Controcuore

Arrivai a Budapest un venerdì mattina, senza ombrello. Lo lasciai in Italia per via del limite di 20 kg sul peso massimo della valigia: meglio risparmiarsi gli oggetti pesanti e facili da reperire anche nel nuovo paese, l’Ungheria.
Respinta ai test di ammissione a medicina, mollata da Fabrizio dopo 5 anni di relazione, mi era parso che fosse giunto il momento di andare in cerca delle mie origini.
Sono nata e cresciuta in Veneto, ma mia nonna era ungherese. Aveva sposato un italiano conosciuto in villeggiatura, dopo una settimana di corteggiamento e diverse lettere scambiate tra i due paesi. Un’unione di quelle come si facevano una volta. Inconcepibili al giorno d’oggi: prima di sposarci indugiamo addirittura nella cautela di convivere per un periodo lungo, figuriamoci se potremmo impegnarci in un matrimonio quasi a scatola chiusa. Mia nonna Orsolya è morta quando avevo 16 anni e mi ha parlato tanto di Ungheria, fino alla fine. Le mancava, il suo paese, con le sue abitudini così differenti dalle nostre. I suoi racconti mi avevano sempre affascinato, fino a far nascere in me un’irresistibile voglia di avventurarmi in quella piccola nazione, di impararne la lingua e sperimentarne gli usi. In parte ero ungherese, da quella terra derivavano i miei magnifici capelli biondi. Se anche solo in minima percentuale sono legata a quella terra, mi dissi un pomeriggio di ottobre, dopo aver letto i risultati dei test d’ingresso ed essere corsa a piangere sulla tomba della mia nonnina, voglio conoscerla e imparare a amarla. Nessuna delle tante obiezioni suscitate dalla mia scelta valse a farmi dubitare di aver intuito quello che era veramente giusto per me. Scesi dal pulmino e trascinai con fatica la mia valigia fino all’ingresso della metropolitana. Mentre cercavo di distruggere per sempre un bagaglio ancora semi-nuovo, mi soccorse la mano forte e salda di un ragazzo. Un adone biondo di media statura, muscoloso e dal sorriso decisamente allettante. Mi disse qualcosa di incomprensibile, nella lingua che so riconoscere grazie alle canzoncine intonate da mia nonna per farmi addormentare da piccola. Cantilenante e armoniosa, suonava ancora più particolare dalla bocca del ragazzo. “I don’t understand!” replicai. Lui, in un inglese dall’accento americano mi spiegò di avermi confuso per un’ungherese, non sembravo straniera. Dissi che sono italiana e lui si illuminò tutto. Gli piacevano gli italiani, mi raccontò e intanto mi seguì verso i treni. Osservai le sue spalle robuste e trovai molto tenera la sua andatura leggermente molleggiata. Indossava dei jeans quasi scampanati, passati di moda da qualche anno, e una maglietta bianca, perfetta per mettere in rilievo i suoi muscoli, ben scolpiti. Mi fece fermare, acquistò per me un biglietto e salimmo insieme sulla metro. Poi mi chiese dove dovevo andare. Dissi il nome della stazione a modo mio, ‘Orsvezertere’ e lui scoppiò a ridere. Aveva tratti dolci ma virili, ravvivati da due splendidi occhi cristallini, luccicanti come diamanti. La mia pronuncia lo fece ridere di gusto. In effetti, sul tabellone delle fermate vidi la scritta ‘Örs vezér tere’ e dalla particolarità degli accenti mi resi conto che doveva pronunciarsi in modo ben diverso da come avevo fatto io. Lui mi redarguì brevemente sulla lingua ungherese, una delle più difficili del mondo. La esse, cominciò, non si pronuncia esse ma scc. In quel momento mi resi conto di aver sempre detto Budapest nel modo sbagliato, ridendo di nascosto del buffo, impegnativo, modo che utilizzava mia nonna.
