Dove sei, amore?

Camminavo in Rue B. già da un pezzo ormai. La neve mi ostacolava alquanto il passo, e il freddo mi intorpidiva le membra fin nella profondità dei muscoli. Avevo perso la sensibilità degli arti, e così, andando per la via senza alcuna meta, mi sentivo più pesante, quasi l’intero peso dell’atmosfera gravasse sul mio corpo.
Imboccai un vialetto costeggiato da carine villette a schiera, con piccoli prati coperti di erbetta. Un cane correva dietro una palla di gomma. Un paio di bambini giocavano, costruivano un pupazzo di neve. Il pupazzo aveva al collo una sciarpa viola, di lana spessa,il cui lembo finiva tra le neve mista al fango. Fu allora, per la prima volta dopo un anno- già un anno era passato- che pensai a lei. Ma non nei soliti termini in cui la pensavo ogni triste giorno della mia esistenza. Quella perfida donna, quella meretrice, quella…avesse voluto il cielo non averla mai incontrata…Chissà ora, con chi giace, quale altro uomo sta ingannando con le sue arti da strega…La pensai nei termini migliori in cui la conobbi, nei modi squisitamente ingenui in cui sembrava prendere la vita, come una grande sorpresa che lei non sarebbe mai arrivata a comprendere, quei modi ingenui e fanciulleschi che mi avevano attratto, e rapito l’anima.
Frequentavamo gli stessi corsi da due anni, ma non mi ero mai accorto di lei finché non ci ritrovammo insieme ad altri sei o sette colleghi a lavorare ad un progetto comune. Lei non era il tipo da dare nell’occhio. Non era alta, aveva i capelli di media lunghezza, non era formosa. Era una ragazza assolutamente comune, una di quelle che forse non avreste mai fermato per strada, un sabato sera, non vi sareste nemmeno girati a guadarla. Ma avreste sbagliato. Perché lei recava in sé quella bellezza che nessun bel vestito può accrescere od esaltare, lei recava in sé quella bellezza che poche donne possiedono, quella bellezza eterea, che ti pare quasi un sacrilegio stare lì ad osservarla, mentre lei non vi vede. I suoi occhi immensamente chiari, dalle ciglia lunghissime. Le sue labbra piene, e a cuore, come quelle di una bambola dell’ottocento. Il suo corpo dalla pelle chiara, coperto di piccoli neri, come un cielo con le sue costellazioni. La sua cascata di riccioli biondi. Il modo di tirarsi indietro i capelli, di sedersi, di accavallare le gambe. Il modo di salutare, alzando appena la mano e muovendola, come i bambini. L’aprirsi in un largo sorriso, quando le facevo notare qualche errore. Il suo modo di chiedere scusa, a testa bassa. Tutto questo, la rendevano la creatura più bella che avessi incontrato nella mia vita. Ricordo ancora il nostro primo appuntamento. La vidi uscire dalla porta dell’appartamento che divideva insieme ad altre due ragazze. Indossava un vestitino blu, le arrivava al ginocchio, con un piccolo fiore sul seno sinistro, di strass. Aveva raccolto i capelli in una coda alta, e con le scarpe con il tacco, sembrava una via di mezzo tra una quindicenne e una donna. Come se lei non avesse ancora deciso che fare di quel corpo, e attendesse. Mangiammo in un ristorante italiano, poi passeggiammo un po’, mescolandoci all’anonima folla. Le parlai di me, dei miei progetti per il futuro, e lei stava a sentire, accennando la testa. E sentire i suoi occhi puntati su di me, per la prima volta, mi faceva sentire importante. Mi piaceva rispondere alle sue domande, stupirla con qualche risposta arguta, divertirla con un motto di spirito. Poi iniziò a piovere. Le prestai il mio cappotto. Lei lo indossò. Non le importava che fosse troppo grande, o come tutte le ragazze che il verde non andasse d’accordo con l’azzurro, o che così il suo bell’abito perdeva preziosità. Lo indossò, sorridendo e sotto la pioggia non affrettò il passo, ma si accostò un po’ verso di me e così proseguimmo, mentre la pioggia aumentava di intensità. E per tutto il tragitto non riuscivo a distogliere la mia mente da lei. Ci fu un attimo in cui fui tentato di prenderle la mano, ma non lo feci. Non volevo che lei fraintendesse. Solitamente, non uscivo due volte di seguito con la stessa ragazza . Ero sempre stato convinto che ad una certa età, certe cose fossero affrettate, e che bisognasse godersi un po’ la vita prima di mettere la testa a posto. La riaccompagnai al suo appartamento, la baciai sulla guancia e le dissi solamente “Buonanotte”, e nulla più.
