Veramente, ho creduto di morire

28-01-08

Amato, caro, odiato, disprezzato, dimenticato, amante, amico, compagno, nemico o semplice visione non so, chi io sia ora, nemmeno. Tutto è così vago e il tutto non è che un’ombra che ci avvolge e poi subito sfugge. E’ all’ombra di una grande quercia che ti scrivo, nello stesso parco dove passavamo i nostri pomeriggi solitari: soli ma vicini, ora la solitudine mi grava un po’ di più sulle spalle.
Perché scriverti a distanza di due anni? E perché non farlo? Cosa cambia tra il fare o non fare una cosa, tra il dire o non dirla, tra il pensarla o meno? Come se davvero cambiasse qualcosa nello scorrere implacabile del tempo, nell’ordine precostituito del cosmo, nel filo misterioso delle nostre vite. Cambierebbe qualcosa se non la scrivessi? E tu muterai, dopo averla letta o continuerai a rimanere pietra? Sai, queste parole non arriveranno mai a scalfire la tua corazza, e tu fai pure del tuo peggio per sfuggirmi. Ma il vento e la pioggia erodono le grandi montagne e tutto ritorna, prima o poi.

Cosa hai fatto in tutto questo tempo in cui hai sfuggito la mia vista e evitato qualsiasi contatto? Hai vissuto, esattamente come me: mentre io dormivo tu dormivi, mangiavi, sorridevi, tremavi, urlavi, come me ti sentivi stanco; sarai stato con una o due ragazze, o di più, hai bevuto, amato, sognato, odiato come me, l’odio ti deve aver invaso le vene e stretto il cuore in una sola morsa, e fatto tremare la voce il dispiacere nel sapere che un caro amico ti ha tradito. Forse, lontano da questi momenti, in brevi battiti di tempo, sei stato felice, e i tuoi grandi occhi color nocciola avranno illuminato il grigiore della città in cui vivi, per un attimo soltanto, poi sarai ricaduto nella cupa tristezza, che caratterizza tutte quelle persone che temono l’amore e la vita. Tu hai talmente paura della vita da non riuscire a viverla nel modo migliore: credi così, a torto, di star sfruttando ogni secondo che il Signore ci ha concesso di vivere, dandoti ai piacere più sfrenato, rifuggendo le responsabilità, la tristezza, e a volte il dolore, che io penso tuttavia ti faccia visita quotidianamente, come me e come qualsiasi essere che si chiami uomo.

E’ strano: in tutto questo tempo ho pensato continuamente a te. Il primo anno non facevo che riandare con la mente ai giorni trascorsi insieme: a volte il dolore era così grande che credevo di non farcela, mi disperavo, quasi tu fossi morto. Pregavo soltanto Dio che ti donasse ancora tanto di vita finché io non fossi stata meglio, e non fossi venuta a riprenderti. I giorni passavano, passavano stanchi, tutti uguali tra loro, e io venivo a sapere qualcosa di nuovo su di te, qualche nuova conquista, qualche nuova sciocchezza, la tua espulsione dall’università, il licenziamento dal lavoro. E mentre tu sprofondavi sempre più in basso, io traevo forza da ciò, quella che mi sarebbe stata necessaria per tirarti fuori di lì, e insieme continuare la nostra vita. Intanto la vita riprendeva a scorrere, con le sue necessità, le responsabilità, il lavoro, e io non potevo tirarmi indietro… e man mano che questi mi rubavano il tempo e la mente, mi accorgevo di pensarti sempre meno, ogni giorno un po’ meno, ogni mese in termini diversi.

Finché non so come, esattamente, tu sei scivolato via dai miei pensieri. Come la polvere che ti scrolli dal cappotto, stavi scivolando via da me, per sempre. E’ strano, ti dicevo prima: subito dopo il tuo abbandono, non c’era giorno in cui non mi venisse in mente qualcosa che avrei voluto chiederti ma che non ti ho chiesto, ritenendola una cosa sciocca o rimandando al domani; o solo semplici pensieri, che avrei voluto condividere con te, pensieri banali; o ancora frasi di film o libri che mi avevano colpito particolarmente e avrei voluto sapere che ne pensassi tu, se anche a te quella frase lasciasse l’amaro nel cuore…sentivo di avere così tante cose da dirti, da farti vedere, da fare insieme, e purtroppo di non avere più tempo, di averlo già esaurito. Così, scrivevo tutto questo su quei bigliettini gialli che avevi sempre in macchina, per segnarci qualcosa all’ultimo momento, un numero di telefono, una via, un appunto. La mia camera era piena di quelle strisce gialle che insieme, una accanto all’altra formavano una linea ideale che mi congiungeva a te. Non ebbi mai il coraggio di percorrerla fino in fondo, di ritornare  chiedendoti di riprendermi presso di te: e non era propriamente il mio orgoglio che me lo impediva, ma la paura di un rifiuto, un altro avrebbe fatto ancor più male. Lacerata dentro e fuori, eppure sentivo ancora qualcosa che batteva flebile nel mio animo, che continuava ad esistere oltre il dolore e oltre la paura: che io ti amassi, lo sapevo ancor prima, già dal primo istante che ti vidi, il primo minuto trascorso insieme, la prima volta che ci tenemmo per mano… ma certo non sapevo di amarti in maniera così assoluta, senza meno né più, senza possibilità che questo amore potesse crescere ancora di più, perché esso era già quanto poteva essere oltre ogni limite. Avevo così tante cose da dirti, che i pensieri si aggrovigliavano nella mia testa e si disfacevano, senza che io potessi acchiapparli tutti insieme, in una volta sola. Forse, un anno fa, questa lettera sarebbe stata diversa: corta o breve non so, ma certamente diversa.

