Sognando gli Alisei

Erano anni che volevo andare all’estero, però il mio lavoro non me lo permetteva essendo i viaggi troppo costosi per le mie misere tasche.
Un giorno, la mia ditta eseguiva dei lavori di restauro in una vecchia e pericolante villa. Le sue fondamenta poggiavano su antiche dimore e, nel lato in cui scavammo, trovai una piccola pietra nera sulla quale erano incisi strani disegni e simboli.
La conservai nelle mia tasca perché non la vedessero i miei compagni di lavoro.
Più tardi, a casa mia, avevo intenzione di esaminarla con molta più cura.
La notte dopo, iniziai a sentire una voce che mi sussurrava soavemente: “Vahine, Vaine” o “Ovaine”, un nome comunque poco chiaro. Non riuscivo a capire il suo significato, ma ogni notte si ripeteva sempre lo stesso evento. La mia mente non riusciva a spiegarsi cosa fosse l’origine di tutto ciò, io però iniziavo ad avere paure ed angosce.
Notte dopo notte, oltre alle voci, mi venivano in sogno immagini e figure mai viste prima: strani segni geometrici, un viso di donna dai lineamenti orientali e la sensazione di essere sollevato dal mio letto da un lieve venticello che soffiava leggero nella mia camera nonostante le finestre fossero chiuse. 
Quella parola, “Vahine”, mi faceva svegliare in preda al panico e ai sudori freddi.
Capii che, in qualche maniera, la pietra era parte di tutto ciò che mi accadeva; forse era quell’oggetto l’origine dei miei incubi! La presi dal nascondiglio con la precisa intenzione di lavarla.
Dal nerume che la ricopriva completamente, scoprii una scrittura che a me risultò essere incomprensibile, ma che riuscì a leggere molto chiaramente: “VAHINE”!!!!
Svelata una parte del mistero, rimasi ancora incerto su una questione ossia cosa quell’oggetto volesse realmente da me! In altre parole non riuscivo a comprendere cosa rappresentassero quelle immagini esotiche che erano protagoniste di tutti i miei sogni: isole meravigliose ricche di vegetazione, lagune di acqua trasparente, limpida, circondate da un piccolo paradiso terrestre di color azzurro-verde; farfalle variopinte volavano attorno a coralli affiorati dal mare. Poi massi con decorazioni rupestri identiche a quelle incise sul sasso nero.
Queste immagini mi erano saltate in mente nel momento stesso in cui tenevo in mano il sasso trovato nella vecchia villa. Ero molto confuso ma volevo liberarmi da quel senso di angoscia che mi procuravano quei luoghi presenti in ogni mio sogno!
Decisi così di lanciare in mare quella pietra con tutta la forza che possedeva il mio braccio per cancellare dal mio animo la forte paura che mi assaliva al contatto dell’oggetto e con la speranza di fare sparire quei brutti incubi notturni!
Scesi in spiaggia e buttai il più lontano possibile quel “maledetto” sasso.
Dopo aver fatto ciò, mi sentii liberato da un pesante fardello: finalmente l’incubo era finito! Solo più tardi mi accorsi che ero ancora all’inizio!!!!
Rientrando a casa, inciampai su qualcosa di duro! Pensai che fosse la bambola della mia nipotina ma, accendendo l’interruttore della luce, mi accorsi che l’oggetto duro, nel quale ore appena inciampato, era il sasso che avevo appena gettato in mare! Infatti, osservandolo meglio, si poteva notare che era ancora bagnato!
Inorridito, stupito e tremante dalla paura, mi piegai e lo presi in mano.
In quell’istante, io mi trovai a volteggiare nell’aria, sopra quelle isole immaginate poco prima! Stringevo le pietra tra le mani con forza.
Davanti a me si presentò la donna dei miei sogni che mi fissava e mi sorrideva.
Ad un tratto mi fece chiaramente capire che voleva la pietra.
Io non riuscivo a capire cosa volesse, ma rimasi estasiato dalla sua bellezza!
Poi prese a parlare:
– “E’ da molto tempo che ti aspetto. Dà a me la pietra, mio caro!”.
– “Ma chi sei? Dove siamo? Questo posto non è reale! E’ tutto un sogno!”
Queste furono le sole parole che riuscii a far uscire dalle mie labbra
– “Sì” – disse lei – “un meraviglioso sogno REALE! Ora seguimi!”
Io obbedii, presi la sua mano e la seguii, dopo averle consegnato la pietra incantata.