Appena arrivato a casa però sentii un vuoto allo stomaco, mi appoggiai sul letto senza nemmeno svestirmi e continuai a pensare alla serata appena trascorsa. Mi rigiravo nel letto, quasi avessi gli incubi. Mi  alzai la mattina dopo, e ancora pensavo a lei, e il tragitto verso l’università mi sembrò più lungo del solito. Appena mi vide, mi corse incontro, e mi disse: “Ecco il cappotto. Qui all’università si dice che tu ti stanchi presto delle ragazze…perciò te lo rendo ora…”e in quel flusso confuso di parole, tra incertezze e balbettamenti- come mi piaceva vederla imbarazzata- sorridevo tra me e me. “Va bene, come vuoi… Veramente vorrei chiederti di uscire di nuovo con me”. Lì, per la prima volta, il viso di lei si illuminò del più bel sorriso.
Ci vedemmo altre volte. Uscivamo la sera andavamo a teatro o al cinema. Lei adorava il balletto classico. Io lo trovavo noioso, ma non ebbi mai il coraggio di dirglielo. Andavamo alle mostre di pittura di quegli artisti sconosciuti del momento, che schizzavano le tele di vernici, facendole passare per opere d’arte.  Facevamo lunghe passeggiate. Lei volle portarmi a vedere la tenuta dei suoi genitori, una specie di fattoria, immersa nel verde. Sapeva cavalcare benissimo, ed era uno spettacolo vederla correre nel vento, con il suo cavallo bianco, mentre la chioma bionda si disfaceva. Mi piaceva vederla fare cose che io avrei voluto fare, ma che non mi riuscivano, o per mancanza di buona volontà o per inettitudine naturale. Passava il tempo libero a disegnare. E disegnava magnificamente. Giocava a tennis. Sapeva cantare.
Era una persona molto comune, non un carattere carismatico, una personalità forte, o qualità fuori dalla norma. Nel suo conformismo, era una persona eccezionale. Era la donna migliore che avrei mai desiderato al mio fianco, ma non glielo dissi mai. Non per mancanza di coraggio, non per scarsa convinzione, non perché avessi dei dubbi su di lei. Anzi, se c’era una cosa certa nella mia vita, era proprio questa. Io l’amavo. Ma non glielo dissi mai. E il mio amore verso di lei cresceva ogni giorno di più. Ogni mattina mi alzavo solo con il pensiero di lei in testa, e lei era la mia preoccupazione. Quando la vedevo triste, o aveva qualche problema sul lavoro, era come se le stesse preoccupazioni toccassero a me. Molte volte non c’era proprio nulla che potessi fare, e in quei momenti mi sentivo impotente e mi chiedevo che ci facesse una creatura come lei, con me. Quando litigavamo, e capitava che non mi facessi sentire per alcuni giorni, o non rispondessi alla sue chiamate, diventavo irritabile. Rispondevo male ai miei colleghi, divenivo taciturno, ero sempre di cattivo umore. Bastava che lei tornasse da me, per sentirmi di nuovo l’uomo più felice di questa terra . Lei ritornava sempre, ero sicuro di questo. Anche se avevo sbagliato io, lei era pronta ad addossarsi tutte le colpe, e con gli occhi lucidi mi chiedeva scusa e tra baci e carezze mi faceva promettere che non avremmo litigato più. Questa era la magia che recava in sé: riusciva a farti commuovere, a liquefarti letteralmente l’anima non usando il tono patetico che le donne adottano nella maggior parte delle occasioni, per farti sentire in colpa… nel silenzio che seguiva la notte trascorsa ad amarci, lei rimaneva immobile nel buio e solo la sua voce rompeva il silenzio, ed erano le parole più belle che io avessi ascoltato in tutta la mia vita, e mi stupivo ogni volta di più, mi dicevo se fosse davvero possibile che io appartenessi a quella creatura, e lei a me… Inclinava la testa su un lato-ne percepivo i movimenti nel buio- e una cascata di riccioli biondi le copriva le braccia dalla pelle bianca, solcati di nei, e morbida. Le chiedevo cosa stesse pensando, e lei rispondeva niente. Niente, stavo pensando a quanto sono felice con te, a quanto ti amo. Poi si alzava, si rannicchiava esattamente tra il mio collo e il petto e mi diceva : “per favore, tienimi così per sempre”…E in quegli istanti, sentivo di appartenergli, con la sua testa sul mio petto, con i suoi capelli biondi che mi facevano un leggero solletico, con i suoi piedi che cercavano un po’ di calore presso di me, con le sue piccole mani tra le mie. E mi sentivo così piccolo al suo confronto, e questa sensazione chissà perché mi procurava fastidio. Così le dicevo che avevo sonno, mi giravo dall’altra parte ma era una sensazione straordinaria percepire il suo corpo caldo ancora vicino a me, nello stesso letto. Lei era come una bambina, in quegli istanti, solo ora lo capisco. Amava con un’intensità straordinaria, con una tenacia senza uguali, con un amore così sterminato. Ugualmente, aveva un bisogno incolmabile di sentirsi amata, protetta. Ma io non le dimostrai mai nulla di tutto ciò, me ne rendo conto. Capisco solo ora che tutto il tempo trascorso accanto a lei fu composto da cose che “avrei voluto fare ma non feci, avrei dovuto fare ma non feci”. In quel momento lei avrebbe voluto che la stringessi forte a me, e nel mio abbraccio, che esistessimo solo noi quella notte. E invece stavo lì a guardarla dormire, senza nemmeno avvicinarmi a lei. Avrei dovuto almeno una volta dirle che l’amavo, quanto fosse importante per me, quanto fossi felice di stare con lei, che lei era la metà perfetta della mia anima. Ogni volta dicevo che avrei dovuto aspettare ancora un po’, ancora un po’. Così, lei un bel giorno se ne andò.
