Nero da morire

Frank continua a guardarsi intorno, oltre la distesa di foglie secche. Cerca di muovere un passo ma ogni scatto del suo corpo rischia di peggiorare quella che è già una terribile situazione.
Lancia un urlo nella natura vuota che lo circonda: «C’È NESSUNOOOO?».
Neanche l’eco della sua voce lo consola. Nessuna risposta, se non il batter d’ali e il verso di qualche uccello di passaggio. È lì fermo da più di un’ora ormai e il suo si sta lentamente esaurendo. Il cellulare non ha segnale e non c’è nessuno a vista di centinaia e centinaia di metri.
Pensa alle persone care.
Prima di partire, prima di varcare il gate dell’aeroporto, sua moglie aveva nuovamente provato a dissuaderlo: «Non riesco a immaginare come un posto del genere possa farti stare meglio? Deve esserci un altro modo. Non mi piace questa cosa». Lui, accarezzandole la guancia, le rispose: «Fa parte della mia terapia. Il mio psicologo dice che isolandomi per qualche ora al giorno dal mondo forse inizierò ad affrontare meglio la mia condizione. Per questo non credo che ci sia un posto più indicato di quello dove sto andando. È il primo passo del mio percorso di cura. E poi, è solo un viaggio».
Frank è un sociopatico.
Certo, la prima impressione che si ha quando si sente parlare di questa malattia non è decisamente positiva, ma Frank non ha mai presentato alcun lato violento della sua malattia. Nessun istinto omicida o suicida e nessun episodio di violenza, nemmeno verbale. Ci sono stati invece vari attacchi di panico, quelli sì.
Frank non tollera essere toccato, se non da sua moglie. La presenza di più di quattro persone in una stanza gli provoca attacchi d’asma e se uno sconosciuto gli passa vicino per strada incrociando il suo sguardo per più di una volta, inizia il suo tic. Comincia a grattarsi nervosamente la fronte, più e più volte, come se cercasse di raschiare via dalla testa una colata di cera calda che raffreddandosi gli si è appiccicata addosso. La cosa gli provoca delle lacerazioni cutanee evidenti, che a loro volta provocano continue occhiate degli sconosciuti per strada. Un circolo vizioso che spesso costringe Frank a passare intere settimane chiuso in casa, così da evitare di scarnificarsi il cranio.
Ma ora Frank è lì. Alla tanto agognata meta. Un viaggio che lo ha portato dritto dove avrebbe voluto sempre essere. Nel suo posto sicuro. Lontano dal lavoro, lontano dal traffico, lontano dalle persone. Lontano dalla vita. Ma il destino è beffardo e spesso gioca orribili scherzi. Quello che per Frank doveva essere l’inizio di un percorso volto a migliorare se stesso, si sta invece rivelando come un possibile epilogo della sua esistenza.
Il tassista che lo ha lasciato a circa un chilometro da dove si trova non tornerà prima di un’ora. L’orario d’incontro al punto di partenza non sarà prima di un bel pezzo e anche se non vedendo Frank tornare al punto d’incontro in orario gli venisse in mente di cercarlo, al suo arrivo troverebbe solamente un piccolo lago nero increspato, con una mano lugubre che spunta fuori in cerca di aiuto.
Cespugli secchi, alberi spogli e rocce frastagliate sembrano essere gli unici spettatori di questa tragedia che lentamente va consumandosi.
A qualche metro da lui, la terraferma. Frank cerca di non cedere alla disperazione. Nonostante abbia resistito molto tempo sotto il sole cocente senza muovere un arto, la melma nera è arrivata all’altezza delle ginocchia. Non può restare senza far niente, nessuno apparirà dal nulla, nessuno lo salverà.
A un passo da lui qualcosa spunta dal pantano. Lo aveva già notato qualche tempo prima, ma per poter raggiungere quello che potrebbe essere qualcosa a cui aggrapparsi per uscire dalla trappola in cui sta affondando, Frank dovrebbe abbassarsi e allungare le braccia non di poco. Decisamente rischioso.
Frank si guarda ancora una volta attorno: «C’È NESSUNOOO?».
L’ennesima mancata risposta fa trovare a Frank il coraggio di sporgersi a quella unica e flebile speranza. Può essere di tutto. Quella cosa che riaffiora dal bitume è completamente ricoperta di melma nera. Potrebbe essere un ramo, un sasso, una corda. Potrebbe essere niente, potrebbe essere la salvezza.
Restare fermo in attesa di soccorsi è completamente inutile. Per contro, si corre un rischio non indifferente. Frank potrebbe cadere e finire steso a faccia in giù nella trappola viscosa e rimanere soffocato, ingurgitando pece.
Sotto un sole cocente che lo osserva incurante, Frank cerca di farsi coraggio, valutando ancora per una volta le alternative a sua disposizione. In tutto sono tre: restare fermo in attesa dei fantomatici soccorsi; restare fermo in attesa della morte per annegamento; tentare di salvarsi da solo.
Il sudore scende copioso dalla fronte al mento. Frank inizia a non sopportare più la sete.
Per quanto morire a faccia in giù in un lago di dinosauri estinti possa essere spaventoso, la melma nera sta continuando a salire, oltrepassando le ginocchia. Frank non vede opzione valida se non quella di tentare il tutto per tutto.
Sposta dalla mente il pensiero della sua bocca piena di catrame e si inizia a protendere verso l’appiglio. Abbassa leggermente il sedere e piega lentamente la schiena in avanti, allungando il braccio sinistro. I tendini della mano sono tesi quasi al punto di rottura, le labbra aperte mostrano le due file di denti che si stringono quanto le ganasce di una morsa chiusa saldamente. In pochi istanti riesce ad afferrare il tanto bramato appiglio. Lo sente ben stretto nel palmo della mano, prova a capire di cosa si tratti. Sembra avere la stessa consistenza del legno e pare abbastanza solido da permettergli di liberare le gambe in modo da avvicinarsi al suolo asciutto che si trova a pochi metri. Sembra essere la sporgenza di un tronco d’albero.
Inizia a tirare fuori una gamba sfruttando l’appoggio. L’appiglio non affonda e non accenna a muoversi. In pochi momenti riesce a liberare la gamba destra e spostarla di un passo in avanti.
La speranza di sopravvivere si fa strada nella testa di Frank.
La parte che si trova coperta sotto il bitume potrebbe essere quasi a sfioro della pozza, con un altro passo sarebbe abbastanza vicino per provare addirittura a salirci sopra. Poi con le gambe libere, riuscirebbe a fare un salto per arrivare agevolmente alla terraferma.
Qualcosa di simile ad una risata esce dalla bocca di Frank. Ora sorride.
Carico di quel salvifico entusiasmo, si prepara a compiere il passo successivo. Stringe sicuro le sue speranze nel palmo della mano e comincia a tirare. Fa forza sull’appiglio tirandolo verso di sé, iniziando a veder riaffiorare la parte bassa dell’altra gamba. Ma qualcosa non va.
La gamba si ferma, la mano che tiene l’appiglio si avvicina al corpo.
Il sostegno che fino a poco prima si trovava quasi a filo della pozza ora comincia a mostrare la sua parte nascosta, tirato fuori dagli sforzi disperati di Frank.
Un volto tumefatto appare sotto la sua mano. Un ammasso di peli e carne marcia ricoperti di liquame viene illuminata dal sole. Il catrame cola sul grosso muso a punta e svela due orbite semivuote di quello che un tempo era il volto di un fiero e maestoso cervo.
Frank sobbalza dallo spavento e la mano abbandona la presa delle corna. Cade all’indietro.

