Maledetto dono

Carolina era stremata, il viso di un colorito livido e le borse sotto gli occhi. Non era lei a decidere dove e quando, capitava, basta, ed ogni notte, sempre di più, ci perdeva il sonno. 

Ne avrebbe fatto volentieri a meno, se solo avesse saputo come farlo smettere. 

Con il senno di poi, aveva riconosciuto d’averlo da sempre ma n’era diventata cosciente solo nell’ultimo anno. 

Il suo Dono, era la percezione. Carolina percepiva il senso del caso, prevedeva ciò che sarebbe avvenuto. 

Il vero problema era il non riuscire a quantificare il tempo tra la percezione e l’accadimento; quello che Carolina presagiva, poteva avvenire un minuto dopo come a distanza d’anni e la mancanza di una precisa posizione temporale, le rimandava il disagio profondo dell’inutilità del suo sapere. 

A che pro, se non poteva essere d’aiuto a nessuno, nemmeno a se stessa? 

Quella notte, era stata svegliata dal rumore di qualcosa che rovinava a terra e subito si era precipitata in direzione del suono, che proveniva dal soggiorno. 

La scena davanti ai suoi occhi, era per lei raccapricciante, segno inequivocabile di un cattivo presagio. 

Sulla sommità del mobile del soggiorno, trovava posto un ventilatore da tavolo, di dimensione importante, che ora si presentava senza la parte anteriore; era caduta solo una metà. 

A terra, giaceva la griglia di protezione che, cadendo, s’era trascinata dietro una cornice porta foto; la fascetta di contenimento s’era spezzata. 

Carolina elaborò gli elementi: un’unità (il ventilatore), sarebbe stata divisa violentemente. L’anello (la fascetta) che tratteneva due metà (le griglie) si sarebbe spezzato; l’evento avrebbe colpito qualcuno che era in relazione con la fotografia. 

Un lungo e violento brivido alla schiena, le diede la conferma d’avere correttamente valutato la situazione. 

L’evento funesto, avrebbe colpito una coppia, marito e moglie, imparentati con lei, essendo la foto caduta quella di suo nonno paterno. 

Quello era l’evento più brutto che aveva mai predetto; non sapendo quando e chi avrebbe colpito, non poteva dirlo a nessuno. Carolina rimase sveglia per il resto della notte, con il cuore pesante d’angoscia. 

Il mattino successivo, si recò al lavoro, come sempre; i sensi all’erta, tesi nello spasimo di percepire un qualsiasi altro particolare vagamente utile a sciogliere l’arcano. 

In tarda mattinata, il tamtam di famiglia batté sul telefono, informando Carolina che, all’alba, era spirato il marito di una cugina del padre, colto da un malore improvviso. 

Carolina chiuse gli occhi, strinse i pugni, digrignò i denti e pianse, maledicendo silenziosamente l’infallibilità del suo Dono. 

 

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