Ora invece, sento come se mi fossi appena svegliata da un sogno: non ho voglia di fare nulla, né di vivere ancora, resto incerta tra il sonno e la veglia, più alcun pensiero mi tocca, niente mi preoccupa, e io non ho più niente da dirti a parte il vero motivo per cui ti ho scritto questa lettera, che tu leggerai dentro la vuota e buia cella di una prigione: non servono nemmeno più parole di biasimo, o d’odio, perché la vita mi ha già reso ciò che tu mi dovevi da almeno due anni. L’odio si è dissolto in una nube di tristezza, e non so se gioire o essere triste, o mostrare segni di una tarda vittoria. Qui nessuno ha vinto o perso, e se a volte ti capiterà di sentirti solo, spero che fra le tante immagini di cose passate, donne che si sono affacciate appena alla tua vita, senza lasciare traccia oltre il loro corpo, tu scelga me per tenerti compagnia. Perché allora vorrà dire che, in una breve frazione di tempo, non importa quanto breve, tu hai provato per me qualcosa che assomiglia anche solo un po’ a quello che tuttora io provo per te. Che serve dirlo, ormai?
Il tempo fugge invidioso, dovresti saperlo meglio di me.
Fra due giorni mi sposo.

 

5 Commenti per “Veramente, ho creduto di morire

  1. sconcertante….
    una specie di odi et amo, con toni un po’ troppo esacerbati, ma senza cause motivate.
    perchè il tizio è in gattabuia?
    questa personalità così negativa cosa aveva dalla sua per scatenare due – dico due- anni di amore tormentato e non corrisposto da parte di una sua presumibile ex compagna di università?
    (…che però trova il tempo di trovarsi un ganzo da sposare! non poteva farsi un viaggio verso le lontane Indie, almeno vedeva un pezzo di mondo diverso, no va ad inguaiare un povero inconsapevole figlio di mamma..)
    mi sfugge qualcosa…
    ma allora è vero che le donne aspirano solo a fare gli zerbini!
    o io sono una rara avis o voi ragazze state esagerando, perchè create ( o meglio, aspirate a creare) modelli nelle vostre lettrici e non ve ne rendete conto….

    preferisco il tuo racconto precedente.
    alla prossima.

  2. Non penso che le donne di oggi aspirino a fare gli zerbini, o almeno lo spero… e se pure fosse così, si tratterebbe solo di qualche caso isolato e sporadico, senza alcuna importanza. Attraverso i miei scritti non voglio assolutamente fornire dei modelli, perchè è mia personale convinzione che i lettori di questo sito non ne abbiano bisogno e se anche fosse così, non ritengo che io, dal basso dei miei diciotto anni, possa offrire dei modelli, validi o meno… Ad ogni modo ci tengo a rimarcare che i miei scritti non vogliono riflettere nulla di reale ma sono situazioni completamente inventate, e lo si capirebbe se le si leggesse con attenzione: sono tutte situazioni portate all’estremo del dolore, della disperazione e della malinconia, di qualunque sentimento si tratti sono semplicemente delle iperboli, e nulla più…
    Se si prendono sul serio le iperbole, tanto da rimanere sconcertate, come penso sia accaduto a lei, allora credo che sia ben difficile vivere in questo mondo… O semplicemente, leggere in tutta tranquillità un libro… Che dire di Goethe, tanto per citare un autore che amo, il quale anche lui, forse inconsapevolmente ci ha offerto un modello sbagliato: il giovane Werther suicida per amore? Non oso minimamente accostarmi a questo mostro della letteratura, così come non sono degna di essere paragonata al latino Catullo… Semplicemente che si capisca che il mondo della fantasia e quello della realtà non si identificano.
    Grazie della sua attenzione.

