Una notte

Una notte. E forse mai più. Davvero sconcertante ma allo stesso tempo elettrizzante. Acqua gelida per essere limpidi. Luci, la città. Io, cazzo che strazio. Percorro metri per incontrare i compagni di viaggio. Che peggio di me non stanno. Ma sicuramente neanche meglio. L’incontro non è quasi mai esaltante, l’abitudine rende il piacere sobrio quasi impercettibile, ma è sabato e quindi si fa finta di essere carichi più che mai, si nasconde l’ansia… la s’incanala in altre condutture, tipo l’atteggiamento, l’aria da superuomo. Eccoli li vedo da lontano. Mi aspettano. Ci salutiamo e iniziamo a parlare… parlare e parlare. Basta parlare. Ormai è inutile parlare. Ora siamo fermi. In cerchio per guardarci meglio negli occhi e per consolarci. Si, ci consoliamo perché ognuno di noi scruta nella pupilla dell’altro, vede il grigio e capisce che non è solo. I miei compagni di viaggio sono come me, tutti quelli come me sono come me, abbiamo le stesse paranoie, le stesse fobie, inghiottiamo reazioni chimiche per sciogliere il ghiaccio che  incrosta le nostre anime. Spigolose percezioni di oscuro malessere. Ascoltiamo la stessa musica. Pronunciamo le stesse fottute parole. Indossiamo le stesse scarpe. Vogliamo salvare il mondo, tutti allo stesso modo. Mentre parallelamente sfrecciano creature di cemento e marketing. E’ arrivato il momento di andare. Di vagare senza una vera meta. Percorro quindi altri metri, stavolta accompagnato da validi accompagnatori che dopo l’iniziale e fugace logorrea hanno lasciato spazio a sporadiche esternazioni tipo “guarda che f#@a” oppure “sono già fatto”. Prendiamo un taxi per attraversare il robotico flusso della città e arrivare al locale. Guardando fuori dal finestrino vedo lampioni che sembrano lucciole, palazzi che sembrano sequoie, uomini d’affari che sembrano contadini, macchine come cavalli. O sarà il trip o la mia voglia di libertà. Sento stritolarmi in una gabbia, sto sudando, i miei compagni di viaggio ridono di me, mi indicano, il taxista ride di me e urla…… non c’è la faccio più voglio aria, voglio ossigeno che rinvigorisca i miei polmoni. Apro il finestrino, spalanco la bocca e inspiro pìù profondamente possibile…. volevo ossigeno ma ho trovato monossido di carbonio. Fa lo stesso. I miei compagni di viaggio ridono ancora… chissà se ridono di me… chissà perchè ridono. Scendiamo dal taxi. Siamo arrivati al locale. La musica emana spostamenti d’aria che avvertiamo già dall’esterno della discoteca. Ora siamo di nuovo in cerchio. Tutti noi. Ma negli occhi non scruti più il grigio, ma solo un rosso accecante. Un rosso sangue, un rosso speranza. Quella speranza che non muore mai nonostante la scenografia plumbea. Per noi il mondo è stupendamente atroce e la vita è felicemente triste. Entriamo nel locale. Le note rimbombano contro le mura, come l’alcool nei nostri stomaci. Un odore acre nell’aria inebria i nostri sensi. Poca luce, tanta speranza. Pochi vestiti, tanti desideri. Come il desiderio di sfondare quel muro e di entrare in un’altra dimensione dove sei te stesso. Dove sei te stesso con gli altri e con te stesso. Dove non ci sono schemi predefiniti. Dove puoi volare. Come il desiderio di lasciarti tutto alle spalle. Ascoltare la musica. Voler bene tutti. E dimenticare. Dimenticare i tuoi. Le macchine. I cartelloni pubblicitari. La tua ragazza. I computer. Le fabbriche. I soldi. Il professore. La pensione di tuo nonno. Il cemento. La televisione. Il viaggio organizzato. La scuola. Il motorino nuovo. Il pusher di tuo padre. L’analista di tua madre. Il lavoro precario. Gli assassini. L’Africa. La musica pop. Il grande fratello. Dolce e Gabbana. I test di ammissione. L’America. Il posto in centro. La Birmania. Bin Laden. Lo stage. Il master. Il lavoro per forza. Il lavoro a tutti i costi anche a costo della tua felicità. Dio. Mc Donald.

Come il desiderio di sfuggire e pensare solo ECSTASY.

 

2 Commenti per “Una notte

  1. Nei tuoi scritti dominano i toni del rosso e del grigio, la delusione, la ricerca di un qualcosa fuori dal sè che risolva l’ansia e il tormento interiore.
    Un modo di percepire la realtà come nemica se si eccettuano la visione di una stella inafferrabile e uno scorcio di campo verde.
    Complessivamente una contrapposizione decisa con quanto sta intorno.
    Attendo altre letture curiosa di vedere come l’autore evolve.

    P.S.:
    Manico e stomaco fanno al plurale manichi e stomachi, anche se qualcuno direbbe di no.
    ciao

  2. Grazie per l’interesse, mi sconvolge la tua analisi così azzeccata… ciao

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