Mi stava portando in una grotta, avevamo preso gli Ura mbuta”,  per arrivarci ci  erano apparse  delle piccole ali che si posarono sulla nostra testa consentendoci di alzarci in volo. Dalla grotta udimmo giungere sino a noi un canto melodioso in una lingua sconosciuta alle mie orecchie.
Dall’acqua affiorarono dei gamberi rosseggianti: lei li raccolse usando le sue vesti come cesto! Dopo aver terminato, mi comunicò che “Vahine” ci aspettava.
Ci librammo verso il cielo, sospinti da quel lieve venticello, mano nella mano. Stavamo volando verso un’isola selvaggia, dalla fitta vegetazione. Ad un certo punto, atterrammo davanti ad un fabbricato luminoso e scintillante. Entrammo da una porta, attraverso la quale si accedeva ad un grande salone. La stanza era arredata in maniera molto strana e ospitava donne molto simili alla mia compagna di viaggio.
Al centro del salone c’era un grosso uomo dalla pelle olivastra che mi diede il benvenuto e chiese alla ragazza se io avevo portato con me la pietra! La donna disse che era già nelle sue mani e la consegnò al suo padrone.
Egli esclamò colmo di gioia:
– “Il nostro ospite merita un premio: nettare ed ambrosia siano offerti al nostro povero viaggiante”.
Poi si rivolse alla sua ambasciatrice:
– “Hai portato quei deliziosi gamberetti?”. 
Lei, senza pronunciare parola alcuna, fece cadere il contenuto della sua veste su un vassoio d’argento.
Ad un cenno del padrone, le donne mi trasportarono, tra le loro braccia in un’altra stanza. Giunti nella camera, mi spogliarono, mi lavarono con oli e profumi, mi vestirono con abiti principeschi e, dopo questa solenne cerimonia, mi prepararono una cena degna di un imperatore: piatti e ceste stracolme di ogni tipo di leccornia, brocche ed anfore, delle quali, solo la vista, faceva inebriare la mente.
Dopo essermi ingozzato d’ogni specie di cibo presente sull’abbondante tavola, mi accompagnarono in una stanza tutta azzurra al centro della quale si trovava un immenso letto dalle bianchissime lenzuola, ma scivolose al tatto.
 Seduta al bordo del grande letto c’era lei avvolta da quelle stesse lenzuola.
L’unica cosa che riuscì a dire fu: “Come ti chiami?”.
Lei si avvicinò, mi accarezzò il viso e mi sussurrò nell’orecchio: “Nesia”. 
Era il suo nome e la sua passione era profonda quanto la sua voce sensuale ed amorevole.
Passammo insieme una notte sublime, però quella meravigliosa magia che si era creata tra noi fu bruscamente interrotta dalla presenza di un nano.
Infatti, il mattino seguente, ancora stretto tra le sue braccia, si presentò innanzi ai miei occhi un nano che m’invitò a visitare le isole, le sue isole!
Mi liberai tristemente dalle braccia della mia amata ed andai a soddisfare la mia curiosità. Decisi d’indagare sulle origini del popolo che mi ospitava prima di vedere le bellezze naturali del luogo.
Andai dal padrone di casa e posi une serie di domande: “Chi siete? Da dove venite? Dove mi trovo? Non siamo sulla terra? Cosa sono quei disegni incisi sulla pietra?”.
Con tutta calma il nano rispondeva alle mie domande. Prese la pietra tra le mani e si mise a guardare fuori dalla finestra, verso il cielo vestito di nuvole. 
Poi si rivolse a me: “Il nostro popolo proviene da una lontana galassia stabilitasi qui, su queste isole, millenni fa. Quella pietra è un antico reperto lasciato dai nostri avi. Indica le coordinate del luogo di nascita dei miei antenati”.
Io non credevo alle mie orecchie: 
– “Quindi siete extraterrestri! Un posto così fantastico non esiste sulla Terra! Secondo me, ci troviamo in un altro pianeta o addirittura mi avete drogato!”.
– “No! Niente di tutto questo! Siamo sulla Terra, viviamo sulla Terra da così tanto tempo che il nostro metabolismo fisico si è completamente adattato pur conservando intatti i nostri poteri mentali!”. 
Il piccolo uomo finì il suo discorso battendosi le mani.
Nel frattempo sopraggiunse la ragazza che m’indicò di seguirla. Mi portò per isole piatte e sabbiose delle quali alcune erano abitate da minuscoli villaggi ed altre completamente disabitate. Distese di canne da zucchero dal profumo dolciastro m’inebriavano la mente, riportandomi alla mente ricordi della mia infanzia.
