Ore notturne di bufera

Il motore prese a tossire, produsse una serie di strani rumori per poi tacere del tutto.

L’auto si fermò nel mezzo della strada.

Io e Raffaele ci guardammo preoccupati e poi, mentre il mio amico imprecava sottovoce scendemmo dalla macchina.

La strada era piuttosto buia.

Spessi nuvoloni neri annunciavano la pioggia che già cominciava a cadere con grosse gocce spaziate; una anticipazione del temporale estivo il quale aveva minacciato di scatenarsi fin dalla mattina.

“Chi ci capisce. Forse sono le candele”, il mio amico alzò il capo sommerso da una perlustrazione nel motore, mentre io sorreggevo una lanterna le cui pile riuscivano a malapena a dare una lucina fioca e giallognola.

“E adesso cosa facciamo?”. Gli domandai.

La pioggia era ormai qualcosa di più d’una vaga minaccia e quello era il luogo meno adatto per rimanere in mezzo alle intemperie.

“Per il momento rientriamo in macchina e cerchiamo una soluzione”.

In realtà non esistevano soluzioni possibili, al di fuori di riparare quel dannato motore.

E nessuno di noi due brillava in quanto a capacità sul fai da te in meccanica.

“Forse sarebbe stato meglio aspettare che passi qualcuno e avvisi per noi una stazione di servizio… con un po’ di fortuna potranno mandare un carro attrezzi a rimorchiarci prima che faccia giorno…”. Suggerì senza convinzione.

“Non ci contare affatto questa strada è un vero deserto a quest’ora… possono passare ore prima che qualcuno ci veda…”.

Il mio amico mi guardò significativamente, “credo che uno di noi dovrebbe restare qui e l’altro andare in cerca di aiuto”.

Che altro potevo fare?

Per fortuna avevo un impermeabile di plastica, piuttosto antiestetico, però sufficientemente pratico da consentire di non inzupparmi.

Presi a camminare costeggiando il bordo della strada.

Mi resi conto che la pioggia aveva concesso una piccola tregua, eppure la vita notturna che abitualmente anima la campagna sembrava vinta da un pesante silenzio.

Non si sentiva né il gracidare delle rane, né il canto stridulo dei grilli, e tanto meno il frinire delle cicale.

Camminai senza fermarmi, senza neppure riuscire a pensare, isolato totalmente in me stesso, avvolto dal manto nero di quella malinconica campagna.

Sembrava un universo cosi differente da quello che mi era abituale e nel quale sarebbe potuto accadere qualsiasi cosa.

Bruscamente, dietro una curva della stradina al di là di una boscaglia con alte sequoie, una insegna di color giallo verdastro colpì i miei occhi, abituati ormai a quelle oscure tenebre.

Il movimento della vegetazione mossa dal vento provocava un bersaglio imminente che proveniva da una grande cascina di campagna.

Affrettai il passo e quasi nello stesso tempo riprese a piovere con violenza.

Stavo per bussare, meravigliandomi del fatto che nessun cane mi si fosse fatto contro abbaiandomi come al solito avviene in queste circostanze.

Quando la porta si aprì sulla soglia apparve un uomo pallido e accigliato che sosteneva con la mano sinistra una vecchia lampada a petrolio mentre teneva la mano destra come nascosta dietro la porta.

“Mi scusi signore…” cominciai col dire, “sono in panne con la mia auto e avrei bisogno di aiuto”. “Avete per caso un telefono? Con questa pioggia non posso andare molto lontano e…”.

“Chi è, Giovanni?”.

Una voce femminile interruppe le mie parole, mentre l’uomo che mi aprì la porta si mise da parte per farmi entrare.

Fu allora che vidi la sua mano destra: impegnata a reggere una Smith & Wesson con canna corta nichelata.

Cercai di dissimulare il mio turbamento: dopotutto era ragionevole, con i tempi che corrono vivendo in una casa sperduta in piena campagna, che il proprietario adottasse certe precauzioni.

“Non abbiate timore… non sono un criminale” dissi con un tono di voce che voleva essere scherzoso.

“Non è per lei”, rispose con voce tagliente l’uomo, “venga pure dentro”.

Mentre entravo in quella casa, vidi la donna della quale sentii la voce in precedenza.

“Miooo… Diooo!” Esclamai nella mia mente.

Immaginavo che ogni uomo in un momento della sua esistenza abbia idealizzato una figura femminile bionda, con gli occhi azzurri e una corporatura delicata.

Quella che avevo davanti a me era indiscutibilmente la materializzazione di tutti i sogni maschili dell’ultimo secolo.

