, senza alcun rispetto per lei come donna, ma trattata alla stregua di una bestia, alla quale si buttano gli avanzi di cibo per sfamarla e poi la si tiene in un recinto, ben custodito per impedirle la fuga.

Era questo il tuo concetto di amore quando l’avevi sposata?

O forse l’avevi confuso con  quello di proprietà, come si fa quando si compra un oggetto o un animale alla fiera?

Mi riesce difficile immaginare che un tempo tu possa essere stato animato da sentimenti nobili come l’amore, la riconoscenza, la lealtà, la fedeltà, la pulizia interiore, tutte cose che sembrano appartenute ad un mondo lontanissimo dal tuo.

Forse è stato veramente così, o forse mi sto sbagliando, tu in principio eri una persona buona, onesta, leale, pulita.

Ma se è stato così, cosa può averti fatto cambiare in una maniera così spaventosa?

Cosa può essere successo per farti trasformare nel mostro senza cuore che eri diventato?

Non so cosa ti avesse spinto al degrado al quale eri arrivato, né so cosa ti avesse indotto a perseverare, io so solo che davanti a me c’era sempre una belva feroce che agguantava la propria preda senza pietà, per ingordigia e per vizio.

Avevo passato molti  anni dalle suore, ma non mi ero liberata di te, ne avevo solo avuto l’impressione, l’avevo capito quando un pomeriggio ci eravamo incrociati per strada, tu eri solo, io in compagnia di un ragazzo.

Avevi cominciato subito a rincorrermi, ma io ero stata più veloce di te, ero riuscita a seminarti, e mentre correvo pregavo.

Pregavo affinché le tue mani non si posassero su di me, pregavo perché ti sfiorasse il buon senso di lasciarmi perdere, perché se solo avessi provato a toccarmi, non avrei esitato a colpirti e la rabbia che soffocavo da troppo tempo, sarebbe stata per te un’arma letale.

Non avevo più paura delle tue percosse, avevo paura per la mia vita, non volevo commettere un’azione che mi avrebbe fatto perdere la libertà e pregiudicato il mio avvenire.

Adesso penso che se fossi stata più coraggiosa, avrei potuto impedire quegli orrori, avrei potuto denunciarti per mettere la parola fine a quello scempio che stava deturpando la mia vita.

Ora so che lo farei per rivendicare una giustizia, quella degli uomini, perché quella divina alla quale mi ero appellata, non è stata d’esempio, per chi come me, ha subito in silenzio.

Nel frattempo mi ero rassegnata, avevo cercato di cancellare Tonino dal mio cuore, come si cancellano con una spugnetta, le parole scritte  sulla lavagna.

Con gli anni la vita era andata avanti anche per lui, si era sposato e aveva avuto dei figli, anche io mi sono sposata ed ho avuto un figlio, ma non è stato un matrimonio d’amore il mio e nemmeno il suo.

Siamo stati due infelici che hanno cercato riparo come hanno potuto, illudendosi di aver trovato un appiglio per una vecchiaia sulla quale non dovesse gravare un giorno l’incubo della solitudine.

Adesso sono vecchia papà e questa casa, piena di fantasmi del passato mi opprime, con i suoi mobili tarlati, il suo odore di muffa e le pareti scrostate.

Mi sembra di essere imprigionata in uno di quei film dell’orrore, dove tutto ha un aspetto sinistro e la paura ti entra sotto pelle, come  inoculata da un serpente velenoso. Mentre mi aggiro per le camere mi viene sotto mano il giornale che riporta la notizia del tuo incidente. “Camionista ucciso in un tamponamento  in autostrada.”

Era questo il titolo che saltava agli occhi, mentre immagini sconcertanti facevano da supporto alla notizia.

Lo ricordo ancora come fosse ieri.

Mi hanno portata all’obitorio per fare il riconoscimento, ho voluto risparmiare questa crudeltà alla mamma, e quando ti ho visto steso, coperto da quel telo verde, non ho provato alcuna emozione.

Solo quando il telo è stato sollevato, sono stata assalita da un senso di nausea, non per le condizioni in cui ti trovavi, ma per quello che eri stato.

Sai cosa ho provato papà?

Ho provato sollievo, un senso di leggerezza alla bocca dello stomaco ed una felicità che ho fatto fatica a contenere.

Avrei voluto ridere, fare tutte le risate che non avevo fatto durante la mia adolescenza perché tu avevi spento il mio sorriso per sempre.

Avrei voluto saltellare sul tuo corpo urlando di gioia, per la vita che  mi si stava schiudendo con la tua morte e avrei voluto sputarti in faccia, per esprimenti tutto il mio disprezzo.

Invece ho dovuto simulare un dolore che non sentivo per salvare le apparenze e tenere nascoste tutte le porcherie che avevano insozzato la tua e la mia vita.

Per un attimo mi ero illusa di essermi liberata di te, per un attimo soltanto avevo assaporato il gusto pieno della libertà e della vittoria, ma era durato quanto un battito di ciglia, perché tu non mi avevi lasciata.