Nel breve tratto tra la centrale piazza Deak Ferenc e la mia Örs vezér ter, capolinea della metropolitana rossa, la mia nuova conoscenza mi equipaggiò di una rapida infarinatura di ungherese. Ero sicura che sarebbe sceso con me, altrimenti che era salito a fare su un treno che palesemente non gli serviva? Disse di chiamarsi Robi. Gli ungheresi, lo avrei appreso in seguito, amano abbreviare i nomi e presentarsi da subito con il diminutivo. Robert, questo il suo nome per intero, scese con me e mi aiutò a trovare la strada del mio appartamento, trovato su Internet. Secondo lui avevo scelto bene, dato che la mia scuola di ungherese era a pochi passi e che la metropolitana mi avrebbe consentito di raggiungere il centro in una decina di minuti. La grande IKEA blu e gialla vicina alla fermata dei mezzi pubblici mi avrebbe aiutato a non perdermi. Dovevo aggirarla e proseguire in una stradina laterale, svoltare a destra e raggiungere il mio caseggiato. Lui abitava non troppo lontano, mi redarguì. Decise di lasciarmi sistemare in pace e promise di venirmi a prendere alle dodici e trenta, per portarmi in un locale caratteristico a assaggiare il mio primo pranzo ungherese. Sorrisi raggiante, era un invito bellissimo.
Continuammo a vederci tutti i giorni, io e Robi. Mi portò in ogni angolo di Budapest e mi seguì in tutti i miei viaggi in treno, sulle orme dei ricordi di mia nonna. Mi fece da interprete quando andammo a conoscere dei miei lontani parenti, cugini della nonna, a Székesfehérvár, la città dove nel passato venivano incoronati i re magiari. Robi mi fece immergere nel paese. Dopo circa un anno riuscivo a esprimermi correttamente nella lingua locale e leggevo i miei primi testi in ungherese. Ormai parlavamo sempre e solo in ungherese, tranne quando passavamo all’italiano. Robi aveva infatti uno spiccato interesse per l’Italia. Ne aveva visitato almeno venti città, tra cui alcune inaspettate come Chioggia, dove non sono mai stata nemmeno io. In particolare, sembrava essere innamorato della lingua e mi costringeva a usarla nei momenti di maggiore intimità. Se all’inizio si limitò a questa richiesta, col tempo cominciò a pregarmi di insegnargli l’italiano. Ero restia a farlo, perchè avrei voluto dedicare tutte le mie energie all’apprendimento dell’ungherese. In mente avevo un progetto a cui non avrei rinunciato. D’altra parte, come potevo restare insensibile al desiderio di Robi di imparare la lingua della sua ragazza, soprattutto alla luce di quante preziose informazioni mi elargiva ogni giorno sul suo paese?
Cominciai e ci presi ben presto gusto. Insegnare è sempre stata una delle mie aspirazioni segrete e così feci del mio meglio. Robi migliorava a una velocità sorprendente. In capo a sei mesi conduceva brevi discorsi senza il minimo sforzo e il suo lessico andava arricchendosi senza sosta, complici i classici della letteratura che riusciva a divorare con accanimento, preferendoli alcune volte persino alle coccole a letto. Dentro di me sentivo che c’era qualcosa di inquietante nella sua strenua cavalcata per imparare l’italiano, ma ero troppo appagata dalla gioia di insegnare per pensarci. Una sera andammo a cena dai suoi genitori, proprietari di uno dei rari appartamenti borghesi di Budapest arredato con classe e libero dal parquet, una pavimentazione che trovo scomoda e poco creativa ma che in Ungheria è quasi immancabile. Li conoscevo da diversi mesi e mi sentivo a mia agio in quelle stanze. Stavo aspettando che la sorella di Robi liberasse il bagno e mi intrattenevo nel grazioso studio che fu del nonno di Robi, incantata dalle elaborate cesellature del pesante scrittoio di legno, quando vidi una foto particolare. Raffigurava una donna molto anziana con in braccio il nonno di Robi. Lo seppi con certezza grazie all’appunto scarabocchiato sul retro, in italiano. Mi colpì tanto da farmi girare la