Fu un giorno dopo una litigata più accesa delle altre, per un motivo banale, come sempre. Lei mi rimproverò con le gote accese e gli occhi gonfi: “Perché stai con me, se non mi ami?”. Pensai che era proprio come tutte le altre donne, volevano che certe cose gliele si dicesse, e invece di stare là a fare domande su domande, se si fosse fermata un attimo, a guardarmi anche una sola volta, avrebbe capito che io l’amavo di un amore infinito. Che io morivo per lei. Così, adirato per la sua cecità,la sua stupidità , le dissi: “Se la pensi così, allora vattene”. Seguii un giorno senza pace. Tormentato dai rimorsi, straziato da un dolore acuto, lancinante, ancora più doloroso non ricevere nemmeno una sua chiamata, come sempre aveva fatto. La sua chiamata era sempre stato il segnale che la tempesta era finita, e ritornava il sereno. Ma il mio orgoglio mi impose di non cedere. Così passò una settimana. Poi due. Infine un mese. Quando mi decisi che non potevo sopportare oltre la sua assenza, e mi misi a cercarla, ecco piombò addosso il colpo mortale, tra capo e collo. Aveva cambiato numero, indirizzo. Per quel che ne potevo sapere, poteva anche aver cambiato nazionalità. Le persone come lei sono così: entrano di soppianto nella tua vita, e un bel giorno se ne vanno, senza preavviso. E possono rimanere anche per brevissimo tempo, statene certi, sentirete la loro mancanza per tutta la vita.
Mi chiedo come sarebbe andata se quel giorno io le avessi detto ti amo. E poi ancora ti amo. Ti amo ti amo ti amo oggi e sempre, nell’eternità di questo istante e di quelli che spero di vivere con te. Il mio amore è un’anfora, riempita di te. Tutto ciò che emana da te è acqua. Che io posso bere per sempre da te. Forse staremmo ancora insieme. SI, certamente. E io sarei felice come quei bambini che costruiscono quel piccolo pupazzo di neve, e ridono, e sembra che per loro il tempo non passi mai, finché non verrà a chiamarli la mamma, per la cena. E come sarà triste per loro il momento del distacco, e il loro dispiacere la mattina dopo, non vedendo più il pupazzo nel giardino. Nona avrei bisogno dei miei antidepressivi. Mi accorsi che stavo piangendo, e le lacrime al contatto con l’aria diventavano subito ghiaccio. E continuavano a cadere copiose come pioggia, quella stessa pioggia che quella sera ci unì, io e lei, ci legò di un amore eterno. Non so dove tu sia ora, ma sono certo che in qualunque parte di questo sterminato mondo, sotto questo stesso cielo, tu continui ad amarmi e pensare a me. Ora camminiamo entrambi sotto questo cielo stellato, ti prendo per mano, sorridi, e io ti guardo sorridere e  mi sembra che sia la cosa più bella che mia sia capitata. Ti accarezzo le guance, ti stringo a me…Non importa questa neve che cade copiosa, e imbianca tutto…passeggiamo, tenendoci per mano, sussurriamo affinché gli altri passanti non ascoltino ciò che diciamo, che siano solo nostre queste parole…

 

4 Commenti per “Dove sei, amore?

  1. Un racconto semplicemente stupendo. Sei riuscita a parlare dell’amore in toni talmente belli che è impossibile non farselo piacere.
    Forse solo la prima parte, in cui lui la dipinge come una meretrice, guasta con il resto. Mi sarei aspettato un tradimento, o qualcosa del genere, che gliela facesse dipingere con quei tratti. E invece è solo la sua tristezza nell’averla persa…
    Comunque rimane un ottimo brano. Complimenti…

  2. Mi è piaciuto molto.
    Il pupazzo di neve in apertura e chiusura, carico di significati, è davvero grande.
    Grazie!

  3. …a dir poco stupendo… ti giuro mi sono commossa… forse perchè un pò mi sembra di riconoscermi in quella ragazza… o forse semplicemente perchè mi hai scritto delle cose bellissime… credo che tornerà da te… PRIMA O POI! Ma dille che la ami… è una delle parole più stupende che ci siano! Bacio

  4. molto interessante
    rispecchia la relazione tra me e la mia raga ….
    soltanto ke i comportamenti tra i due si scambiano…. il carattere di lui in certi casi si rispecchia con quello di mia morosa…… invece i carattere mio si rispecchia con quello della donna

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