L’Agguato

Preambolo
Il racconto tratta di un inseguimento. Il protagonista è un uomo in fuga. Chi fugge è sempre impaurito, teme l’inseguitore e quel che potrebbe fargli nel caso lo acciuffasse, ma sarà ancor più impaurito se non conosce l’identità di chi lo insegue. Questo è terrorizzato perché non conosce neppure il luogo in cui si muove.

L’oscurità lo avvolgeva dolcemente come una coperta di petali neri e soffici. Anche la luna era fuggita da quel luogo feroce, e ogni volta sembrava non tornasse mai più. E invece tornava. Tornava ogni volta.
E anche il rumore tornava. Eccolo. Più feroce di cento denti aguzzi e bianchi, pronti a chiudersi sulla nostra gola. Quello era il degno suono di quel posto inumano.
Da principio lo confondeva col canto delle cicale che seguitava ininterrotto per tutta la notte, ma poi a poco a poco si era definito nella confusione dei suoi sensi terrorizzati. Adesso lo distingueva chiaramente e ne aveva paura. Una paura folle, come di due occhi gialli nella notte che aspettava di vedere da un momento all’altro. Questa attesa lo atterriva ancor di più.
Non riusciva a vedere niente intorno, eppure avvertiva che c’era qualcosa da vedere. Voleva vedere l’aspetto di chi lo perseguitava. Sapeva che stava in agguato, forse proprio lì, accanto a lui, in attesa di balzare, e poi il sangue caldo, scorrer giù, via dal suo corpo.
Il rumore era costante e a debita distanza. Ciò significava che il suo inseguitore stava fermo. Non si stava avvicinando, era già qualcosa.
Trovarsi in una simile situazione, incredibilmente, non lo distraeva a sufficienza dai tristi pensieri di una vita, da un senso di perdita che ormai lo affliggeva da tempo. Dov’era finito quel tempo passato, quel periodo felice della sua vita? Quando il vento caldo dell’estate fra i capelli un po’ lunghi lo riempiva di gioia… e d’inverno bastava il fuoco nel caminetto e un bicchiere di vino rosso per scaldargli il cuore. Dov’erano finite quelle giornate di quotidiano fervore? Adesso il suo cuore era solo un blocco di marmo unico e duro e niente lo poteva scaldare fino all’interno. Maria se n’era andata. Ricordava l’assolata mattina di dicembre. Una di quelle mattine che alleviano l’angoscia del gelo e dimentichi che…
Il rumore era cambiato! Era lo stesso, ma aveva qualcosa di nuovo. Era più forte. Si era avvicinato al suo rifugio. Rimase in ascolto. Interminabili minuti, o secondi? O Ore? Non capiva da quanto tempo si trovava in questo guaio. Il suono era più intenso ma non cresceva, si era fermato di nuovo. Doveva fare più attenzione.
Quella sgualdrina! Si era portata via i figli. Erano in Svizzera adesso. Lei sapeva benissimo che non poteva permettersi di andare là tutti i week-end, e neanche una volta al mese. Li rivedeva una volta all’anno, a luglio, quando per qualche giorno riusciva a pagarsi un piccolo albergo e una macchina al nolo. La sua l’aveva venduta per pagare le tasse e le bollette. Prendeva l’autobus per recarsi al lavoro. Ora non aveva più neanche quello, sostituito da un ragazzo più giovane, più svelto. Il fatto era che non aveva spirito d’iniziativa. Tutto gli scivolava addosso, lasciando enormi graffi sul suo corpo indebolito. Le rughe più profonde, rosse piaghe, le lasciava il tempo, il tempo che lo incalzava e lui lo aveva sempre subito, lo aveva lasciato…
L’orribile bestia si stava muovendo! Era sempre più vicina e il rumore cresceva. La paura gli morse le viscere. La vedeva balzare nel buio, se la vedeva addosso. Ma si illudeva, non l’avrebbe vista, avrebbe solo sentito i suoi denti affondargli nella carne e il suo urlo lacerato dal dolore. Infine il silenzio della morte che raccoglie i suoi resti, per lui solo calma e sonno. Invece si fermò di nuovo.
Pensava a quell’essere che gli dava la caccia. L’oscurità danneggiava anche lei, anche se conosceva di certo il luogo a mena dito. Se la figurava esattamente come lui in attesa, immobile, in ascolto dei suoi movimenti, per localizzarlo, e intanto produceva quel suono continuo e snervante. Di sicuro ascoltava il suo respiro, il fruscio delle maniche quando cambiava posizione, il suo cuore che impazziva, quasi esplodeva, ad ogni rumore sospetto. Cercava di non farsi notare e sfuggirgli un’altra volta.
Improvvisamente capì. Quella era la notte fatale. Il mostro non si era mai avvicinato tanto. Per uno dei due era giunta la fine. Si rannicchiò nel suo rifugio, che mai gli era sembrato così scoperto come ora. Da sempre era fuggito. Non poteva più cavarsela scappando, era lì per lui. Comprese che non c’era scampo. Le fauci lo aspettavano, con le zanne umide e lucide.