  3. Carissima,
    -ho citato Catullo solo come riferimento alla contrapposizione di due sentimenti estremi ed accettabili, appunto, solo in lui;
    -circa i Suoi diciotto anni, Le ricordo che Jane Austen scrisse la prima versione di “Sense and sensibility” nel 1795, a vent’anni ed era questa la sua terza opera,
    -a proposito del personaggio di Goethe che ispirò il Foscolo per il suo Jacopo Ortis, la cosa comportò la condanna dei contemporanei per l’imitazione del suicidio di tanti giovani delusi nell’amore o dalle vicende storiche e politiche;
    -per quanto riguarda la Sua visione del mondo femminile, pur nella civilissima Italia, Le garantisco che sebbene le leggi sanciscano la parità con l’universo maschile, di fatto nel mondo professionale reale una donna deve valere almeno quanto due uomini.
    Ciò premesso Lei continua a sconcertarmi sul fatto che scriva solo per esercitare la Sua fantasia.
    Perchè, allora, se non ha altri scopi e mire, non conserva i Suoi scritti nel Suo album dei ricordi personale e si espone al commento altrui (come vede non ho usato il vocabolo “giudizio” perchè qualche frequentatore del sito non conosce l’etimo e si scandalizza)?
    Peccato che si chiuda nella trincea dell’esercizio di scrittura fine a se stesso, perchè a mio giudizio, Lei ha una certa facilità a redigere testi e dovrebbe coltivare questa Sua capacità, mettendola anche a disposizione di altre donne che non hanno le Sue stesse qualità (ha mai sentito parlare della parabola dei talenti?)
    Perdoni la mia voce fuori dal coro, ma forse a scuola qualcuno Le avrà detto che dire “bello!” o “brutto!” senza argomentare è cosa pressocchè inutile e inaccettabile.
    Nel mondo femminile una qual sorta di collaborazione non è mai inopportuna e in tale senso era diretto il mio parere di donna verso una giovane donna.
    Se ho offeso la Sua sensibilità ponendoLa difronte ad alcuni interrogativi, Le chiedo scusa.

    anna

    p.s. : la parola iperbole al plurale fa iperboli
    ……e scusi anche la mia pedanteria.

  4. comprendo da quanto ha scritto che lei deve saperne molto più di me, anche in fatto di lingua italiana. La ringrazio davvero per avere corretto una mia distrazione (pensi che ero andata anche a vedere sul vocabolario il plurale), ad ogni modo ritengo che le abbia non abbia compreso quali siano le mie reali intenzioni pubblicando i miei modesti testi su questo sito.
    Innanzitutto non ho affatto paura del giudizio della gente, e le ripeto la ringrazio per la gentile attenzione che mi ha riservato. Ritengo le critiche o giudizi siano utili e costruttivi. Accetto le sue critiche dunque, ma non condordo sul fatto della “solidarietà” di cui parla lei o collaborazione che dir si voglia, o ancora non comprendo quando afferma che “per quanto riguarda la Sua visione del mondo femminile, pur nella civilissima Italia, Le garantisco che sebbene le leggi sanciscano la parità con l’universo maschile, di fatto nel mondo professionale reale una donna deve valere almeno quanto due uomini”. Con i miei testi non penso affatto di sminuire la figura femminile, essendo io una ragazza, andrei contro i miei stessi interessi. Le donne sono essere forti (ma non penso che una donna valga quanto due uomini, questo no) al punto che non ritengo che vi sia bisogno di “missioni cattoliche”, andando in loro soccorso: scrivere per esaltare la loro natura, o scrivere pensando a dei modelli che potrebbero seguire, o collaborare tra noi donne per un mondo migliore. Purtroppo il mondo è marcio: si è perso ogni valore, e la solidarietà è solo una bella parola che sentiamo nelle pubblicità progresso. Ma sto divagando… Inoltre non scrivo semplicemente per esercitare la mia fantasia, per me scrivere è un’esigenza, come i neoteroi, lei certamente li conoscerà meglio di me…. E che io tenga i miei scritti sconcertanti nel mio album dei ricordi o li pubbblichi qui penso che poco le importi, o no? Non è opera di chi scrive fornire dei modelli, altrimenti saremmo ancora alla letteratura moralistica della Roma antica, che per quanto abbia avuto una sua utilità, non comprende certo opere che io leggerei prima di andare a dormire! Se i giovani, dopo aver letto “I dolori del giovane Werther” si sono suicidati, affar loro non certo di Goethe, o forse per questo dovremmo mettere il suo libro come tanti altri all’indice? Troppo comodo: tutto ciò che non ci piace o va contro la morale lo cancelliamo, lo censuriamo. Certo, le favolette di La Fontaine e le Divina Commedia di Dante sono esenti dal pericolo di fornire modelli sbagliati, ma la libertà di espressione dove andrebbe a finire?
    Lei non ha offeso la mia sensibilità, anzi mi fa anche piacere ricevere commenti negativi o consigli per migliorarmi, visto che non sono un talento, come Jane Austen, o una scrittrice, e quindi ne ho proprio bisogno, e mi torna utile essere corretta se commetto qualche errore ortografico e grammaticale, perchè da questo punto di vista, della lingua italiana, mi considero ignorante.
    Grazie ancora per la sua attenzione

  5. Carissima,
    leggendo le Sue ulteriori, affannate precisazioni, ho compreso che non ha affatto compreso nè il senso nè il significato di ciò che Le ho scritto.
    La affido, pertanto, a tutte le Sue certezze.

    anna

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