Piccolo racconto urlante

…le pulsazioni del mio cuore suonano come campane a morto. Stanche di sentire persino loro stesse… Le ho sempre sentite così, queste contrazioni.
Quanta angoscia in ogni piccolo e lento battito.
Cerco di ricordare che voce avesse il mio cuore quando ero piccolo.
Non ci riesco; i ricordi purtroppo non hanno suono.

Però le immagini sono rimaste. E fanno sempre male.
Anzi, forse le scene mute sono ancora più dolorose. Si finisce sempre per immaginarli, i suoni, modificandoli a seconda dell’umore del momento.
Oggi il suono dell’ago che buca la vena (normalmente impercettibile), mi sembra un rombo. Un crescendo rumorosamente spaventoso, ringhio di cani e urla demoniache e fracasso di lamiere.
Una vita a puttane, per potersi servire all’albero delle pere.

La dipendenza mi ha preso con se, come farebbe una mamma. Fra le sue braccia da spade, mi ha cullato, nutrendomi con latte in polvere, bianco, marrone, soporifero, narcotico.
Dopo anni di fiera maternità ora m’abbandona.
Quel latte oggi è la sabbia del mio deserto. Un deserto fatto solo di dune, dove il cielo è la mia pelle, e le stelle i suoi buchi.

Il mio corpo… quel mio corpo che diventa ogni giorno di più, terreno vasto e da devastare.
Senza ritegno.
Unico limite: le dimensioni finite e la mia fantasia.
È una guerra eterna, monolitica. Non c’è, probabilmente, speranza di smantellarla.
È monotonia violenta, ma passiva. Una continua ricerca di maschere, nuovi atteggiamenti, dimostrazioni fallimentari del proprio onore, del proprio amore per se stessi.
Unica preoccupazione: rendere facilmente reperibili i pochi stimoli vitali. L’unico interesse che ancora resiste. Il lubrificante che rende ancora possibile il funzionamento degli ingranaggi che danno movimento a questa pazza macchina, che è diventata la mia vita. Perennemente in panne…

…ma ormai è da troppo tempo che il mio cuore tartaglia, arranca nei nostri giorni, pompa veleno…
le immagini di me riflesso sono pupille a spillo, che semplificano il risultato del mio specchiarmi: cercare affannosamente loro stesse nell’immagine che hanno di fronte, e non ciò a cui appartengono: un corpo bianco di carni magre e cadenti. Un corpo arresosi alla pazzia della mente.

La casa più calda nell’inverno più freddo. Io da solo al suo interno, fatto di me, strafatto. Nessuna preoccupazione. Mille preoccupazioni. Dipende da che punto di vista la si considera, questa marcia situazione. Ma col tempo, tutto è passato in secondo piano. Assuefatto subito all’indolenza, senza il coraggio di smussare lentamente l’oblio, catapultato al suo interno senza ripensamenti. Il mondo che mi saluta alle mie spalle è sempre più mesto in viso. Io non lo ricordo neanche più…
…troppo tempo è passato da quando lentamente, sono scivolato via da lui… da quando ho incontrato l’Eroina… che gira, gira, gira, gira in tondo e m’aspetta….

 

4 Commenti per “Piccolo racconto urlante

  1. Sei giovane, i giovani appartengono al domani, essi conoscono le cose che a noi (adulti)neanche in sogno è permesso. Io posso dirti: osserva il carattere delle tue vene, esse fanno di tutto per nascondersi a quella sostanza, fallo anche tu e dai soddisfazione a quella parte di te stesso che mostra più carattere combattivo…

  2. ritmo buono e sostenuto, disperazione dell’io narrante ben resa.
    mi piace come scrivi, anche questo tuo trattare situazioni al limite, da scrittore maledetto.
    se ci riesci, nella battitura tieni sotto controllo l’ortografia
    ..un bel pezzo…
    ciao

  3. Che bello questo racconto… quanta poesia dentro un’immensa disperazione, quanta verità e quanto coraggio. L’urlo è giunto a me. Ti abbraccio.

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