testa. Madre e figlio erano seduti su una comoda sedia a dondolo in un giardino. Sullo sfondo, il mare, a conferma del fatto che la foto non era stata scattata in Ungheria. La scritta sul retro riportava: “Alassio, il piccolo Tommaso e Francesca”. Col cervello in subbuglio, aprii a uno a uno i cassetti della scrivania, finchè non trovai un documento del nonno di Robi. Si chiamava davvero Tommaso, non Tamas come mi aveva detto Robi. Era possibile che negli anni avesse prediletto la versione ungherese del nome, ma perchè Robi non mi aveva mai raccontato quella curiosità, visto che ero italiana? Poteva anche aver trascurato questo dettaglio, ma come aveva potuto dimenticare  di dirmi che suo nonno era nato a Roma? Nauseata, andai in bagno. Raggiunsi quindi gli altri per cena, proprio mentre Robi si esibiva in una citazione di Pascoli in un perfetto italiano. Al mio arrivo, mi baciò, sorridendomi con ancora maggiore luminosità del solito. I suoi genitori sembravano divertiti. Mi avevano preso in simpatia da subito, con i miei sforzi di esprimermi nella loro lingua e la mia caparbietà nell’affrontare anche i discorsi più complicati. La madre, col suo anacronistico vestito bianco a ricami rossi, ai miei occhi un centrotavola fatto vestito, ci invitò a riunirci nella sala da pranzo e servì quello che le parve un pranzo leggero. Zuppa di carne con paprika e peperoni rossi, carne di maiale fritta con patate e insalata, quest’ultima ricoperta da non so quale inguardabile salsa. Per finire, un dolce di cioccolato farcito con altro cioccolato e ricoperto da un sottile strato di…cioccolato. Una vera tradizionalista, la mamma di Robi, nonostante fosse piuttosto giovane. Mentre giocherellavo con il mio immenso pezzo di carne, oltre a considerare la possibilità di farlo scivolare sul pavimento con la semi-certezza che fosse scambiabile per un tappeto, decisi di prendere la parola e cominciare a vederci chiaro nella storia del nonno di Robi. Chiesi alla madre di Robert se aveva mai visitato l’Italia. Lei rise: “Beh, più che averla visitata ci ho vissuto!”. Interessante. “Davvero? – guardai Robi dritto negli occhi – Come mai non mi hai mai detto niente?” Robi per poco non soccombette alla quantità di braciola fritta che aveva in bocca, ma biascicò una risposta: “Sono storie di famiglia, non pensavo ti interessassero.”
A sorpresa, la mamma di Robi prese la parola, evidentemente felice di poter rispolverare il passato: “Sai cara, io in Italia ci sono nata. I miei genitori erano entrambi italiani, di un posto vicino Roma. Se vuoi posso parlare italiano.” conclude, in ungherese. “Parla italiano?” “Ovviamente. Sono italiana! Conobbi Miklos – il padre di Robi – quando avevo 17 anni. Era in viaggio a Roma e io gli feci da guida. Poi tornò in Ungheria e io lo seguii pochi mesi dopo. Non potevo più vivere senza di lui! Mi sono adattata molto bene a questo paese e ora sono un’ungherese perfetta, non trovi?” rise, piena di contentezza. Sconvolta, smisi di sforzarmi di far finta di mangiare quel pranzo troppo pesante per me. Rimasi seduta parlando solo lo stretto indispensabile e aspettai che Robi chiedesse se volevo alzarmi e andare a guardare la televisione per chiedergli, con tono perentorio, di andare a fare una passeggiata lungo il fiume.
I genitori di Robi vivevano a un quarto d’ora da Budapest, in un piccolo paese lungo il Danubio. Ci incamminammo e lo aggredii quasi subito, furiosa: “Come hai potuto dimenticare di dirmi che sei di origine italiana? Per quale motivo lo hai fatto? Spiegamelo!” gli gridai contro, vedendolo incapace di affrontarmi. “Volevo… volevo farti una sorpresa.” articolò lui, quasi balbettando.
“Ci sei riuscito, lo ammetto. E ora? Cosa hai ottenuto?” ero in preda a una rabbia mai provata prima. Detestavo le menzogne, ma c’era una cosa che mi faceva irritare ancora di più ed erano le omissioni.