Alta, magra, poco più che ventenne, con i capelli di un incantevole biondo cenere, poteva far invidia a qualunque star.

Eppure i suoi grandi occhioni chiari non riuscivano a nascondere uno sguardo carico di mistero e suggestione, di incredibili esperienze e di antica, dolorosa saggezza.

“Chi è?” Ripeté, e mi parve che la sua voce avesse un accento di amara esitazione.

“Qualcuno portato qui dal temporale”, rispose l’uomo, riponendo in tasca la sua pistola a tamburo.

“Venga pure avanti, signore”, disse lei avvicinandosi, “così bagnato deve aver freddo”.

Effettivamente ebbi un brivido in quell’istante e mi parve strano perché la temperatura, nonostante la pioggia, si era mantenuta bella alta.

“La ringrazio molto signora”, risposi seguendola nella stanza attigua, che era un po’ studio e sala da pranzo, e nella quale c’era un caminetto acceso.

Quella scena solo ora mi parve tanto strana.

Che razza di maniaci erano quei due che in piena estate indossavano vestiti invernali e accendevano il fuoco nel caminetto?

“Dovrei fare una telefonata, spiegai, un mio amico è rimasto nella macchina in panne, più giù sulla strada principale… avremmo bisogno di un carro attrezzi”.

“Succede spesso… ma non abbiamo telefono”, borbottò l’uomo, “ancora non hanno portato una linea fin qui e chissà quanto tempo passerà prima che la installino”.

“Un male di questi tempi”, commentai tanto per dire qualcosa, “un tempo era diverso”.

L’uomo mi guardò come se parlassi una lingua incomprensibile.

“Non saprei cosa dirle”, mormorò, “ma in ogni modo posso accompagnarla in paese non appena cesserà la pioggia. Può darsi che lì possa trovare un meccanico”.

“La ringrazio molto”, sospirai con sollievo.

Non potevo forzarlo ad uscire finché non si sentisse disposto a farlo.

La bionda mi indicò una poltrona vicino al caminetto.

“Si sieda pure”, disse.

Mi presentai.

Sorrise.

“Molto lieta. Sono la signora Tornitore e Giovanni è mio marito. La sua presenza qui ci fa veramente piacere… abbiamo così poche visite!”.

Un forte colpo contro la porta interruppe le sue parole.

E il silenzio che seguì fu cosi intenso che la pioggia e persino il respiro di quella donna sembravano rimbombare nell’ambiente.

Tutto questo durò un lasso di tempo impossibile da definire.

Poi il padrone di casa uscì bruscamente dalla stanza, portando la mano destra nella tasca in cui aveva riposto la sua vecchia pistola a tamburo qualche momento prima.

La donna riprese a parlare.

Nella sua voce c’era una nota di grande nervosismo, quasi di spavento.

“Non ho tempo per spiegarle” disse, “però la prego di invitarlo ad andarsene… perché Giovanni ormai sa tutto”.

Nei suoi bellissimi occhi vedevo spuntare un’ombra di sgomento.

“A chi devo dirlo, signora?” Domandai, senza capire assolutamente nulla.

“A lui, non appena arriverà, prima che mio marito… oh! Troppo tardi!”.

E rimase in silenzio, guardando preoccupata verso la porta, dalla quale stavano entrando Giovanni, che continuava a tenere la mano destra in tasca, e un uomo alto, dallo sguardo dominante, i cui abiti da cavallerizzo erano fradici di pioggia.

”Non ho sentito il rumore del cavallo Carmine”, mormorò la bionda a bassa voce, mentre con lo sguardo si rivolgeva a me e sembrava ripetere quella richiesta che mi aveva fatto poco prima.

Il nuovo arrivato le sorrise, con fare pieno di sé, guadagnandosi la mia immediata antipatia.

Apparteneva a quella classe di uomini con fisico da torero e da ballerino alti e magri classico degli anni 20.

Uomini che riscuotono l’ammirazione di molto donne.

Fui preso da una forte sensazione di disagio per la situazione che si era creata.

“Le presento Carmine Messina, un grande amico, amico della nostra famiglia”, prese a dire la signora Tornitore, e mi resi conto che si trattava della persona che avrei dovuto invitare ad andarsene… perché?!.

Di colpo compresi la verità, non appena lei aggiunse.

“Carmine ti dispiacerebbe accompagnare il signore e cercare qualcuno capace di riparare la sua auto in panne?”.

Era evidente che cercava di allontanarlo di lì.

Amico di famiglia? Amico suo, avrebbe dovuto dire.

“Lo farei volentieri, ma il mio cavallo è stanco e non c’è la farebbe a sostenerci in due”.

“Penso che sia meglio che Giovanni prepari il calesse e lo accompagni”, rispose Messina.

Aveva una voce baritonale che me lo fece odiare ancora di più.

“Si, forse è meglio cosi!”. Disse Tornitore, ma il suo tono di voce era molto ostile.

Mi resi conto che la sua insofferenza non era assolutamente nei miei confronti, ma la sua irritazione era dovuta alla presenza di Carmine Messina.

“Sistemo il calesse in un momento è l’accompagno. Mi aspetti pure sulla veranda”.

“A rivederla signora”.

Salutai la bionda inclinando leggermente il capo.

Nel congedarmi da lei provai come una dolorosissima fitta nel petto.

Sentivo che avrei potuto amare fortemente una donna come quella, se l’avessi conosciuta in un altro luogo e in un altro momento.

Mi congedai con un breve saluto da Messina, che mi sorrise, e uscii.

Forse avrei dovuto sentirmi molto sciocco per essere stato colpito in quel modo da una sconosciuta che non avrei mai più rivisto nella mia vita; ma devo confessare che provavo veramente un profondo inspiegabile dispiacere nel lasciarla.

Nell’uscire all’aperto fui come scosso da un brivido.

Aveva smesso di piovere e qualche pallida stella si faceva strada con difficoltà tra le spesse nuvole rossicce.

Aspirai profondamente il profumo di terra bagnata e guardai verso l’uscio, sperando di veder comparire Giovanni Tornitore, ma invano.

In cambio, di colpo, sembrò accadere il finimondo in quella casa.

Prima si udii uno sparo, poi un altro, e un altro ancora, insieme a un angosciante grido di donna.

Rimasi come paralizzato lì dov’ero.

Subito dopo seguì un quarto sparo, questa volta più vicino, e sulla porta comparve Carmine Messina, con passo insicuro, una grande macchia scura in petto e un filo rosso di sangue che scendeva sulle labbra semi aperte.

Aveva uno sguardo velato, fissato nel vuoto.

Cercò di scendere dai gradini di legno nella veranda, tentando di allontanarsi.

Inutilmente, perché dietro di lui, fatale come un angelo della morte vendicatore, avanzava Tornitore.

Il suo volto ancora più pallido di prima, era danneggiato a una smorfia dura.

Nella sua mano destra il pesante revolver sputava fuoco e piombo sullo sventurato che ruzzolò sugli ultimi gradini e cadde poi pesantemente a terra, con il volto inchiodato nel fango.

Tutto era accaduto in pochi secondi.

Dietro l’omicida apparve la moglie con gli occhi sbarrati, come se cercasse di capire qualcosa che sfuggiva alla sua ragione.

Guardò verso di me, e poi scivolò al suolo svenuta.

Il signor Giovanni Tornitore, senza lasciare la sua Smith & Wesson, si chinò, prese sua moglie tra le braccia e scese la scalinata.

Io, che fino a quel momento ero rimasto pietrificato, riuscii con sforzo a liberarmi dei legami invisibili che mi paralizzavano.

Avevo assistito a un omicidio.

L’assassino certamente stava per commettere un altro delitto.

E io non potevo permettere che quella donna, dagli occhi meravigliosi e dalla figura delicata, fosse la sua seconda vittima.

Cosa che sembrava sicura dal momento in cui Giovanni Tornitore si dirigeva verso il boschetto di menta e cedri che fiancheggiavano la casa.

Purtroppo ebbi sfortuna.

Aveva appena mosso qualche passo quando caddi pesantemente.

Vidi girare tutto intorno a me.

Avevo colpito il capo contro un grosso masso che fuoriusciva dal terreno e persi i sensi.

Non so quanto tempo tardai prima di reagire.

Mi sentivo stordito e mi rialzai con una certa difficoltà.

Rimasi per un po’ frastornato, guardando verso il bosco.

C’era un silenzio intenso da far paura.

Forse in quello stesso momento, quella donna meravigliosa era stata assassinata da suo marito, nello stesso modo in cui aveva ucciso il suo amante.

I fari di un auto mi abbagliarono d’improvviso, e con piacere sentii la voce di Raffaele.

“Che te ne sembra?. Sono riuscito a ripararla, era il condensatore, mi sono ricordato che…”.

“Presto vieni qui!!! Prendi la pistola che c’è nel cruscotto” gli urlai, interrompendolo di brutto, “è stato commesso un omicidio, forse due!!!”.