Pensò ad un modo di uccidersi, evadere quella fine, sempre più prossima. Sicuramente terribile. Però non aveva niente. Né una corda, né un albero a cui legarla. Non un coltello, non un veleno. Neanche un sacchetto, niente per soffocare. Cosa fare? Il buio avvantaggiava il suo inseguitore adesso. Per lui quei luoghi erano selvaggi e sconosciuti, non poteva muoversi, non doveva! lo avrebbe sentito, raggiunto e sbranato. Sentiva la presenza degli alberi lontani e delle foglie accarezzate dal vento caldo, alito di morte arida. Aspettava l’attacco. Allora tastò intorno a sé per cercare un’arma o qualcosa da opporre al mostro tremendo e assetato. Non trovò nulla, c’erano degli stracci. Aspettava. Con la gola chiusa. Anche i pensieri gli tremavano nella testa mai così vuota.
Qualcosa si mosse! Un’idea balenò nella sua mente inferma. L’unica cosa che la bestia non si aspettava era che prendesse l’iniziativa. Non doveva attenderla. Sarebbe stata la fine, perché lei avrebbe cercato l’attimo giusto, in cui sarebbe stata sicura di non fallire. Poteva salvarsi solo attaccando, anticipando le sue mosse. L’avrebbe sorpresa, e prima di capire, e riprendersi dallo stupore, l’avrebbe sopraffatta. Sì l’avrebbe uccisa. Si sarebbe liberato di lei, e avrebbe potuto vivere. Vivere davvero.
Comunque doveva assolutamente trovare un’arma. Aveva una scarpa. Una sola. L’altra doveva averla perduta da qualche parte, ma non era il caso di cercarla. Avrebbe fatto rumore, e lei se ne sarebbe approfittata. E poi non era sicuro di poterla trovare. Va bene, avrebbe lanciato una scarpa. Forse poteva bastare. E se non bastava sarebbe sempre stato meglio di niente. Forse l’avrebbe stordita. Non lo sapeva. Ma valeva la pena tentare. Solo avrebbe avuto una sola chance. Quindi il problema più importante adesso era individuarla con certezza. Doveva sapere con precisione dov’era. Per lanciare. E colpire. Così si mise in ascolto del rumore. Lo isolò dal resto. Annullò le cicale. Le foglie. Gli uccelli notturni. Le zanzare. Le donnole. Le volpi. Le faine. I topi. I cani. Il suo respiro. Il cuore. Il tremito. I denti che battevano.
Se morisse adesso non avrebbe più rivisto Angelo e Federico. Chissà come saranno da grandi. I suoi figli, che teneva in un palmo di mano, neonati. Li aveva visti gattonare, poi camminare. E parlare. Non li avrebbe visti diventare uomini. Non li avrebbe più rivisti in ogni caso. Senza lavoro, senza più una famiglia, solo. E il tempo che passava, stava invecchiando così in fretta. Tutto il tempo andato… pensare a questo per lui erano una serie di pugnalate al petto. Ma proprio non riusciva a convivere col rimpianto. Si stava rendendo conto di aver passato una vita a costruire qualcosa, e tutto era crollato così velocemente. Cosa era rimasto? Solo lui, nudo e solo come quando se ne era andato di casa, a vent’anni. Allora era forte, ma adesso non ce la faceva a ricominciare tutto daccapo. Il momento buono, gli anni giusti li aveva sprecati, e nessuno glieli avrebbe restituiti. Sentì le lacrime calde affacciarsi sul suo volto stanco e pallido, fra le prime rughe. Le asciugò con la mano. Non doveva distrarsi…
Si concentrò sforzandosi di vincere la paura. Agire a sangue freddo, come se niente fosse reale. Come in sogno. O in un incubo. Sperava nel lieto fine, ammesso che esistesse nella vita reale. Se esisteva una vita reale. Cos’era lui? Quale significato aveva per il mondo? Lui piccolo essere simile a miliardi di altri simili. Ma per lui, lui era tutto, e la vita valeva molto. Anche se non sapeva perché.
Ecco. Finalmente quello che aspettava. Un suo errore. Si era scoperta. Accidenti quanto era vicina! Molto più di quel che pensasse. Capiva dov’era come se la vedesse. Era lì accanto a lui. Non aspettò. Non indugiò oltre. Il suo attacco stava per essere sferrato. Allora l’anticipò. Lanciò con tutta la sua forza la scarpa. La centrò in pieno.

La sveglia sul comodino cadde e si fracassò sul pavimento. Il suo ticchettare cessò. Cessò per sempre. E lui poteva dormire sonni tranquilli. Finalmente.

 

Un pensiero su “L’Agguato”

  1. Mi é piaciuto, bravo! Buone le descrizioni nel bosco,
    e il finale! Beh, non immaginavo certo fosse il nemico comune! Bravo. Ciao. sandra

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