I Ricordi Mitici Adolescenziali

Piccoli, ma felici.

Io ormai al quarto anno, lui appena iscritto al primo.

Ma con lei soffrivo tanto, anzi troppo.

Mi aveva precettato: sì, studente intuitivo, ma troppo sicuro di sé.

Di nome e di fatto.

Ci avevo provato: «Come mi chiamo io? Per i maiores sarei stato “il maggiore”, “il più grande”».

Ed eccola lì al varco: «Scherzi? È un comparativo! Quel che proponi al massimo sarebbe Massimo!».

Temibile, una scorza davvero dura.

Se l’era strutturata per ovviare all’orrido evento che le aveva tagliato le ali, decurtato il novero dei cari.

Di lì la sua indole, possente e imperialistica.

Noi sotto le sue chele, incapaci di sfuggire.

Lei, invece, attendista, appostata al varco, pronta a ghermire la vittima predestinata.

Quel giorno, francamente, lo sventurato non dovevo essere io, bensì qualcun altro.

Eppure toccò a me: perché?

Non avevo scampo, purtroppo, ero il prescelto dalla sorte.

Percorreva la lista dei cognomi plausibili con la sua unghia tigliosa, affilata.

Aveva già superato la M(ia lettera), ma all’improvviso un tuono scosse la porta.

Un tamburo battente, una serie di percosse.

L’uscio vacillava.

Lei volse il capo, il volto tirato, diafano il collo, torvo lo sguardo.

«Chiiii è..?».

Non riusciva a trattenere l’odio profondo che covava per quell’irruzione, imprevista e sgradita.

La richiesta di ingresso ebbe diritto di accesso.

Ma non benvoluto, tutt’altro!

Chiunque si fosse affacciato sarebbe stato un intruso pervasivo, un ficcanaso corrivo.

La porta si aprì e si affacciò un fanciullino ricciuto.

Moretto, carino, gli occhi vivaci e il sorriso birichino.

Disse spontaneo: «Posso dare una cosa a mio fratello?».

E lei: «Chiiii è… tuo fratello?».

Mi indicò, senza freni, senza veli: «Quello lì!».

Era la mia fine.

Ma riprendiamola dall’inizio, con diverso palpito, da un diverso pulpito…

 

«Tra i ricordi più vividi della mia adolescenza, o forse sarebbe meglio parlare di prepubertà, se non fosse che questo termine ha anche un’accezione sessuale, c’è quanto mi occorse una mattina allorché, già studente del liceo ginnasio, nonostante avessi da poco compiuto tredici anni, vissi un’esperienza nuova, dal momento che fino ad allora la realtà per me era stata poco più dello specchio riflesso della mia felice incoscienza. Infatti ero vissuto come in una bolla di sapone, coccolato dalla famiglia, amante delle mie abitudini, che mi portavano a dare libero sfogo alla fantasia, sereno nei rapporti umani, sia con i compagni di scuola e di gioco, sia con i docenti fino ad allora incontrati.

Ma una fredda mattina autunnale tutto questo di colpo venne meno, anzi vacillò. Per la prima volta anch’io fui costretto a confrontarmi col mondo degli adulti e delle loro regole, se così si possono definire. E ciò avvenne in modo brusco, quasi brutale.

Per andare a scuola io e mio fratello, di tre anni e tre classi più grande, ma “un anno avanti” come me (così venivamo definiti noi che avevamo iniziato le elementari a cinque anni anziché sei, frequentando la cosiddetta “primina”) viaggiavamo su una corriera, ovvero un bus che di mattina ci portava da casa a scuola e al ritorno faceva il percorso inverso. Assieme a noi altri studenti condividevano quel viaggio, che io ricordo troppo breve se ci si era posti l’obiettivo di ripassare una materia in vista di una interrogazione, e interminabile se un bullo approfittava dell’occasione per disturbare le persone più giudiziose, cosa che capitava abbastanza spesso. Faceva parte del gioco, e a quel punto valeva il famoso detto secondo il quale “chi ha buon senso lo usi” e si pensava solo a limitare i danni.

Una mattina come le altre notai che, distratto dallo studio per un’interrogazione o disturbato dal gradasso di turno, non avevo consegnato a mio fratello un libro che mia madre mi aveva incaricato all’ultimo momento di dargli (ero uscito di casa dopo di lui), e gli sarebbe servito per una lezione delle prime ore.

Non potendolo raggiungere durante il sacro orario della ricreazione, perché sarebbe stato troppo tardi, chiesi di andare in bagno e mi avventurai per la prima volta verso la sua aula per consegnarglielo. La trovai quasi subito, intuitivamente, nonostante in quel momento sul piano non ci fosse un bidello (altrimenti avrebbe potuto svolgere lui questo incarico) e a quel punto l’unico problema per me era come dargli il prezioso strumento di lavoro. La porta infatti era chiusa e non sembrava neanche che all’interno vi fosse anima viva, visto che un gelido silenzio si offriva al mio orecchio, teso a captare possibili occasioni per intromettermi in quella nuova realtà.

