Il soldatino di alluminio

C’era una volta un soldatino di alluminio. Faceva parte di una confezione di venticinque piccoli guerrieri, che un bimbo aveva ricevuto come regalo graditissimo in occasione del suo compleanno. Aveva il fucile in spalla, il portamento fiero e la divisa impeccabile, ma la sua caratteristica, rispetto ai compagni, era che aveva una gamba soltanto: quando era stato fuso l’alluminio, infatti, a lui, che era l’ultimo, era rimasto metallo sufficiente per vivere, ma non per entrambe le gambe. Sopperiva a questa menomazione con una grande sensibilità e, unico tra tutti, aveva la predisposizione ad amare, svincolandosi così dal gelido rigore della materia di cui era composto.
Il bimbo che aprì la confezione era entusiasta, e sistemò tutti i soldatini, anche quello difettoso, nella stanza dei balocchi, tra le sue cose più care. Lì l’“ecosistema” era variegato: la notte, infatti, i ninnoli cominciavano a giocare, a danzare, a divertirsi. C’erano una palla e una trottola, che ruotavano vorticosamente, mentre le bambole prendevano vita e le macchine si superavano a gara. Soltanto i soldatini erano imprigionati nella loro scatola, urlavano e strepitavano per uscire, percuotendo le pareti, ahimè, troppo solide per loro. Una bella notte, però, le loro continue richieste furono esaudite: un bambolotto più robusto degli altri aprì la confezione e i soldatini, a passo di parata, uscirono in ordine, sfavillando nelle loro divise pulite e inamidate.
L’ultimo fu il soldatino di alluminio con una sola gamba: quando vide la bellezza del mondo intorno a lui rimase talmente colpito che girò il suo sguardo ovunque, nella stanza, per conoscere quanto più poteva. Durante la ricognizione gli capitò di poggiare gli occhi su un comodino, deliziosamente istoriato, al di sopra del quale si stagliava una figura meravigliosa. Non credeva ai suoi occhi: era una ballerina, nell’atto di danzare, quanto di più bello avesse non solo visto, ma anche potuto immaginare nella sua fervida fantasia… Ciò che lo colpiva di più era l’impressione che anche la ballerina avesse una sola gamba come lui, perché l’altra l’aveva piegata in su, nello slancio della danza, tanto in alto che non si vedeva nemmeno. E così il piccolo milite s’innamorò follemente di quella visione celestiale, e non voleva più tornare al suo posto: mentre tutti intorno si agitavano in un divertimento sfrenato, lui rimaneva lì, immobile, impassibile, nella contemplazione del suo amore. Purtroppo le prime luci dell’alba penetrarono dagli spiragli delle finestre abbassate, e ci fu un gran correre, per riguadagnare le posizioni diurne. I soldatini, soddisfatti, rientrarono nella scatola, ma Tino (diminutivo di solda… tino!) non volle, perché intorno a lui non c’era nient’altro che la magia dell’amore. D’altra parte Nocchietta (diminutivo di gi… nocchietta, con riferimento al candore e alla bellezza delle sue gambe) restava lì, a emanare un alone di fascino e luce, che costituiva il faro dell’esistenza di Tino.
L’esitazione fu, però, fatale, perché il soldatino non riuscì a rientrare nella scatola, né lo voleva, e rimase l’unico a non recuperare la posizione consueta. Non fu questo, in ogni caso, il guaio: lo vide un regalo di quelli a sorpresa, un pacco dono dal quale, con la pressione del dito, usciva un brutto rospo con la bocca aperta, cattivo di cuore e invidioso della spensierata felicità di Tino innamorato. L’essere immondo rimproverò il soldatino: non era giusto che tutti i giocattoli rischiassero di veder scoperta la loro facoltà, limitata la loro libertà notturna, per colpa di uno solo. E poi, correva voce che il pacco amasse la ballerina di un amore non corrisposto, se amore poteva dirsi la sua lasciva e ripugnante volontà di strofinarlesi addosso. Il soldatino ricacciò il rospo nel pacco, con decisione, e quello gli replicò: «L’hai voluto tu, allora!».
La notte seguente, il soldatino restò ancora lì, impalato, nella struggente ammirazione del suo tesoro, ed ogni istante che passava gli sembrava che il suo amore fosse corrisposto, che Nocchietta gli concedesse il suo sorriso, il suo sguardo benevolo: e per questo era raggiante, pieno di gioia. Al mattino, però, non si sa come, Tino finì sul marciapiede, fosse per un colpo di vento o per una spinta proditoria del rospo, che l’aveva sorpreso alle spalle. S’infilò con la testa giù nel terreno, in una piccola cavità atta a contenerlo, e il bimbo, che si era precipitato in strada per raccoglierlo, purtroppo non lo vide. Pianse, ma ormai aveva perso ogni speranza. E piangevano, di sopra, i ventiquattro soldatini, e piangevano i balocchi; sola, non piangeva la ballerina, che era ancora più luminosa, irradiata della luce della speranza. L’amore l’aveva riempita e i casi della vita non erano nulla in confronto al sentimento che ella provava. «Tornerà…», pensava, aveva visto il coraggio del suo innamorato, leggeva nei suoi occhi un misto di fierezza e romanticismo, non poteva credere che Tino non avrebbe fatto di tutto per tornare da lei.
Due monelli erano in strada, videro il soldatino di alluminio e dissero: «Com’è strano senza una gamba, ora ci divertiremo!». Costruirono una barchetta col giornale e ce lo misero sopra; quindi lo misero a navigare sulle acque del canale, per vedere se aveva paura. Ma Tino, con la sua baldanza pervicace, fucile in spalla e sguardo fermo, sembrava il capitano della neonata imbarcazione, e non temeva di seguire il suo destino: dopo essergli corsi dietro per un po’, i monelli si stufarono del gioco e lo abbandonarono, stanchi e arruffati. Tino proseguì, senza poter condizionare il corso e la rotta della sua navicella, ma pronto ad affrontare i pericoli. E questi non si fecero attendere: dopo un po’, infatti, la barchetta fu inghiottita dallo scolo di una fognatura e cominciò a percorrere le acque sotterranee.
Un grosso ratto si fece avanti, minaccioso, e chiese con rabbia: «Ce l’hai il denaro per il pedaggio?». Tino, che era generoso e non aveva mai per lungo tempo del denaro con sé, disse di no, che non ne poteva disporre. Allora il ratto, che si chiamava Rio (viveva infatti in un corso d’acqua, dal latino rivus), di nome e di fatto, lo inseguì per farlo a pezzi. Tino lo guardava, come impietrito, e aveva paura: quando capì che non c’era più nulla da fare, ma che sarebbe finita comunque, poiché l’acqua aveva già invaso la barchetta, preferì gettarsi in acqua, anziché subire la tremenda aggressione del ratto.
Non l’avesse mai fatto! Lì lo scolo finiva nel mare e non appena si trovò immerso nel nuovo ambiente, il poverino non ebbe il tempo di annegare che si succedettero le seguenti, incredibili novità: come entrò nel mare, infatti, un pesce ne fece un sol boccone, ingoiandolo con avidità. Subito, però, un pescatore catturò il pesce con la sua rete e lo portò sul banco di un pescivendolo. Tino sentiva, all’esterno, le voci della gente, perché il suo famelico aguzzino ormai era morto e costituiva per lui soltanto un involucro tenace. Giunse nel negozio una signora e comprò il pesce: come rimase stupita, nell’aprirlo! Altri non era, infatti, che la domestica della famiglia del padroncino dei soldatini e di tutti i giocattoli della sala incantata!
Tino fu riconosciuto e rimesso al suo posto: ora guardava tutti con orgoglio, come chi fosse uscito da un’avventura epica, tornando in patria vincitore. La ballerina lo guardava con amore e gratitudine, per non aver disatteso le sue speranze. Il soldatino di alluminio era più innamorato che mai, e pensava al fatto che era rimasto in vita solo grazie al pensiero incessante del suo sogno incantato, alla sua intrepida volontà di ricongiungersi con la ballerina, che era rimasta ad attenderlo. Anzi, quando aveva visto la morte in faccia, nel ventre del pesce, era determinato a morire ricreando di fronte a sé l’immagine di Nocchietta, per trarne supremo conforto.
Fu così che l’amore vinse e i due pupazzetti decisero che non si sarebbero mai più lasciati.
Un giorno, però, il bimbo, che era capriccioso, prese il soldatino e lo gettò nel fuoco: secondo lui, il fatto che avesse una sola gamba non poteva più tollerarsi, perché rappresentava l’unica nota di demerito della sua splendida collezione. D’altra parte, con quell’aspetto fiero e superiore era tanto sicuro da apparire altero: e non si può neppure escludere che ci fosse stata qualche malevola confidenza dell’invidiosissimo pacco dono. Comunque sia, il soldatino si trovò ad ardere nel focolare, si liquefece e cambiò conformazione: quando il fuoco si spense, non rimase che un cuoricino di alluminio, ovvero l’anima del soldatino, disperata e sola.
Allora, come per magia, la ballerina prese a volteggiare, cosa mai accaduta prima, raggiunse il caminetto, raccolse il cuoricino e, sempre piroettando, lo strinse a sé col suo nastrino. L’avrebbe tenuto sempre con sé, vicino al suo cuore, l’avrebbe amato teneramente. La sua luminosità non scomparve, anzi sembrò raddoppiata. Come non si era rassegnata a perdere il suo amore quando era sparito dalla stanza, così ora lo sentiva alitare accanto a sé, più forte di tutto, dell’invidia, della gelosia, del capriccio, della malignità, della cattiveria, della morte.
L’amore aveva trionfato, ed io, che ho corso pericoli non inferiori a quelli del povero Tino, voglio qui ribadirti che li ho superati grazie a te, Amore, e sarei pronto ad affrontarli di nuovo tutti, e quant’altri ancora, pur di poterti stringere per sempre tra le mie braccia.
Ti amo.

3 pensieri su “Il soldatino di alluminio”

  1. Letto in infanzia. Il soldatino era di stagno.
    Se ti ci sei rivisto assieme alla tua bella, vi … invidio con gioia augurandovi ogni bene

  2. In un Mondo in cui l’umanità è quasi del tutto ricoperta di bottino una storia del genere sembra venire da un altro pianeta, ma io, che appartengo al secolo precedente, ricordo storie simili e mi auguro che qualcuno legga quanto tu hai scritto e se lo tenga stretto sul cuore.
    Grazie.
    Sandra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *