Dal muro

I suoi occhi, sono qui… il muro… il mondo visto da qui… le prospettive diverse…. Un mondo che credevo morto intorno a me… i suoni ovattati, le parole di persone vicinissime, lontanissime… l’amore di mia sorella… la condanna, l’evasione in un mondo mio fatto di cose difficilmente spiegabili… un mondo vivo di fantasia e ricordi; personaggi immaginari, leggeri… angeli demoniaci, compagni di anni… il buio… la luce nella mia mente… “cosa farà? Cosa penserà Isabella tutto quel tempo lì, da sola, silenziosa, immobile? Era tanto bella… dipingeva… uscita di senno… un vita buttata, distrutta… disperata…” …l’esilio forzato a cui mi sono costretta non reggendo lo stress dell’handicap; il mondo appannava, sbiadiva, mi stava lasciando sola nel terrore della scomparsa di tutto ciò che era esterno alla mia persona… i colori si mischiavano nel buio incalzante… accetta… una ragione… che ragione? Allora i colori apparivano sempre più brillanti dentro di me…
Sono nei suoi occhi veloci, attenti; nei suoi scatti; nella sua immobile ricerca di informazioni; sento i colori cambiare sul suo corpo; ogni minimo cambiamento nell’atmosfera la sento sulla sua pelle…
…è l’ora in cui viene a prendermi… sa cosa voglio: andare fuori da questa galera d’amore costruitami intorno; vedere cosa non mi sono persa in tutto il tempo passato solo nella mia fantasia… le immagini sono strane, distorte come in uno specchio sferico, i colori sono diversi… il mondo è come lo ricordavo… la cecità, la malattia, un corpo abbandonato su un letto per tutti questi anni non hanno cambiato il mondo…
…una creatura strana, lontana e partecipe, allo stesso tempo, della vita… sul muro, silenziosa, immobile… i nervi tesi… attenta… a volte mi permette addirittura di decidere dove andare, cosa osservare… vedere il cielo, le macchine, le persone distratte… perse… indaffarate… la stanza in cui vivo giorno e notte, mia sorella e la cameriera-infermiera che si prodigano tanto per un corpo senz’anima… sono lontana da tutto… lontana da quel mondo che mi ha abbandonata nel buio dei miei occhi spenti… visioni di una realtà più leggera, più veloce… incollata all’intonaco, fulminea… ieri. oggi. concetti dimenticati di un mondo sano… il tempo cristallizzato di un essere malato, insano… forse…
devo essere vicina alla fine… lui lo sa, lui conosce i miei desideri… arrivato dal nulla oscuro di tutto ciò che è esterno alla fantasia, ha rapito la mia essenza… masochista… lascia i desideri di una vecchia malata scorrere nei suoi impulsi… giocattolo vivente della mia curiosità…
…vorrebbero ucciderlo come l’uomo ha sempre voluto fare con tutto ciò che è difficilmente controllabile… un geco, cosa vuoi che sia un geco… nella stanza di Isabella… ascolta la musica classica… i miei desideri… cattiveria? Incomprensione di quello che appartiene a dimensioni apparentemente lontane… così vicine, così simili a noi… spinte centrifughe da realtà distinte, sorelle… l’anima? L’anima… presto conoscerò…. o continuerò tranquillamente l’eternità nell’assenza di un presente… come oggi, ieri, domani…
…ho la pelle bianca come quando ero una bimbetta piena di idee sul futuro, speranze… le sorelle, le amiche, i ragazzi… ero bella; gli occhi blu, i capelli biondi, lunghi… un capello un sogno… libera, pensierosa, felice… viva… ora ho gli occhi senza luce, gli occhi di un cieco… sapevo che non sarei mai riuscita a sopportare un’immagine di questo nella realtà… ho fuggito lo spettro della mia diversità nella fantasia, nel mondo che io stessa mi sono creata; non più quello offertomi dal destino, quello creato da un dio assente e lontano, un mio universo dove io sono protagonista, artefice, sana…
…ho perso i capelli, pochi bianchi lucidi mi ricordano della neve; distese bianche luminose irreali… la luce che quest’essere mi ha ridonato… sono vecchia, contorta, assente, senza vita, ma ho rivisto la luce dopo trent’anni… come la ricordavo, addirittura migliore di quella che avevo scelto per il mio mondo onirico.
Non posso fare a meno di guardarmi, lì su lenzuola bianche, in una canottiera bianca; il pannolone; le sbarre intorno al letto; il silenzio; l’aria fresca dalla finestra; persone che camminano parlando nel cortile; i gatti; gli uccelli; una bambina alla finestra di fronte; televisione; musica; rumori dalla strada… la carta da parati; le fotografie dei miei cari defunti; i quadri; una poltrona su cui mia sorella si siede la sera raccontandomi la vita di persone vive; la sofferenza passata; il buio; arti immobili; labbra morte, consumate nel vivere la morte ogni giorno…
…sto vedendo ciò che avevo allontanato abilmente: ho finalmente visto come sono, cosa sono… non posso più far finta che non sia successo, non so come, ma è accaduto… non posso tornare nel mio universo per rifugiarmi dalla sofferenza della consapevolezza… non più….
non più.
…ora basta. Basta ingannarsi, basta resistere nell’annullamento della verità, basta con la droga autoprodotta dal mio cervello per non essere lucida… in fondo sapevo già quello che ho imparato dagli occhi di questo silenzioso amico…
finalmente per la prima volta è come se mi addormentassi dopo avere vissuto veramente la mia giornata… sognerò veramente; Morfeo mi farà da Cicerone; la luce ormai mi accompagnerà sempre.

 

Era il 3 novembre del 1998 e zia Isabella è morta come aveva vissuto negli ultimi anni, discretamente; si è portata dietro le risposte a quelle domande che tutti noi ci ponevamo: “chissà che pensa tutto quel tempo?”; “come farà a resistere ad una vita del genere?”…
Io non l’ho mai conosciuta, per quanto abitasse a casa dei miei nonni; la vedevo dalla porta, assente. Quand’ero bambino la salutavo da lontano e lei mi rispondeva con la voce delle vecchiette nelle favole, ma non le ho mai parlato, mai.
Stava tutto il tempo nella sua camera, sola; non ho mai saputo cosa facesse… forse ne ero impaurito, era troppo lontana dalla realtà di un bambino; né lei né nessun altro mi ha mai dato la possibilità di entrare in contatto con lei, eppure sapevo che era lì, la sentivo; sentivo la sua vita passare nel corridoio per andare in bagno; sentivo che c’era, ma poteva non essere vero…
Poi si ammalò ulteriormente e iniziò a non muoversi, a non parlare… volontariamente si allontanava dalla realtà… credo che nessuno la considerasse perfettamente sana di mente, nemmeno io e me ne vergogno… era un essere forte, ma così indifesa di fronte alla durezza della sua vita.
Penso non sia riuscita a far altro che fuggire in un luogo più caldo e luminoso; ora la capisco, ora ho capito, forse, quello che ha provato, le sue scelte, la sua fuga.
Tutto quello che ho scritto è frutto della mia fantasia, assolutamente mia, romanticherie commoventi, ma l’unico modo che ho trovato per renderle omaggio. Avrei dovuto pensarci prima, quando ancora potevo provare a parlarle, forse avrei conosciuto una sognatrice vera, una dimensione impossibile solo a persone concrete come siamo diventati ora, nell’era della tecnologia.
…Fantasie?
Dopo un giorno dalla sua morte quel geco che per giorni girava nella stanza di zia è stato trovato senza vita vicino alla finestra.

…fantasie.

 

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