Il tuo corpo se ne era andato, ma i ricordi, quelli erano rimasti a testimoniare il tuo passaggio su questa terra e a seviziarmi anche dopo la tua morte.

Il dolore della mamma, quello si era sincero, anche se mi sono chiesta spesso, cosa l’avesse legata veramente a te.

Nonostante ti disprezzi profondamente, vengo spesso a portare i fiori sulla tua tomba, ma non lo faccio perché sia diventata magnanima o perché ti abbia perdonato.

Lo faccio per ricordarti ogni volta che tu sei stato la causa della mia infelicità.

Lo faccio perché se l’inferno c’è, voglio vederti contorcere tra le sue fiamme mentre lingue di fuoco lambiscono le tue membra.

Lo faccio perché voglio che tu capisca dentro quale prigione mi hai messa, incatenandomi all’odio perenne per te.

E lo faccio perché, se l’inferno esiste papà, io sarò lì con te.

10 pensieri su “Volevo ridere”

  1. Veramente estrema in tutto il suo contenuto: coraggio, dialettica, pensiero e giudizio finale.
    Vera, purtroppo, per molte persone, molte di più di quelle che la mente può immaginare.
    Trovo solo stonata la parola più volte ripetuta: -papà – Per l’anagrafe forse, per la figlia: mostro.
    Mi dispiace per tutte-i- coloro che non hanno potuto avere un’infanzia-adolescenza come tutti i fanciulli hanno il diritto di vivere.

    La giustizia Divina, avrà già provveduto, non dubitare.
    La pace che la protagonista dovrebbe cercare sta in un sentiero lungo e spinoso. Forse dovrebbe farsi aiutare.

    Io, penso, che avrei finito i miei anni in galera.
    Avrei avvelenato quell’uomo fra mille spasmi, forse sarebbe stata la mia unica ragione di vita.
    Il fatto che la protagonista, non lo abbia fatto, può già essere quello un aiuto della giustizia Divina.
    Un abbraccio.
    sandra

  2. Salve amici ci tengo a precisare che non c’è nulla di autobiografico in questo racconto ma purtroppo è una storia vera che un’amica carissima ha avuto il coraggio di raccontarmi dopo anni di frequentazione, adesso è una ultrasessantenne ma il rancore nonostante l’età e gli anni è rimasto intatto. Sono storie queste che debilitano e minano in modo irreparabile, l’auspicio è che non siano così frequenti. A risentirci col prossimo racconto.

  3. Carissima,
    quando si dice che un racconto è ben scritto e rende bene l’dea, si vuol dire proprio che lo scrittore è riuscito a calarsi nel suo personaggio vivendo corpo e anima con lui tanto poi da descriverne pensieri ed emozioni come se fosse lui stesso.
    Credevo di aver lasciato stamane un commento in cui, appunto, mi complimentavo con te per essere stata capace di tenere alta l’attenzione di chi legge fino alla fine, invece devo aver fatto qualcosa e il mio commento non è rimasto registrato.
    Eccolo di nuovo, meglio articolato e con i miei doverosi complimenti.
    Brava.
    anna

  4. Grazie Anna, sei sempre molto generosa con me, sarà che non ho molta stima delle mie capacità e della mia scrittura, ma mi sembra di essere immeritatamente sopravvalutata, grazie di cuore, un abbraccio.

  5. Che dire, il tuo racconto mi ha lasciato senza parole, scritto bene, ogni parola arriva al cuore, ogni parola è piena di emozioni diverse… bravissima, veramente molto brava. Un bacio da Betta

  6. Ciao! Ho riletto quello che hai pubblicato.
    Trovo che tu riesca a percorrere strade narrative interessanti e poco battute in modo lieve anche quando il racconto potrebbe diventare pesante.
    Scrivere poi permette di affinare continuamente il proprio stile espositivo.
    Siamo tutti, come tutti, sempre in cammino.
    Perchè sottovalutarsi?
    Ho apprezzato le tua capacità di non deludere il lettore che arriva senza perdersi alla fine della narrazione.
    Aspetto di leggerti ancora.
    anna

  7. x Anna Accidenti le tue parole mi hanno fatto venire il nodo in gola per la commozione, grazie, mi piacerebbe comunicare con te anche in privato, potrei avere la tua e mail? Intanto ti lascio la mia ornella.mara@gmail.com un caro saluto

    x Betta grazie di vero cuore, le tue parole sono pillole di fiducia per me salutissimi

  8. Ehilà… a volte mi chiedo cosa gli altri pensino di me… sono così tutta d’un pezzo?
    Sei tu che mi commuovi…
    Ti scrivo…
    a.

  9. Un racconto che si fa leggere fino in fondo senza stancare.
    Mentre lo leggevo mi sembrava di vivere in quella storia.
    Un racconto però che lascia tanto amaro in bocca, perché queste storie non esistono solo nei racconti o nei film, ma purtroppo ci sono anche nella vita reale; infatti hai scritto in un commento che a ispirarti questo tuo scritto è stata una storia vera.
    Sperando che queste storie un domani nella realtà non esistano più, anche se forse è chiedere troppo, ti rinnovo i miei complimenti insieme a 5 stelle.
    Un saluto Lucia.

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