L’uomo che parlava al computer

Arrivare a casa. Buttare la giacca in un angolo. Neanche uno sguardo al frigorifero. Subito verso il computer. Connettersi, e passare il resto della giornata col naso incollato allo schermo, senza muoversi dalla sedia nemmeno per aprire al vicino che suona al campanello. Normalissimo per Adam.
La fame, che cominciava a farsi sentire verso le tre del pomeriggio, non venne nemmeno presa in considerazione. Adam si alzò alle quattro per soddisfare quell’impellente bisogno di andare al bagno. Uno sguardo veloce al suo riflesso sullo specchio, e poi di nuovo al pc. Col passare delle ore cominciava a far male la testa, gli occhi erano stanchi, faticava a ragionare. Alle cinque in cucina per farsi un panino e prendere una lattina di coca cola. Naturalmente lo spuntino andava consumato in camera, seduti al solito posto, mentre si leggevano le parole del nuovo amico conosciuto in chat.
Erano le sei e mezza di un giorno come gli altri, e fu allora che lo schermo gli parlò per la prima volta.
« Avvicinati… »
Adam non era per niente stupito, cosicché avvicinò gli occhi allo schermo.
« Ancora un po’… »
Adam toccava quasi col naso lo schermo; gli occhi gli lacrimavano.
« Bravo. E ora appoggia l’orecchio. Su, coraggio… »
Senza esitare Adam appoggiò l’orecchio allo schermo.
« Lo senti? Anche io ho un cuore. Mi sento solo. Non abbandonarmi… »
Adam lo sentiva bene: bum bum bum… Era un battito regolare che risuonava nella sua testa come un martello.
« Certo che no… Non ti abbandono. Sono qui, non ti preoccupare. »
Adam passò l’intera notte sveglio, a parlare col suo pc. Alle cinque del mattino il computer finalmente si addormentò, lasciando Adam libero di andare a letto.
Le sei e trenta.
Ora di andare al lavoro.
Adam aprì gli occhi più lentamente e faticosamente di come avesse mai fatto. Bruciavano, e una gran emicrania gli martellava la testa. Infilò macchinalmente camicia, pantaloni, calzini e scarpe. A fatica fece anche il nodo alla cravatta. Dopo aver bevuto frettolosamente il caffè si infilò la giacca, prese la sua ventiquattrore e si preparò ad uscire.
Appoggiò una mano alla maniglia della porta, ma non l’abbassò. Aveva sentito qualcosa.
« Adam! Adam! »
Adam si guardò attorno, un po’ disorientato.
« Adam! Che fai? Mi lasci solo? »
« No, no! Certo che no! »
Lasciò cadere a terra la ventiquattrore, si tolse la giacca, allentò il nodo alla cravatta e si diresse in fretta al computer.
« Come avresti potuto? Come avresti potuto lasciarmi solo?»
« Scusa, scusa! »
« Non preoccuparti… L’importante è che tu sia qua. »
Adam scoppiò a piangere. « Perdonami! Al diavolo il lavoro, te sei più importante, sei la mia vita!»

Fu così che Adam passò la seguente settimana chiuso in casa, quasi senza dormire e mangiare. Il campanello aveva suonato moltissime volte.
« Adam, non mi lasciare. Io sono solo, loro no… Lasciali stare, ti prego. »
« Ma certo, ma certo. »
Allora i familiari, preoccupatissimi, chiamarono la polizia, che intervenne subito. I due agenti che entrarono nella sua casa affermarono che non avevano mai visto un tale livello di follia.
Quando Adam venne portato in un ospedale psichiatrico Adam fu costretto a mangiare e vivere contro la sua stessa volontà. Voleva morire, lo voleva con tutto se stesso.

 

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