Lo specchio del sorriso

Lui dorme ancora.
E’ come se una parete di vetro avesse annullato tempo spazio e persona e ripropone come oggetto un ambiguo gioco di prestigio, a recitare un sentimento mutato oramai da tempo. Lo specchio evita di cospirarmi contro, riflette la piega sottostante senza il minimo dolore e quindi stamani, lo evito.
Scendo dal letto senza nessun turbamento, mi vesto in fretta, accendo una sigaretta col mozzicone di un’altra ed esco per la città, in quella luce misteriosa e incolore dell’alba.

Gli affascinanti grafici elettrici che illuminano il lungomare sono tutti spenti.
Non avevo mai visto un mattino così indifferente e ripiego sulla spiaggia.
Sembra una scatola di carta oleata piena di brillanti: unico rumore, la sonorità del mare.
Una falce allucinatoria inonda la costa e un sole limpido e lucente trasfigura ogni realtà con così tanto splendore che questo panorama, ai miei occhi miopi e delusi, si spiega come un immenso miraggio.
Ondeggio lungo la riva, tetra e cupa di fantasmi di sabbia, che volano indifferenti verso un imperscrutabile luogo d’incontro, nella cieca corrente della brezza di tramontana. Respiro con avidità i profumi della sabbia, dell’erba gramigna, dell’acqua salmastra e osservo le pigre meduse affiorare a riva, chinandomi nel cammino a raccogliere conchiglie e sassolini stupefacenti.

Intanto il giorno si leva.

Un’immensa distesa sabbiosa, curvata a guisa come il bordo interno di una bianca valva, è riservata ai bagnanti. La rena è rastrellata con sedie sdraio, lettini ombrelloni e cabine con nomi di hotel a caratteri cubitali.
I turisti fanno il bagno, si vedono stuoli interi di corpi rosso-granchio, seminudi, che si espongono ammassati al sole e si tuffano in mare tra strilli e mescolanze.
Alcuni uomini strizzano gli occhi verso il cielo e scrutano l’orizzonte verde chimico smagliante.
Ho voglia di sorridere.

Con una carezza serpentina si attorciglia alle mie gambe, la creatura vertebrata che sta affiorando.
Ha occhi celesti che mi affogano dentro.
E’ distesa sulle onde, in piena luce, con un minuscolo slip a coprire la natura, morbidamente adagiata su di una chiara distesa di liquido caldo, così, selvaggiamente voluttuosa; come se tutto il corpo dondolasse lento e ritmico alla cadenza dei marosi e dei miei istinti meravigliati.

I dolci occhi sonnolenti, appena aperti al mio spettacolo, sembrano riflettere l’ombra di una latente passione: si solleva sotto il corpo da cui affiorano i lunghi capelli, come una cascata increspata di spuma dorata che si perde nella profondità blu cobalto.

In un movimento giocoso delle bianche braccia appronta un gesto di capriccio e mi chiama lì, vicino a lei.
“Vieni”.

Poi raccoglie un po’ d’acqua tra le palme delle mani, dove si rimira nel suo riflesso di eccitazione, un fantasma tenue di rinvigoriti desideri.
Si guarda intorno vanitosa e ovunque riflette nei flutti della chioma il rifiuto perverso ad assoggettarsi alla volontà degli uomini, che la osservano, sbalorditi, oltre  la superficie.

Mi tolgo ogni indumento e rimango nuda e protesa a guardarla in estatica ammirazione per la pelle di seta e le linee flessuose.
Un piccolo brivido d’emozione scorre nei miei genitali e con la bava che sgorga, tento di farmi piccola ed incurvare le spalle, per capire meglio com’è fatta.

Tenendomi eretta e accarezzandole il corpo, strofino le guance sulle sue spalle, avvicinando un’avida bocca alla pelle. Finisco indugiando nel gioco del dondolo, con le ginocchia divaricate, oscillando i fianchi con il fremito di un’almea che esegue una lenta danza del ventre. L’emozione mi scende sino alle viscere.

Perversamente nude, si contorciamo tra anelli di ofidi marini, castigate dalla nostra vanità e ci dilatiamo, distruggendo ogni nostro segno di sottomissione e d’abnegazione.

Siamo corpi coricati, fiori tra i flutti, in paziente attesa, donne intense come madre acqua, fertili involucri, rugiadoso cespo di coralli, uteri fioriti dalla calda marea, pronte a risorgere ed elargire linfa e baci tra le cosce e gli istinti, di cui tutta l’umanità ha bisogno.

Veleggiamo sull’acqua abbozzando un sorriso: è l’invito ad assumerci il compito.

Pelle madida in un incarto senza tempo, nel panneggio decorativo che ci avvinghia le interiora in un delirio di espansione ed esplorazione, viluppo di rosee labbra dolci appena dischiuse, palpebre vellutate e un incarnato di latte e panna.

Siamo noi, languide e già appagate. 
Se un’onda ci spazzasse via, tutto sarebbe esattamente come prima, il nostro uroborus è oramai principio naturale primordiale: sciogliersi senza perdersi, nell’acqua come quintessenza.

Uno dei piaceri del rientro a casa è spogliarsi completamente davanti allo specchio dell’armadio, dalla testa ai piedi, slacciando una sorta di spasimo e di schema.
Lui dorme ancora e non lo sveglierò. 

Mi accorgo che le tasche contengono ancora un ruvido sedimento di sabbia umida, sono piene di conchiglie e sassolini colorati, scanalati e screziati di rosa e d’azzurro con  decorazioni di infinitesimi parassiti calcificati.
So  bene cosa sto facendo, raccolgo tutti gli elementi amici per creare un assetto non ostile. La condizione fertile che non stavo più guardando: lo specchio senza più un sorriso.  

Butto la sigaretta e mi rifilo nel letto, mentre una singola barra di neon illumina ogni cosa appena sopportabile e pietosa.

 

Un pensiero su “Lo specchio del sorriso”

  1. Molto particolare, ricco di sensualità e molto introspettivo. Mi piace sopratutto il tuo modo di descrivere, usi bene i colori, dosi gli aggettivi. Di sicuro hai la stoffa della scrittrice.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *