Arancione

Oggi Lucia, una delle mie amicizie di Facebook, ha condiviso un link: “Dimmi che colore ti piace e ti dirò chi sei”.

Il vedere che a lei piace l’arancione, ha acceso in me una lampadina sul mare dei ricordi della mia vita da mamma di quel bel tipo di figlio che è mio figlio Ugo.

Se guardo le sue foto taggate su Facebook, spiccano quegli occhiali insoliti con le lenti trasparenti e le bacchette coloratissime: arancioni.

Qualche amico ha lasciato gustosi commenti sul colorino antinebbia e nient’affatto anonimo di un simile paio di occhiali, ma noi in famiglia che lo conosciamo da quando è nato –  intendo suo padre, suo fratello e soprattutto io – non ce ne siamo stupiti per nulla quando li ha acquistati: è il suo colore; si porta appresso tale preferenza da sempre e non sappiamo perché.

Fin da quando era un bambinetto, un ragazzino, un adolescente e anche ora che ora che è un uomo, non sono mai mancati nel suo guardaroba capi di abbigliamento di tale colore. Amava e ama magliette, camicie e maglioni arancioni con cui colorare le sue giornate e la sua vita.

Addirittura una volta, intorno ai sedici anni, acquistò con i quattrini di una mancia della nonna un bel completo formato da pantaloni e maglietta coordinati che lo facevano assomigliare ad un operaio dell’ANAS e lo distinguevano tra tutti gli amici al primo colpo d’occhio.

Alto di statura e magro, sembrava un gigantesco carotone quando a cavallo del motorino sferragliava per le strade del paese in cui abitiamo. Era inconfondibile: se si notava un qualcosa di arancione nel circondario, anche da lontano, si poteva giurare che in quei vestiti c’era lui.

Lo prendevamo un po’ in giro, ma ci rimaneva male e protestava dicendo che non capiva proprio cosa c’era di strano. Quel colore addosso lo faceva sentire bene, qualche volta diceva addirittura che gli portava fortuna.

Ognuno ha i suoi pensieri scaramantici e forse il sentirsi a posto e perfino bello lo rassicurava e lo aiutava a superare le difficoltà che tutti incontriamo quotidianamente.

Con un filo di barba finto-trascurata e i suoi occhiali arancioni  mi sorride oggi da quella foto con lo stesso sguardo trionfante dei suoi quattro anni, quando si impuntò come un mulo testardo riuscendo per la prima volta a farsi comprare una cosa del colore che voleva lui.

Ricordo che erano di moda i primi piumini invernali. Cappotti classici e giubbotti non usavano più. A Milano i Monclear facevano appartenenza e tutti i ragazzini ne volevano uno.

Il fratello più grande, ormai alunno della scuola media, lo chiedeva per l’inverno incombente e per essere in linea con i suoi compagni, perciò organizzammo una spedizione alla volta della Rinascente dove nel reparto abbigliamento per ragazzi la scelta di taglie e colori era vasta.

Da madre, abituata ai colori tradizionali per gli indumenti invernali dei miei figli, sostenevo l’acquisto di un capo blu per entrambi i ragazzini, propensa a scegliere abiti uguali per loro come avevo sempre fatto e come facevano le mie amiche per i loro pargoli.

Le madri decidevano, i figli provavano i capi e tutto si svolgeva come in un rito, senza problema alcuno.

Ma quella volta Ugo incitò il fratello alla rivolta.

Piccino com’era, disse che no, assolutamente non gradiva il piumino blu, non se lo voleva neanche provare: lo voleva arancione, il suo doveva essere arancione! E si gettò come corpo morto sul pavimento della Rinascente: o arancione o non se ne faceva niente.

Ero impreparata e imbarazzatissima, non mi era mai capitata una cosa simile e mi uscì una sola parola:

“ARANCIONEEEE?????”

Un bimbo dolce e buonissimo, quale era stato fino a quel momento mio figlio, era lì, sdraiato per terra e irriconoscibile.

La commessa, compitissima, era esterrefatta come solo le commesse della Rinascente di una volta riuscivano ad essere.

Mio marito si aggirava per gli stand tenendo l’altro figlio per mano e facendo finta di non conoscerci.

Dopo lunghi ed estenuanti tentativi di convincimento sotto gli  sguardi sprezzanti delle commesse – ormai se ne erano aggiunte un paio che assistevano alla scena inverosimile per il reparto di ragazzini tranquilli che lo frequentavano – mio marito se ne uscì con la frase più calabrache mai pronunciata in vita sua nei confronti un altro essere vivente:

“Beh …, se lo vuole arancione, accontentalo… è un piumino …in fondo è solo un piumino…”.

Tutto lo sgomento si abbatté su di me:

“Ma è arancione! Sembrerà un semaforo!….”.

“A me piace!”, dichiarò Ugo alzandosi da terra e comprendendo di aver vinto la prima battaglia della sua vita, “Posso metterlo subito?”.

Quella ruffiana di commessa, forse sperando di ripristinare il decoro del luogo e di liberarsi in fretta di noi, aveva già pronto il capo della taglia giusta che il bambino indossò fiero e soddisfatto. Mi sorrideva contento come una pasqua ed era il simbolo della felicità.

A quel punto suo fratello si fece audace:

“Anch’io non lo voglio blu!”

“Di che colore lo vuoi?” chiesi senza reagire.

“Verde, verde squillante!”.

E verde squillante fu, cosicché io e mio marito ce ne uscimmo dal Grande Magazzino simbolo di Milano con due luci semaforiche per mano, felici di essere tali.

 Quel piumino arancione passò nella storia del reparto abbigliamento per ragazzi della Rinascente, come ebbi modo di constatare  nella primavera successiva, quando mia madre pensò di regalare a Ugo il nuovo cappellino estivo per proteggere il bimbo dalla calura nelle ore di giochi in giardino, come avevano chiesto le suore dell’asilo che frequentava.

Pensavamo entrambe a una bella cloche a quadrettini bianchi e azzurri o a un modello alla marinaretto o anche ad uno con visierina, ma non tenevamo in conto i desideri del piccolo che, una volta giunti alla Rinascente, reparto abbigliamento per ragazzi, si piazzò in capo un cappello di paglia alla cowboy e rimirandosi in uno specchio diceva:

“Bello, questo! Nonna, me lo regali? Posso averlo, mamma?”.

Come poteva presentarsi la creaturina di quell’età all’asilo delle buone suore, agghindato a quel modo?

Mia madre e io, sconcertate, ci guardavamo desolate.

Non era affatto il caso.

Non avrei ceduto, ma una commessa che occhieggiava la scena da lontano, quasi avesse riconosciuto un eroe da cinematografo, sostenne il capriccio e avvicinandosi tutta sorridente,  abbracciò Ugo:
”Ma tu sei il bambino del piumino arancione!!! Che bello rivederti! Come sei cresciuto! Che bel cappello! Ti sta benissimo!”.

Lo aveva riconosciuto tra le migliaia di visitatori del reparto e, a mesi di distanza, si ricordava di lui.

Ugo era felice dell’apprezzamento e del sostegno.

Non sapeva ancora scrivere, altrimenti avrebbe potuto rilasciare un autografo.

E potevamo noi deluderlo?

Certo che no.

Fu così che Ugo concluse quel suo anno di asilo recandovisi ogni mattina con in testa un cappello quasi più grande di lui, in paglia e alla foggia del cow boy.

 Ma cosa dice il link condiviso da Lucia da cui il mio racconto è partito?

Ecco.

“Arancione: E’ il colore dell’ottimista ad oltranza, della persona sincera e aperta. Per natura è allegro e vivace, il suo atteggiamento è in genere brillante, positivo ed energico. Il modo di ragionare è semplice, chiaro e lineare, molto coerente, affabile, abitualmente loquace, estroverso e socievole. Apprezza in pieno la vita, esprimendo sempre e ovunque coraggio, spontaneità e buonumore, ottimi i rapporti con gli altri. Rispetta tutti ed è dotato di grande umanità, ha sempre bisogno di conoscere ed essere coinvolto da interessi diversi”.

 Sì, la definizione gli corrisponde.

Ugo è un ottimista, sa cosa vuole, è felice di vivere ed entusiasta.

Lo è sempre stato e il colore arancione lo rappresenta.

7 pensieri su “Arancione”

  1. A me piace il verde e mi sta bene.
    Ognuno, penso, ha il propro colore, che probabilmente poi, corrisponde al carattere, allo spirito, allo stato d’animo.
    Ugo avrà sempre l’arancione a suo fianco e si distinguerà felice di quello che è internamente ed esteticamente, non è da tutti.
    Carissima, in fondo, ormai lo puoi dire, avergliela data vinta, ha dato ottimi risultati.
    Un abbraccio.
    Sandra

  2. Un racconto molto bello, perché narra la vita di tutti i giorni.
    Un saluto a te e a tuo figlio, anzi a lui vanno anche i miei complimenti, poiché fin da bambino ha saputo far valere le sue scelte.
    Un sorriso e 5 stelle.

  3. Troppo carino il tuo racconto, mi sono divertita a leggerlo, l’ho “vissuto” con la mente, bellissimo. Mi è simpatico tuo figlio, bel carattere, complimenti, sono sicura che è un ragazzo realizzato e soddisfatto, a te, è inutile dirti qualcosa, tutto è troppo poco, semplicemente sei bravissima. Ciao da Betta.

  4. Per chi lo conosce adesso, sembra che non sia mai stato un bambino così… eppure…
    Grazie per leggermi, anche quando scrivo episodi della mia epopea familiare.
    Un abbraccio a tutte e due, Sandra e Lucia.
    a.

  5. Fresco questo racconto e tenero, mi riporta indietro nel tempo quando anche mia figlia era una bambina e mi fa venire nostalgia di quei momenti che noi tutte mamme abbiamo vissuto. E’ uno squarcio di vita quotidiana in cui tutti penso si rivedono. Sei capace di far apparire la scrittura come la cosa più semplice di questo mondo, il tuo modo di esporre è leggero e facilmente accessibile a chiunque, mi piace, un abbraccio e 5 stl

  6. Ciao Anna,
    grazie per aver condiviso questo tuo momento di vita famigliare con noi. Anche io come Stellina sono tornata indietro con la memoria e ho rivissuto i giorni quando mia figlia si gettava a terra per un capriccio al supermercato e non voleva sentire ragioni.
    Quando la guardo a volte provo ad immaginare che tipo di donna diventerà in futuro, ma devo dire la verità non riesco ancora a visualizzarla come tale. Con il tempo maturerò anche questa idea.
    5st
    Greta

  7. Che bella storia! Divertentissima 🙂 E che forte tuo figlio! Un bel ‘personaggino’ direi … ADORO le persone che sentono forte la loro voce interiore e che vanno contro – corrente, distinguendosi tra la gente …
    Un abbraccio

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