“Non avresti dovuto scoprirlo così, ma non mi andava di chiedere ai miei di mentirti. Quando ci siamo conosciuti e mi hai detto di essere italiana, ho pensato che avremmo potuto formare una coppia perfetta. L’idea si è fatta più centrata ancora quando mi hai spiegato di avere origini ungheresi. Tu italiana di origine ungherese, io ungherese di origine italiana. Perfetto, non trovi?”
“Quindi tutta quella gentilezza, l’accompagnarmi in metropolitana, tutto perché sono italiana come tua madre?”
“E carina, e simpatica. Certo il fatto che sei italiana ha fatto aumentare la voglia di conoscerti, che già avevo a prima vista, quando ti ho aiutato con i bagagli prendendoti per un’ungherese!”
Chissà perché questa frase non mi consolò abbastanza.
“Allora quando pensavi di dirmelo?”
“Ti ho chiesto di insegnarmi l’italiano per realizzare il mio più grande desiderio. Un sogno che piacerà molto anche a te. Ma pensavo di dirtelo a cose fatte, con due bei biglietti in mano…”
“Biglietti?”
“Sì, per l’Italia. Ho sempre voluto vivere nel tuo bellissimo paese, ma sapevo solo quel minimo di italiano che mi ha insegnato mia mamma negli anni. Poi ti ho conosciuta e ho capito che se mi sforzavo avrei imparato abbastanza in fretta e ci saremmo potuti trasferire insieme. Ho anche già trovato un’azienda disposta a prendermi. Mi aspettano per i primi di ottobre.”
Era giugno.
“Ottobre… in Italia – farfugliai, in pieno stato confusionale – io pure…”
“Sapevo che ti avrei stupito!” Robi mi cinse soddisfatto con il suo braccio muscoloso e abbronzato. Sgusciai via dalla presa e mi ribellai alla sua egoistica proposta. Non volli nemmeno sapere quale azienda avesse promesso di prendersi un ungherese che parlava italiano da meno di un anno e per fargli fare cosa. Niente volli sapere. “Io non sono venuta in Ungheria per tornare in Italia! Cosa l’ho imparato a fare l’ungherese secondo te? Io voglio stare qui, qui, qui e in nessun altro posto! Perché non me l’hai detto prima? Che diavolo ti passava per la testa? Non ti sei accorto di quanto sono felice qui?”
“Certo. Sei felice perché sei accanto a me. E lo sarai anche in Italia!” replicò Robi, fermo nella sua incrollabile logica maschilista.
“Invece no! In Italia non ci torno. Ho anche appena trovato un lavoro e non vedo l’ora di cominciare.”
“Un lavoro? A Budapest?!” l’incredulità di Robert era comprensibile. Difficile che uno straniero potesse lavorare in Ungheria dopo un solo anno di pratica con la lingua.
“Sì. Lavorerò nella scuola di italiano.” Robert conosceva quell’istituto privato e capì che facevo sul serio.
“Ma allora…”
“Se vuoi andare in Italia lo stesso, vai pure.”
Ci lasciammo così e di lui non seppi che poche informazioni ogni tanto, quando mi capitò di incontrare sua madre in città. Lavorava dalle parti di Roma, in un’azienda di componenti elettrici.
All’inizio fu dura, straziante. I ricordi mi trafiggevano quando meno me lo aspettavo, distribuiti con cura in tutti i luoghi che frequentavo e non volevo smettere di frequentare. Fu dura, ma l’amore per l’insegnamento, la bellezza di Budapest e la gioia di essermi ricongiunta alla giovinezza di mia nonna non mi hanno mai fatto dubitare della mia scelta. Controcuore, verso la felicità.

4 pensieri su “Controcuore”

  1. I tuoi racconti, come sempre, cara Claudia, sono piacevoli e ben scritti. Complimenti e a leggerti presto.
    Le bugie, sono sempre spiacevoli…..
    Sandra

  2. Grazie Sandra, anche se questo racconto ha alcune pecche a mio avviso. Accade tutto un po’ troppo in fretta e temo che risulti poco verosimile.
    Un caro saluto.

  3. A me è piaciuto. La tua narrazione è coinvolgente e dotata di una trama interessante. Brava!
    Alla prossima lettura.
    5st.
    Greta

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