Alla fine del giro, uno dei personaggi tipici della zona si avvicinò a noi offrendomi una tela che affermava essere un “Tapa Avena” con una decorazione geometrica. Mi sorrise e, con un inchino, s’allontanò verso il tramonto, lasciandomi la piccola tela.
La mia accompagnatrice volle andare a Taveuni. Attraversando le foreste di quest’isola, giungemmo a Waiyevo. Il luogo mi metteva soggezione; sembrava ci fossero due mondi uniti ma opposti tra di loro. Infatti, dal mio lato, la luna era alta in cielo mentre dall’altro, il sole brillava!
Anche se mi infondeva paura, mi affascinava l’idea di passare dalla notte al giorno in un istante.
Dalla foresta di palme, con mia enorme sorpresa, uscirono dei turisti!
Mi fermai a fissarli ed ebbi modo di sentire che due di loro parlavano in italiano. Forse, finalmente, qualcuno mi avrebbe detto la verità perché non avevo creduto alla “favola” raccontatami dal nanetto.
Chiesi a quei due tipi dove ci trovassimo. Si fermarono e uno dei due mi diede dell’ubriaco ma mi rispose che eravamo a Vatulele. 
Io non sapevo dove si trovasse questa città e mi azzardai a chiedere se per caso si trovava sulla Terra.
– “Come sulla Terra? Sulla Luna!!!”.
– “Sulla Luna? Veramente?”. 
Pensai tra me e me d’aver avuto ragione a dubitare del nanetto e ripresi a fare domande:
– “Ne siete sicuri?”
Volevo essere certo della mia convinzione. Ma loro mi risposero:
– “Ma che hai perso la memoria? Siamo alle isole Fiji, in Polinesia”.
Io non potevo credere a tutto questo, certo com’ero d’essere su un altro pianeta:
– “Ne siete veramente sicuri?”.
Irritati, mi risposero in coro:
– “Ma vai a quel paese!”
E se ne andarono via.
La ragazza apparve di nuovo davanti ai miei occhi e mi indicò nuovamente di andare con lei e disse che sarei tornato a casa mia il giorno dopo.
Tornammo in quella villa incantata. Ci aspettavano festosi tutti quanti e ci accolsero con molto calore: canti dolci e melodici, danze infinite e sensuali e le pseudo-donne che passavano una ad una a baciarmi.
Poi venne ripetuta la stessa cerimonia solenne della sera precedente: il bagno, la cena e la lunga, interminabile notte con lei….
Il mattino seguente mi svegliò un campanello. Aprendo gli occhi mi resi conto di essere nel mio letto. Alla porta qualcuno continuava a suonare. Mi alzai: era il mio capo che era venuto perché preoccupato per la mia salute. 
– “Giovanni, perché non sei venuto al lavoro tutti questi giorni? Stai male? Non abbiamo più avuto tue notizie ed eravamo tutti molto preoccupati!”.
Io, non sapendo cos’altro fare, confermai tutto ciò che lui mi chiedeva:
– “Si, si, sto malissimo!”.
– “Cerca di guarire al più presto! Abbiamo bisogno di te al cantiere e soprattutto la prossima volta avvertici!”.
Se ne andò raccomandandomi queste cose:
– “Va bene, capo” – dissi io – “cercherò di guarire presto e lo salutai stringendogli la mano”.
Chiusa la porta, andai di corsa in bagno a lavarmi il viso! Che sogno!
Poteva un sogno farmi addormentare per tutto quel tempo? Il dubbio mi rodeva dentro talmente forte che disperato andai a cercare l’atlante geografico per vedere se veramente esistevano le isole Fiji. Ne avevo sentito parlare ma, ero così confuso, che volevo accertarmene con i miei stessi occhi.
Quelle isole, come risultava dall’atlante, esistevano veramente! 
Qualcosa allora mi spinse a sfogliare la mia enciclopedia sotto la voce “Fiji”.
Lessi qualcosa a proposito del vento Aliseo che veniva descritto come un vento tenue e perenne. Poi trovai notizie delle “Bure”, cioè le capanne costruite con foglie di palma e con le “Tapa”, le tele locali sulle quali erano dipinte figure geometriche. Tutto combaciava! Tutto combaciava con il mio sogno! Era tutto perfettamente uguale che sembrava che io l’avessi realmente vissuto.
Ero impaurito ed angosciato non riuscendo più a comprendere se tutto ciò che avevo vissuto era stato un sogno o se invece era realtà!
Cercai tra i vestiti e trovai la “Tapa” che quell’uomo mi aveva regalato sulla spiaggia! Si, quel prezioso ricordo di una terra lontana era tra le mie incredule mani!

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