La schiena tonfa contro il piatto specchio scuro emettendo un suono sordo. La pelle inizia a ricoprirsi di catrame, mentre alcuni schizzi fatti alzare in aria dalla caduta iniziano a sbattere sulla faccia di Frank.
Il suo corpo giace ora steso sulla schiena, completamente ricoperto di fanghiglia nera e appiccicosa. La sua testa affonda per metà nel letto di colla con il quale lentamente comincia a diventare un tutt’uno.
La sua faccia sente ancora il tocco del sole. Può respirare. Può vedere.
La disperazione sovrasta l’animo di Frank, le lacrime scendono dagli occhi terminando il loro brevissimo tragitto nel catrame, poco al di sotto delle tempie. La sua peggiore paura si è avverata.
Non può muoversi. Ogni minima scossa del suo corpo lo porta giù nel profondo, verso la falda sotterranea della pozza di catrame, pronta ad inghiottirlo come un mostro paziente e famelico che ha sentito scattare la sua trappola.
Non riesce a credere che l’ultima immagine nella sua mente sia di quegli orridi resti di cervo morto nel catrame. Ancora più tremenda è l’idea di lui e di quel cervo che si trovano ad avere un destino comune. Morire soli.
D’un tratto un rumore di passi si fa strada fra le foglie secche, alle spalle di Frank: «CHI C’È? AIUTAMI! TI PREGO! NON HO PIÙ TEMPO! FRA POCO NON RESPIRERÒ PIÙ!». Cerca di muoversi il meno possibile ma il panico ha già iniziato a prendere il controllo del suo corpo.
Il suono di passi si ferma dietro di lui, Frank non può vederlo: «TI PREGO! FAI IN FRETTA! PRENDI QUALCOSA! AIUTAMI!», ma alle sue urla disperate risponde sempre un silenzio angosciante.
Frank si lascia andare in un pianto sconsolato: «Ti prego!», la sua voce è triste e tremolante come quella di un bambino abbandonato: «Voglio tornare a casa». Il rumore di passi inizia a risuonare nel silenzio. Lentamente la figura alle sue spalle si mostra a lui, spostandosi sul fianco della pozza di catrame.
Davanti a sé, gli occhi fissi di un coyote accompagnano il suo viaggio verso la morte. La sua ultima speranza sparisce nel nulla, mentre Frank inizia ad affondare fatalmente.
Il catrame sale sopra il mento fino a ricoprire le labbra serrate. Il naso si riempie di liquame che inizia a scendere per la gola. Ai lati degli occhi di Frank fissi sullo sguardo impietoso del coyote, inizia a chiudersi un sipario nero.
Il coyote volta il muso all’indietro e si allontana.
Niente e nessuno è più con lui.
Gli occhi sono neri. Non sente più il suono della brezza. È buio.
È solo.

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