Raffaele scese dall’auto, impugnando una vecchia P2A1 rubricata di piccolo calibro, che portavamo sempre con noi per fare del tiro a segno durante i viaggi.

“Non c’è bisogno di gridare… che cosa è successo?”.

Glielo spiegai brevemente e mi girai per indicargli la casa dove erano accaduti quei tragici eventi.

Ma sorprendentemente mi resi conto che lo scenario non sembrava più lo stesso.

La porta era serrata e alle finestre c’erano delle assi di legno incrociate che erano state inchiodate sulle persiane.

“Mah! Non capisco,” mormorai, “proprio li è crollato senza vita Carmine Messina e… ma il cadavere non c’è più”.

Con una sensazione di angoscia corsi verso la porta e cercai di aprirla.
Impossibile.

La colpii con forti pugni che risuonavano come se le stanze fossero completamente vuote.

Mi girai verso il mio amico, cercando di spiegargli che non mi ero affatto inventato quella terribile storia.

In quel momento ci giunse il rumore di un cavallo che si avvicinava.

Raffaele, che si era inchinato per cercare le tracce del corpo caduto di Messina, scivolò nel fango e si dovette appoggiare sul suolo per non cadere.

Sulla strada che conduceva alla villa apparve un uomo a cavallo.

Era una persona di circa settant’anni di età, ma con l’aspetto gagliardo di chi ha trascorso tutta la vita in campagna.

“Salve!” Esclamò nel vederci, “cercate qualcuno?”.

“Il padrone di casa” risposi, cercando di infondere alla mia voce un tono sicuro.

L’anziano si fece una grossa risata.

“Dovreste aspettare un bel pezzo allora. Qui sono cinquant’anni che non vive più nessuno. Tanti saluti, e tante care cose!”.

Così si allontanò, spronando il cavallo e facendoci un segno di saluto con la mano da lontano.

Mi rivolsi verso il mio amico, che a fatica si stava rialzando da terra.

“Possibile che io abbia avuto un’allucinazione?”.

“Eppure mi sembrava tutto così reale”.

Raffaele fece un cenno di diniego con il capo e mi resi conto che non poteva parlare.

Lentamente, sollevò la mano con la quale si era protetto cadendo e me la mostrò.

Era piena di sangue…

“Ti sei ferito?”. Domandai, avvicinandomi.

Sempre in silenzio si strofinò ripetutamente il fazzoletto e la pulì di sangue.

C’era sul suo volto tutto l’orrore, tutta la ripugnanza di chi si sente preso da un ingranaggio diabolico e misterioso.

“Ti rendi conto?”. Mormorò con un filo di voce. “Questo sangue non è il mio! Mi sono imbrattato la mano cadendo. E l’ho appoggiata dove tu mi hai detto che era caduto quell’uomo!”.

Così guardai verso il bosco e mi resi conto che l’anziano cavaliere non si era ancora allontanato troppo.

“Ehi Signore!” gridai.

L’uomo arrestò il cavallo e girò il capo.

“Si”.

“Mi scusi… perché questa casa è rimasta disabitata per cosi tanto tempo? Lo sa per caso?”.

Il signore anziano si grattò la sua lunga e folta barba bianca.

“Certo che lo so… ho settantasei anni e proprio quel mese ne compivo ventuno… ne sono passati esattamente cinquantacinque, era di questi giorni lo ricordo bene perché fu l’anno più freddo mai avuto in questa zona, sembrava inverno!”.

“Ma che successe?”.

“Successe che il padrone di casa uccise sua moglie e l’amante di lei, e poi si suicidò… si impiccò a uno di questi alberi… la casa rimase disabitata, e quando gli eredi cercarono di venderla non trovarono nessuno disposto a comprarla… dicono che sia maledetta… macchiata di sangue”.

Il vecchio signore fece un grosso sospiro.

E continuò. “Si, accadde in questo periodo dell’anno, in un una tremenda nottata di bufera, come quella di oggi”.

Alle mie spalle mi giunse la voce tremante e balbettante di Raffaele.

“Cosa vuol dire tutto questo?”.

Mi girai e accennai un sorriso.

Tempo, spazio e realtà tutto sembrava così confuso… alzai le spalle e risposi, soprattutto a me stesso, in tono sommesso.

“Non vuol dire nulla, è successo che mi sono innamorato di un fantasma”.

Tornammo all’auto.

Ed ero tutto un brivido, avevo freddo molto freddo.

E notai che sulle mie scarpe avevo del sangue come successe al mio amico, non apparteneva a me.

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