Dopo qualche istante, poiché non potevo protrarre troppo a lungo l’assenza dalla classe, decisi di rompere gli indugi e… bussai. Era la cosa più logica da fare, ma la metto in evidenza e le do enfasi perché da lì scaturì qualcosa di molto più gravoso e inatteso rispetto a quel semplice gesto. Non avevo mai bussato a una porta, proprio perché fino ad allora avevo fatto ben poca vita sociale e non avevo idea dell’intensità necessaria per essere ascoltato, per cui, considerato che ero piccolino (sarei cresciuto, e non poco, successivamente) iniziai con dei colpetti, poi, non udendo risposta, aumentai gradualmente fino ad arrivare a una raffica di colpi bene assestati.

Solo a quel punto sentii dall’altra parte un urlo quasi disumano, di certo inferocito: “Ma chi eeeeè?!”. Mi si gelò il sangue ma decisi di mantenere un contegno: in fondo non stavo facendo niente di male. Pertanto entrai.

Mi apparve subito la figura di un’insegnante come non ne avevo mai viste prima. Pallida come un cadavere, con le pieghe del collo in rilievo che si notavano anche da lontano, con un paio di occhiali sul naso dietro ai quali si intravedevano degli occhi accesi, quasi infuocati, ingobbita verso gli studenti e davanti alla cattedra, con una giacca sulle spalle e le maniche penzoloni che lasciavano libere le braccia di darsi a una mimica eloquente e quasi minacciosa: l’insieme faceva paura. Capii subito che era una presenza ostile, la classe infatti era ammutolita. Per rompere l’imbarazzo venutosi a creare, prima ancora di intravedere il destinatario, venni subito al dunque: “Sono venuto a portare un libro a mio fratello”, dissi, senza neanche presentarmi.

La docente allora, con la voce della strega cattiva nelle fiabe, mi rispose: “Ah… e chi eeeeè?!». A quel punto, dopo aver gettato lo sguardo più attentamente sulla classe e averlo intravisto, perplesso e preoccupato, glielo indicai. Mio fratello comprese subito la situazione, anche perché ormai era suo alunno da più di un anno, e cercò di difenderci dai suoi strali, giustificando l’esuberanza dei colpi da me inferti alla porta: “Mi dispiace… lo perdoni… non è abituato”. Tutto ciò ebbe solo l’effetto di aumentare la ferocia della reazione dell’insegnante, la quale, col tono di un predatore che fiuta la preda o addirittura ne assaggia il sangue, gli rispose prontamente: “No, non hai capito: questo è mammismo!”.

Nacque da lì una schermaglia tra i due (lei lo incalzava, lui replicava con buonsenso) da cui presto mi defilai, anche perché era giunto il tempo di rientrare in classe…».

 

Comunque la vicenda fosse andata, la porta poco dopo era serrata, la lista magicamente aggiornata.

Mi aveva precettato.

Colto a sorpresa, certo, ma indomito e pugnace.

Mai e poi mai mi sarei fatto da parte: ero pronto a raccogliere il guanto di sfida.

Le scosse erano forti, come percosse.

Fui inquisito, non interrogato.

«Spiegati meglio…»; «Non capisco bene…»; «Cosa intendi dire?»; «Fammi capire…».

E intanto si curvava sempre più, obliquamente esigente.

Io mi arresi.

Le risposte non esaudivano le richieste.

Altro che interrogazione: interrogatorio.

Questioni insolute, domande ficcanti, mine vaganti, astri baluginanti.

Alla fine accettai la sconfitta.

Aveva imperversato, quello era il risultato.

Tornato a casa, lo vidi luminoso, come sempre sorridente.

Irriverente? Macché, suadente.

Ci abbracciammo sul divano, due fratelli sempre uniti.

Anche contro la disfatta, la disfida di Barletta.

Dopo tutto, il bene velle pone il veto al male velle.

Noi restammo pari e patta, anche con… frittata fatta!


1 Commento per “I Ricordi Mitici Adolescenziali

  1. Durante la lettura, mi sono tornate alla mente, in maniera nitida, quasi come fossero passati solo pochi giorni dalla fine del liceo, le sensazioni descritte dall’autore. Il “terrore quotidiano” di quel dito che scorrendo sul registro riusciva a far ammutolire anche i disturbatori più tenaci. I modi davvero sgradevoli di alcuni professori e quella sensazione, la più interessante di tutte… la sensazione di essere diventati grandi, pur avendo solo 13/14 anni.
    Un racconto davvero piacevole, in grado di evocare sensazioni e stati d’animo che un tempo sembravano sopraffarci, ma che sono diventate piacevoli da ricordare ora che il tempo del liceo è solo un ricordo lontano.

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