Deliri onirici

Il lungo cadere della pioggia bagna il mio triste volto. Alzo gli occhi al cielo ma altro non vedo che grigi paesaggi. Scale, tante scale. Devo salire, ma tutto sembra diventare così stretto. Piccoli vicoli, un muro accostato all’altro. Non riesco a respirare è tutto così stretto.
“Cosa ci fai tu qui?” le chiedo con voce carica di stupore. Lei non risponde mi volta le spalle scomparendo in quel suo vestito nero.
“Ultima chiamata! Stiamo per partire!” una voce dal treno urla. Provo a raggiungerlo ma il convoglio si avvia verso il nulla.
Corro, scappo via. Inciampo e cado in una pozzanghera. Il cielo è così cupo, tutto sembra grigio. Una donna vestita di un rosso scuro mi sorride, vuol abbracciarmi, ma io fuggo via, lontano da quella visione. “Amore!” mi urla.
“I miei denti, i miei denti!” ululo con quella mia storpia bocca. Sento qualcosa, muovo la lingua in modo frenetico. Uno, due, tre… sono tanti. In preda al panico inizio a sputare, e ad ogni sputo, migliaia di denti cadono inesorabilmente a terra.
C’è una sedia lì in fondo, ma prima devo salire e scendere tutte quelle scale…
“Ho paura.”
Vedo un aereo che decolla e subito precipita.
“Amore!” continua a strillare con quella voce stridula quella donna dai capelli biondi, ora mora, ora nera.
“Va’ via!”
Apro lo sportello di un elicoterro e subito volo lontano da quel triste pensiero.
“Il numero due si faccia avanti.”
Controllo il mio biglietto: indica il numero nove. Devo attendere.
“Bambino come ti chiami?”
“Devo cucire il mio vestito blu.”
Apro una porta posta alla sinistra di un ampio spazio. Vi è disegnata sopra una mezzaluna.
“Numero otto!” chiama la voce.
È tutto così verde, un verde vivo eppure ci sono tanti balconi.
“Numero sei!”
Verrà mai il mio turno? C’è una sedia lì in fondo.
Prendo un foglio e disegno due parallele. Chi sono io realmente?
Sento ancora una volta urlare. La faccia di una donna è dinanzi a me, sanguina e urla, urla e urla.
Mi copro le orecchie: non voglio ascoltare.
Ho paura e mi nascondo. Osservo ciò che è intorno a me: null’altro che una stanza circolare.
Qualcuno sta suonando in lontananza. Jazz?
“Ti ricordi quella volta che cenammo insieme per la prima volta? Una piccola orchestrina suonava… cosa suonava?”
Un letto in disordine ove io giaccio in preda alla mia solitudine. Sono io quello disteso?
Improvvisamente appare. È una professoressa, sembra avere qualche anno più di me ed è mora.
“È lei!”
La mia lingua è lughissima. “Non ti preoccupare ti aiuto io” mi sussurra amorevolmente “sono un dottore.”
Miao.
In lontananza sento un gatto miagolare.
“Andiamo” dice prendendomi per mano. Scendiamo lungo un vicolo strettissimo e scuro.
Miao.
Una gatta pregnante non smette di miagolare. Mi appoggio a un muro ed inizio a vomitare.
Una donna è seduta su una sedia da chiesa. Mi avvicino ma non è una donna, non è nessuno: solo un’ombra.
“Sono te.” Sembra dire qualcosa ma non riesco a comprendere. Dove sono?
Inizio a correre lungo quelle strette viuzze. È tutto così cupo e stretto. Volgo lo sguardo a destra e sinistra, ma non vedo altro che mura.
Corro sempre più velocemente fino a quando non inciampo. Acqua. Non riesco a respirare, sono immerso in una gigantesca vasca. È tutto blu intorno a me.
“Devi chiederle scusa.”
Nuoto lungo un tubo poco più largo del mio corpo. Aria. Giungo a galla. Lei è inginocchiata davanti ad un altare.
“Scusami” le dico, osservando quel suo vestito nero che le copre la gestazione.
Un bambino sta strillando. Gli vado incontro e noto che sta piangendo. È deformato, la testa larga, anziché il naso due piccoli fori. Privo di orecchie e con pochi capelli che pendono sul lato sinistro del suo corpo, un occhio rosso e l’altro cavo. I denti partono da una finta bocca e penetrano nel mento che sanguina vistosamente. Sembrano sbarre di una prigione dal cui interno qualcuno sta urlando: “Aiuto!”
“Papà” mi dice.
Agito bruscamente le mani per negare. “No, non può essere!”
“Papà.”
Si avvicina per abbracciarmi. Ha tre dita per mano e zoppica trascinandosi il piede sinistro oltre a quella raccapricciante gobba.
“Va’ via storpio!” gli urlo. Muovo le mani, per negare ancora una volta, mentre indietreggio per la visione di quell’obbrobrio, di quello scempio della natura.
“Papà.”
Inciampo e cado all’indietro finendo nel vortice di un lungo precipizio.
Il buio di una caverna mi circonda. Cammino a tastoni cercando nelle mura gelide un labile conforto che non trovo. Mi giro, mi rigiro, cerco una strada per l’uscita, mi accorgo però che è inutile, non serve. A tentoni proseguo in questo posto asfissiante fatto di ombre nere. Dov’è l’uscita?
“Non serve.”
Capisco tutto. In lontananza, in un angolo, c’è un fuoco che produce tanto fumo. Corro in quella direzione. Osservo quello spettacolo di luci rosse. È ora, però, di prendere la strada che conduce all’uscita: è ora di spegnere quel fuoco. Il buio mi circonda, ombre mi sussurrano qualcosa. La via d’uscita è lì in quel feto abbandonato e deforme. Mi accuccio come un cane e chiudo gli occhi, sperando che tutto questo non sia altro che un incubo.

 


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