Raccontare gli anni ’90

Dai miei occhi osservavo la realtà ’90 con una buona dose di stupore ma anche di esitazione verso certe tendenze. Avevo dodici, tredici e quattordici anni ed in provincia erano anni di tabù, di malizia e sospetti, di cabine telefoniche, di fantasia, anni eccentrici tra un’eccessiva e ingombrante musica dance e un romanticismo ultimo, sai, di quell’amor cortese tramandato dai nonni, del corteggiamento sotto al balcone, del consumar l’asfalto.

Non credo che le nate tra l’88 e il ‘90 possano aver ormai assistito a questi tormentosi corteggiamenti tra quel semplice rossore e quella tendenza a misurare l’amore attraverso i battiti cardiaci. Unità di misura in via di estinzione.
Non credo che il sempre opportuno gioco della bottiglia sia sopravvissuto oltre quegli anni, eccetto per i nostalgici irreversibili.
Erano gli anni di generazioni post-romantiche, di amori provinciali strappalacrime. Gli ultimi anni in cui mafioselli da strada adempivano l’hobby di controllare e mettere in disordine i paesi di provincia del profondissimo Sud, diventando per altro icone sexy per cui più di qualche ragazza minacciava di tagliarsi le vene. Il tutto è documentato e archiviato.
Erano gli ultimi anni che chiudevano un millennio.. profezie, superomismi, smanie di predestinazioni di quel sentirsi gli ultimi.. visioni, alieni e meteore minacciosi per la terra si adattavano bene alla visione numerologica e calendaristica di quegli anni. Poi il mito di Baggio e Maradona.

Ho nella mia mente impressa una scena topica – emblematica. Non so a quale mossa retorica dovrò ricorrere per riscattarne il valore estetico di un’immagine all’apparenza tutta insignificante, ma ho il desiderio di trasmetterla: ricordo che ero una bambina ancora, avevo forse dieci o undici anni, ero a casa di un’amica, attualmente una trentadueenne, eravamo in una di quelle tipiche case di paese, non particolarmente dotate di un’architettura esteticamente moderna – si entra dal garage, magicamente una porta un po’ occultata da barocche credenze ti introduce nel sontuoso salone con divani intagliati tra legno e verde velluto, talvolta marroncino qualora si volesse essere più sobri optando per il tono su tono, e da qui un’altra porta sbucava in cucina.. luogo di sogni, di televisione, di lacrime, di esercizi musicali al flauto per i più conservatori o alla diamonica per i restanti, di scherzi telefonici, di rilassanti merende e di evasione.. buona parte delle emozioni di un adolescente di paese si consumavano in cucina..

Ricordo che a casa dell’attuale trentasettenne c’era un grande tavolo, una o due credenze, un divanetto davanti una porta-vetrata che dava sull’orto da cui s’intravedeva la grande ombra dell’albero di limoni e poi la televisione posta collaudatamente su un barocco e sempre intagliato carrello in legno, generalmente con una seconda mensola sottostante, riservata ad un paio di bomboniere con il velo riposto e intrecciato come se ancora vi fossero confetti all’interno; altro spazio veniva accuratamente riservato ad un portafoto con dentro un’immagine di qualche figlio al mare, ad un abajour senza lampadina; ed in alto in cima alla tv l’immancabile, strano e futuristico omino dei mondiali ’90, con un pallone al posto della testa. Accanto alla mitica icona che si poteva trovare in ogni casa, vi era una radio in finto legno con relativa antenna in metallo, sulla cui parte laterale il tempo sbiadiva e scollava una figurina di Vialli con la maglia della Sampdoria.. Dovevi forzare una rotella per ricercare le stazioni.

..lei riuscì dopo un passionale e nasalissimo Eros Ramazzotti a sintonizzare su De Gregori: era Generale.. ora non so se qualcuno potrà mai credermi, ma lei canticchiava appassionata, con gli occhi nell’aria questa canzone in attesa di qualcosa.. cantava in effetti con aria maliziosa… quando infatti, ad un certo punto, sento anticipatamente rispetto al ritmo della canzone cantare con ostentazione: …a farci fare l’ amore l’ amore dalle infermiere.. na nanananannanna……. e lei mi guardava maliziosa sorridendo come se avesse osato di cantare il più pornografico dei testi.. ed ancora la scena si ripetè con: un treno che …..non fa più fermate neanche per pisciare..
mi parve stupido e fu imbarazzante.. restai basita, in silenzio.. quella fu la prima volta che sentii De Gregori.. e devo dire.. che fu in quel grottesco modo che m’innamorai di quella musica e di quelle parole… dovevano essere proprio gli anni ’90…

2 Commenti per “Raccontare gli anni ’90

  1. Non fa più fermate neanche per pisciare…
    La mettevamo sul giubox io e mia sorella nel bar di mia zia fine anni 80…..
    Grazie…

  2. Raf cantava. “Cosa resterà di questi anni Ottanta…”.
    Non so cosa sia rimasto…
    Non so cosa sia rimasto anche degli anni Novanta e Settanta e Sessanta e Cinquanta.
    Io mi ricordo delle feste in casa, del giradischi che suonava, delle mie amiche maliziose che progettavano matrimonio sicuro e figli…
    Mi sentivo a disagio, perchè volevo vivere senza gli altri intorno…
    La musica dei Beatles era la mia colonna sonora, il Vietnam ci straziava, le mie minigonne erano vertiginose e i capelli lunghissimi…
    La musica è ciò che ricordiamo del tempo che passa insieme agli “uomini”…
    Degli omuncoli, ominicchi e quaquaraquà, per nostra fortuna, col passare del tempo ce ne dimentichiamo.

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