Sono una Walkiria

Aveva dovuto insistere, per guidare lei, sostenendo che lui aveva bevuto troppo. Pochi minuti dopo lo vide addormentarsi profondamente.

Guidando piano, impiegò quaranta minuti per arrivare alla villetta. Era notte fonda, senza un’ombra di luna.

La giovane donna era alta e robusta, determinata: all’interno dell’autorimessa lo sollevò di peso e lo portò lentamente al piano rialzato. Per fortuna i gradini erano larghi e bassi.

Aprì la porta interna, individuò la camera da letto e lo distese lì, sorridendo. Nell’ampio soggiorno trovò un antico lume a petrolio e riuscì ad accenderlo. C’erano due candelabri d’argento e accese anche quelli. Quindi andò in cucina un momento, poi uscì subito dalla porta esterna, attraversò silenziosa il giardino alberato, scavalcò la bassa recinzione e si allontanò.

Nessuna luce alle finestre delle vicine villette. Comunque lei era vestita di nero.

“Il nero è sensuale…” gli aveva detto all’inizio della cena, socchiudendo gli occhi e allargando la scollatura dell’abito.

Trecento metri più in là salì sulla vecchia auto, mise in moto e si allontanò pensierosa.

–           –           –

Marco e Ilda avevano condotto una vita felice, lui funzionario di banca, lei docente di tedesco, la lingua di sua madre. Unico cruccio la mancanza di figli. Vagamente pensavano di adottarne uno; ma intanto si godevano la vita, infarcendola di frequenti viaggi di piacere.

All’improvviso Marco si era fatto teso, preoccupato, triste.

– Che cosa c’è che non va?

– Nulla.

Quando Ilda si era stufata di quel ritornello quotidiano, aveva organizzato un fine settimana sul lago per loro due soltanto e, mentre riposavano a letto, soddisfatti e rilassati, lo aveva convinto a parlare.

In sintesi, era stato avvicinato da un brutto ceffo, che aveva tentato di corromperlo affinché agevolasse una rapina. Alle sue resistenze lo aveva minacciato di morte.

Ilda lo aveva convinto a denunciare l’accaduto.

La rapina non c’era stata più.

Però, poco tempo dopo, avevano sparato a Marco, mortalmente.

Ilda era una donna robusta anche nell’animo. Provò il dolore, la disperazione, il rimpianto, il rancore e l’odio.

L’assassino fu individuato e imprigionato subito.

Stranamente confessò, rivelò i complici, collaborò con gli inquirenti; ma affermò che il colpo era partito per errore, durante la colluttazione.

Aveva un avvocato di grido, e l’accusa un giovane magistrato. Chiese il rito abbreviato e fu condannato a otto anni.

Poi arrivò un condono. Così dopo tre anni fu affidato ai servizi sociali: insomma era libero.

Troppo poco, per Ilda…

La giovane donna si fece crescere i capelli, cominciò a tingerli di biondo, cambiò look, si mise in aspettativa dalla scuola, poi riuscì a farsi assumere dall’azienda in cui lavorava l’assassino di Marco.

Pian piano si fece notare, lo corteggiò senza esporsi troppo, lo conquistò. Non fu necessario farsi mettere le mani addosso, almeno non sotto gli abiti. Quando gli era vicina, pensava soltanto alla vendetta, sorridendogli con falsità.

Il male fa diventare cattivi, Ilda lo stava sperimentando.

Alle insistenti avances di lui, gli promise che giovedì sera, dopo una cenetta intima in un ristorante che lei conosceva, nella parte alta del lago, lo avrebbe accompagnato a casa sua per la notte.

A fine cena, trovò una scusa per allontanarlo un momento.

–           –           –

Ecco, è il momento di prendere la polvere e versala nel suo bicchiere: il sonnifero è inodore e insapore, lo so, ne ho provato una piccola dose.

Il tavolo è in un angolo appartato e non mi ha vista nessuno dei pochi avventori: ho scelto bene il giorno e il locale.

E’ tornato e lo vedo bere con intima soddisfazione: la dose è quasi mortale.

Fuori lo convinco a lasciar guidare me. Fa freddo e indosso i guanti, quindi niente impronte. Poco dopo lui si addormenta.

A casa sua lo metto sul letto, poi accendo tutte le fiamme che posso: un lume, due candelabri. Quindi vado in cucina e apro i fornelli: l’acre odore del gas mi dà fastidio e crea quella situazione di pericolo adatta a cancellare ogni traccia.

Vado via subito, poi guido la vecchia auto di Marco:

“Ti sto vendicando, Marco: puoi salire al cielo sereno.”

Guido con rapidità verso casa, pensando che non l’ho fatto soltanto per lui, ma soprattutto per me.

Appena entro in casa, senza nemmeno togliermi i guanti, telefono a Gianni, il mio simpatico collega che non mi stacca mai gli occhi di dosso, un bell’uomo rimasto vedovo da poco, un futuro compagno da prendere in considerazione:

– Ciao, Gianni, ho deciso di accettare il tuo invito a cena: va bene domani?

A questo punto mi metto in libertà: lo specchio mi dice che sono ancora bella. A trentatré anni penso di avere tutta la vita davanti. Preparo un drink, mi seggo in poltrona, mi rilasso, quindi accendo il televisore.

Una trasmittente locale dà le ultime notizie. Alla fine mostra un incendio e il presentatore commenta:

– Gli investigatori ritengono che lo scoppio sia dovuto a una fuga di gas. D’altra parte é noto nel vicinato che il proprietario era un uomo senza princìpi e conduceva una vita sregolata, disordinata…

Prendo dal tavolino quel vecchio libro, leggo il titolo, guardo la figura in copertina e penso: “Ecco, adesso anch’io mi sento una Walkiria”.

F i n e

Michele Fiorenza – opera registrata

3 pensieri su “Sono una Walkiria”

  1. Letto d’un fiato, scritto bene e avvincente.
    Soddisfa, inoltre, quel sempre latente spirito di vendetta che attende di essere realizzato.
    Bravo.
    Ciao
    anna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *