Pensieri sparsi di un anonimo mattino

Ed ecco che sul più bello, il più bello dei sogni svanisce. Il suono della sveglia. Il maledetto suono della sveglia che mi dice che sono le quattro e che devo alzarmi, altrimenti farò tardi al lavoro. Resto ancora un po’ incerto, tra il sonno e la veglia, mentre un cumulo di pensieri stanchi mi attraversa la mente e se ne va com’era venuto. Si dice che lo stato di incoscienza del primo risveglio sia paragonabile allo stato di ebbrezza: mal di capo, vista offuscata, debolezza muscolare. Ed è anche vero che non ricordo mai del tutto cosa faccia o pensi i primi istanti in cui il suono assordante della sveglia mi strappa al sogno, con forza, per gettarmi alla vita. Penso che potrei fare qualunque cosa appena sveglio, e non ne avrei ricordo. Un dolore diffuso si propaga prima dallo stomaco fino ad arrivare alle scapole, passando per il petto fino alle caviglie. Sarebbe un bene non dormire affatto, se poi ti devi svegliare che fuori è ancora buio e le stelle sono ancora là nel cielo, e mentre tutti gli altri dormono tranquilli nei loro letti, al sicuro, al riparo, al caldo, io devo prepararmi, fare un’ora di viaggio in autobus, per arrivare al lavoro, e poi un’altra ora di viaggio al ritorno per ritornare da dove ero partito. Sono stanco di svegliarmi alle quattro. Sono stanco di dovermi alzare con il freddo che mi penetra le ossa. Stanco della sveglia, di questa vita. Stanco di tutto. Stanco delle distanza, e del tempo che non sembra passare mai quando noi due siamo costretti a stare lontani. Questa è un’altra scocciatura, ed è peggio del vecchio autobus con i sedili scassati, che sobbalza ad ogni curva, peggio del capo che sta lì a fissarmi mentre lavoro, dei colleghi che mi rompono con le loro domande insulse, peggio del freddo, delle sveglia, ed è sapere che non posso stare con lei, mentre vorrei solo questo, e sono costretto a sopportare tutto ciò. Sono costretto a fare, sentire, dire cose che non piacciono mentre lei è lontana da me chilometri, e forse è nelle braccia di un altro. Se solo sapessi che fosse vero, se ne avessi le prove, potrei prendere a calci il suo ricordo, rinnegare i suoi occhi, bellissimi occhi verdi, fingere di non averla mai conosciuta, di non avere mai baciato le sue labbra piene. Senza nessun problema non esiterei a trovarmi un’altra ragazza, carina quanto lei, o bella, bella da far paura, che soddisferebbe qualsiasi mio desiderio, con cui potrei passare piacevolmente i momenti liberi dal lavoro e dagli impegni, una ragazza da sfoggiare con i miei amici, da portare alle feste con me o alle cene noiose: e avrei i miei baci, le mie carezze e altro, che ora mi nega il tempo e la distanza. Ma c’è qualcosa che mi impedisce di abbandonarmi e di abbandonarla. Mi tiene legate le mani e ancorato al suo ricordo così che ovunque mi giri, per la via, in discoteca, in ogni volto, vedo esattamente non il suo ricordo, ma lei, che mi sorride dolcemente, come la prima volta che la vidi e la avvicinai e un colore rosso le tinse le guance e fu come vedere la prima volta l’alba, quasi per caso. Rimasi affascinato da quella ragazza che mi guardava dolcemente, dal basso. E io che ebbi sempre buona memoria per ogni cosa, ricordo ogni sua prima volta: la prima volta che uscimmo insieme e l’andai a prendere sotto casa, alle nove di sera. Il cielo era pieno di stelle. La prima volta che indossò il vestito che piaceva moltissimo a me, che mi faceva morire: un vestito nero, aderente che metteva in risalto le sue forse di adolescente. La prima volta che mi prese per mano, mentre passeggiavamo e la prima volta che mi sussurrò ti amo. E la prima volta che si concesse a me tremante. E quando rimasi a guardarla dormire, con il viso appena rischiarato dalla luna che attraverso la finestra socchiusa illuminava la stanza. E rimasi ad accarezzarle i capelli arruffati, appiccicati di sudore non riuscendo a capire chi fosse costei che dormiva accanto a me, con un’espressione così tranquilla, e si stringeva contro il mio petto con il suo piccolo corpo, sudato e stanco, lei che non era mai stata con nessuno fino ad allora… Stavo lì a guardarla dormire, sperando che non venisse il momento in cui lei si sarebbe svegliata, perché a questo sarebbero seguiti altri e altri ancora, e ancora fino al giorno della mia partenza, in cui avrei dovuto dirle addio per sempre, come mi ero proposto fin dal principio. Ma se la distanza non fosse esistita, o il tempo non fosse mai trascorso, pensavo che avrei potuto rimanere per sempre a guardarla dormire. Nessuno sarebbe venuto a cercarci, perché mentre lei dormiva, e io la guardavo dormire accorgendomi ogni istante che trasvolava che sempre più forte diveniva il mio sentimento per lei, tutto il resto del mondo dormiva all’oscuro di noi, di lei, del nostro amore. E non dimenticherò mai il giorno in cui lei mi chiese piangendo di non partire. Di non partire, perché sapeva che l’avrei lasciata. Ti prego non partire. E più piangeva più mi riusciva difficile trattenere le lacrime. Ma le trattenni, dimostrando di essere un uomo, come mi aveva insegnato mio padre, fin da piccolo. Le ordinavo di smettere di piangere, perché tutti all’aeroporto la guardavano, le diedi della stupida, senza ritegno. E tanto più lei si avvicinava più la scostavo con il braccio, l’allontanavo da me, ma Dio solo sapeva quanto avrei voluto abbracciarla, attaccarla a me e a ogni mia fibra del mio corpo, sparire insieme, dileguarci nell’aria per andare ad esistere in qualche altro posto, dove avremmo potuto essere felici. E il vederla piangere anche a causa del dolore che io volontariamente le procuravo, per sfuggire il mio, mi creava un nodo alla gola che non riuscivo a sciogliere e questo nodo mi stringeva altresì lo stomaco, mi attorcigliava i nervi e mi faceva gonfiare le vene del collo e pulsare più forte quelle delle tempie. La baciai per un attimo sulla bocca, un bacio lieve che non sapeva di nulla, se non delle sue lacrime salate, e mi allontanai dalla sua vista. Ancora, attraverso i vetri, la vedevo piangere e salutarmi con la mano, nel contempo, e il suo viso così mesto che la faceva assomigliare ancor di più ad una bambina, ma adulta. Le feci un segno in risposta, poi anche lei sparì dalla mia vista. So solo che appena preso posto sull’aereo, mi ritrovai le guance bagnate: e le lacrime scendevano copiose, senza che nessuno le avesse chiamate o richieste, e mi scuotevano insieme i singhiozzi. E io non potevo fare nulla. Una hostess mi si avvicinò preoccupata. “No, nemmeno lei può fare niente” le dissi. E mi accorsi di star piangendo per tutta la durata del volo, e di pensare ancora a lei arrivato all’aeroporto della mia città, in macchina, e mentre salivo le scale di casa, a lei, ai giorni trascorsi insieme, alle cose più stupide e insignificanti in cui c’entrasse lei. Alle sorprese che mi aveva fatto, ai piccoli regali porti con un sorriso. E ci pensavo non come a qualcosa di bello, piacevole, e sei felice perché sia accaduto, e con molta leggerezza pensi che è un ricordo fra tanti. Ma ci pensavo come qualcosa di estremamente bello, e soprattutto necessario che mi era stato tolto un giorno, senza motivo. E allora capii che, fra tante cose, tanti sbagli commessi nel mio passato incerto, tante scelleratezze, per la prima volta io avevo bisogno di quella ragazza, che non era una ragazza qualsiasi, una delle tante che popolavano il pianeta. Ma lei era la ragazza migliore che avessi conosciuto in tutta la mia vita, e che non volevo perderla per nessun motivo. Così quella sera la chiamai, appena messo piede in casa, e le chiesi di perdonarmi. Ti prego perdonami, le ripetevo. E lei disse che era già tutto dimenticato. Mi disse soltanto: “ti aspetterò”, e così è stato fino a stamattina. Lo so per certo. Mi sembra così assurda l’idea che lei possa giacere con un altro, che subito la rigetto senza nemmeno prenderla in considerazione. Ma se penso che in giro ci sono tanti altri ragazzi migliori di me più gentili, che abitano vicino a lei, che potrebbero corteggiarla, e lei potrebbe accorgersi di quanto io non sia affatto adatto a lei, che lei meriterebbe una persona migliore di me… mi viene il sangue alla testa. Se sapessi che lei stesse con un altro, e gli dicesse le stesse cose che diceva a me, e facesse le cose che solo noi due facevamo, io diventerei pazzo. Impazzirei e non so cosa sarei capace di fare se sapessi di averla persa per sempre. La prenderei a calci, fino a provocarle un emorragia, le strapperei i capelli, le caverei gli occhi. Ma poi penso che in questo momento, mentre io mi preparo per andare a lavoro, indosso il giubbotto, cerco le chiavi di casa, lei è ancora avvolta nel suo letto, presa da uno dei suoi dolci sogni, con gli stessi capelli arruffati e le labbra dischiuse. Come quella notte. E allora qualsiasi mio furore si dissolve nella certezza che lei è mia e mi è fedele, è esattamente come l’ho lasciata, con il mio odore, la mia saliva, il calore delle mie braccia, e anche io non sono che suo, e di nessun’altra, questo è certo finché vivrò. Finché avrò abbastanza forza da alzarmi alle quattro e sopportare lo schifo della mia vita, avrò abbastanza amore per lei e abbastanza pazienza per sopportare la distanza. E mi chiedo se anche lei mi stia sognando, come io stanotte ho sognato lei. Venirmi in sogno non è che un trucco che ha escogitato lei, perché lei sa che ho maledettamente bisogno di lei. Ed è questo il motivo per cui non posso lasciarla e lei non può lasciare me, non può tradirmi: perché mi ama e anche io la amo, a mio modo. Un modo tutto mio,  paragonabile al gesto irritato della mia mano che mette a tacere la sveglia, che allaccia le scarpe, che afferra i soldi, il giorno della paga. Una maniera scostante di amare la mia, distante, perché nessuno mi hai mai insegnato la dolcezza, e non posso sapere le cose che non ho appreso da nessuna parte: posso sapere di contabilità, del mio lavoro, certo, e anche qualche altra cosa, ma non so cosa significhi amare, come c’è scritto sui libri, con slanci improvvisi ed esagerati. Io amo nella misura in cui vi riesco, e senza mai dare nulla di più di quanto reputi necessario. E non so cosa le servi, non so quali siano i suoi bisogni effettivi, cosa richieda la sua età e la sua natura: molte volte ho provato a domandarglielo, ma lei ha detto che ha  tutto con me. Credo che abbia bisogno di una casa, anche se c’è la già, una bella casa però con tutti quegli oggetti carini che amano le donne, di vestiti, di cibo, di sentirsi protetta e amata. Di sentirmi vicino. Forse, alcune sere, ha semplicemente bisogno di sentire il mio respiro, o la mia voce, così come io certe notti, ho bisogno di sentire il calore del suo corpo accanto a me. Ma lei non ha bisogno del mio corpo, nella misura in cui io sento il bisogno del suo: ma è qualcosa di più profondo… Credo che abbia bisogno di tutto quanto fa parte di me, la mia voce, il mio respiro, la mie braccia, la mia scontrosità, i miei consigli, i miei scherzi, e i momenti in cui stavamo in silenzio sdraiati al sole. E sapere che mentre lei ha bisogno di me, sente la mia mancanza, io sono a distanza di chilometri da lei, senza fare nulla per impedire ciò, per risolvere questa situazione che sta facendo soffrire entrambi, che ci logora finanche le ossa….
Ecco le chiavi. Un’altra giornata comincia.

 

5 Commenti per “Pensieri sparsi di un anonimo mattino

  1. rileggendo il tuo racconto ho, per certi versi, riletto parti della mia vita abbandonati e rigettati dalla memoria ma rinchiusi segretamente nel mio cuore… ho amato in questo modo ma poi mi sono chiesta se dell’idea dell’amore o della persona ke giaceva ancora li immobile nei miei ricordi……. la risposta la cerco tutt’oggi aspettando il mio lui e conservando solo per lui l’amore puro e incontaminato. in fondo credo ke l’uomo giusto sia li fuori ke mi aspetta ma non voglio divagare e ti dico ke mi è piaciuto tanto il tuo racconto e se le emozioni forti e l’amore inossidabile avessero un nome porterebbero quello del tuo racconto…. buona fortuna straniero…….

  2. mi fa piacere che il mio racconto venga apprezzato… anche se non ho fatto altro che immaginare i pensieri che attraversano la mente del mio ragazzo ogni mattina, quando si alza e si accorge che io sono ancora qui, lontana da lui… quindi, più che allo straniero, buona fortuna a noi due

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *