La rivalsa della vittima

Questo mio racconto è già stato pubblicato nel mio libro ”Brividi Sanguinanti” disponibile in varie versioni.

***

Fu Rinaldi ad informarci della novità.

Per noi quella soffiata valeva parecchio ed è per questo che ci chiese tremila euro.

Carlo tirò fuori la bottiglia di grappa dal cassetto della scrivania accanto a cui era comodamente seduto e si riempì il bicchiere.

“Tremila euro sono troppi” disse senza neppure dagli cenno di uno sguardo.

Rinaldi abbozzò un sorriso.

I suoi denti cariati si affacciarono tra le labbra sottili mentre mordeva in preda al nervosismo il bocchino del filtro del suo sigaro toscano.

Ci guardò con i suoi occhi vitrei, infilò le mani nelle tasche del cappotto e mosse la testa con un gesto di ironica noncuranza.

“Va bene, allora vado via!” Esclamò, ”forse ai Madama non sembrerà poi una richiesta cosi eccessiva”.

Riccardo si alzò di colpo, irritato.

Non gli riusciva di nascondere il turbamento causatogli dell’informazione portata da Rinaldi.

In realtà la novità ci aveva messo ugualmente tutti e tre in agitazione.

L’unica differenza era che io e Carlo riuscivamo a nasconderla meglio.

“I Madama ti daranno tremila calci nelle palle, bastardo… e oltretutto ti faranno finire in gattabuia per un bel pezzo”. Dissi con rabbia. ”Pensalo un momento, credi che la polizia possa dimenticare facilmente che sei un pregiudicato?”.

“Tremila euro. Neppure uno di meno”.

“Che sicurezza ci offri che non stai raccontando un mucchio di cazzate?”. Scattò Riccardo con i nervi a fior di pelle.

Temendo di essere aggredito Rinaldi indietreggiò di un pezzo.

“È sicuro” rispose. ”Mancuso si sposerà in una piccola chiesa di Guidonia, una semplice cerimonia alla presenza dei soli intimi invitati”.

“Dagli i tremila euro Carlo” dissi “e facciamola finita credo che non menta”.

Riccardo gli poggiò una delle sue grosse mani sul capo scompigliandoli tutti i suoi capelli rossi.

Vicino a lui Rinaldi sembrava un lillipuziano.

“Sai bene cosa succederebbe se tu mentissi?”. Prese a dire Riccardo, “neppure se ti rifugiassi in India ti potresti salvare”.

Rinaldi rispose con tono deciso. “lo so bene. Tutti sanno che con voi non si scherza. Credi che sono così scemo, e avrei rischiato a portarvi un dato falso?”.

Nessuno di noi aprì bocca.

Carlo liquidò d’un sorso il contenuto del bicchiere e lo riempì di nuovo.

Poi depose i biglietti sulla scrivania.

Quando Rinaldi allungò la mano, Carlo gli afferrò il polso.

“Ti conviene che sia vero” avvertì… “non credo ti piacerebbe che il tuo cadavere fosse ritrovato in fondo al Tevere vero?”.

“No, è ovvio che no”, disse Rinaldi prendendo i soldi con l’altra mano.

Dopo che la porta si chiuse alle spalle di quel delatore ci fu tra noi un lungo silenzio.

Restammo per un po’ fumando e bevendo senza proferir parola.

D’altra parte non era necessario parlare.

Tutti e tre pensavamo sicuramente la stessa cosa, una sensazione di rabbia e repulsione che ci veniva su dal più profondo del fegato.

Mancuso era un traditore.

E a noi spettava l’incarico di prenderlo possibilmente vivo, affinché rispondesse a certe domande che volevano fargli i capi dell’organizzazione.

Erano anni che ci avevano incaricato di trovarlo.

Lo avevamo cercato inutilmente per quasi tutta la penisola anche nei paesini più piccoli.

Alla fine dovemmo tornare a Roma e rassegnarci di farci vomitare addosso una catena di insulti dai capi.

Carlo, Riccardo ed io, i tre più rinomati killer dell’organizzazione, eravamo stati burlati da un novellino come Mancuso.

Forse era proprio questa la ragione per la quale ci era stato così difficile trovarlo.

Un novizio è uno sconosciuto, qualcuno che può nascondersi senza problemi per la semplice ragione che i suoi contatti non sono quelli di un professionista, può passare inosservato, ignorato del tutto.

Ma ora finalmente, lo stavamo per acciuffare.

“Non ti entusiasmare”, disse Carlo a Riccardo, ”quel Mancuso è un tipo molto furbo. Fregarlo non sarà affatto una passeggiata”.

Riccardo fece girare il tamburo della sua rivoltella, una 44 Magnum.

Una smorfia che in un altro avrebbe potuto essere un sorriso gli pieghettò le labbra.

“Per quanto mi riguarda, non lo lascerò sfuggire”, rispose.

“Comunque sarà meglio non usare quell’affare” gli dissi. ”Sicuramente ci saranno un sacco di persone, e non conviene far un lavoro troppo rumoroso. E poi va catturato vivo. I grandi capi vogliono parlare con lui Riccardo”.

Carlo sbirciò il suo orologio. “Ci restano solo un paio d’ore” disse. ”Abbiamo tutto il tempo necessario, se Rinaldi non ci ha ingannati. Andiamo” suggerì, ”vorrei arrivare un po’ prima per dare un occhiata al posto”.

Mezz’ora dopo parcheggiammo la 147 in una cupa stradina di Guidonia.

Osservai con amarezza la facciata delle case.

Se conoscete bene Guidonia, sapete quello che intendo dire.

I quartieri poveri di una città spesso richiamano alla mente alcuni ricordi, quasi sempre sgradevoli di chi è cresciuto in quell’ambiente.

Era un pomeriggio grigio e umido di pieno inverno.

Sul cielo basso correvano grandi nubi scure così cariche di pioggia da sembrare sul punto di voler scoppiare.

La chiesa era situata a metà dell’isolato.

Lasciammo lì la nostra auto e ci incamminammo verso un pub sul lato opposto all’edificio ecclesiastico.

Dalla vetrata potevamo osservare ogni movimento della zona senza dare nell’occhio.

La strada era stretta e un cartello che proibiva il parcheggio ci aiutava a mantenere pulita la nostra visuale.

Chiedemmo della grappa e cominciammo l’attesa.

Il tempo sembrava essersi congelato.

Ebbi la sensazione che i minuti si allungassero come la gomma da masticare.

La gola mi bruciava a furia di accendere una Malboro dopo l’altra.

Le dita di Riccardo picchettavano incessantemente sul tavolo.

Carlo ed io ci scambiammo un’occhiata d’intesa.

Credo che una stessa idea ci attraversò la mente.

Temevano un’esagerata reazione di Riccardo che era quello che più di noi detestava Mancuso.

Da qualche tempo inoltre quel bestione aveva iniziato a perdere il controllo di se stesso.

I suoi impulsi erano irrefrenabili; cosa grave per chi ci tiene a mantenere inalterato il livello della propria personalità.

Questo inevitabilmente succede quando per parecchi anni si vive in una crescente tensione: i fili elettrici rimangono scoperti e si corre il rischio di un corto circuito.

Arriva un momento in cui uno non è più sicuro di sè, le gambe a volte cedono e i nervi sono così tesi che basta un niente per farli scatenare.

Riccardo si alzò di colpo e si diresse verso il juke box.

C’era sul suo volto un’espressione di grande ansia quando introdusse una moneta nella fessura.

La voce di ”Franco Battiato” attaccò “Clamori” un tema che era tornato in auge.

Ma era esattamente quello che mancava per assestare un colpo mortale di malinconia al passaggio che c’era al di là della vetrata.

“Siediti Riccardo” gli sussurrai nell’orecchio mettendogli una mano sulla spalla, ”bisogna avere pazienza”.

“Vai a farti fottere tu e la tua pazienza”.

“Tranquillizzati dai”, replicai amichevolmente mentre Riccardo tornava già verso il nostro tavolo.

Finalmente le auto si fermarono di fronte alla chiesa.

Cercammo di identificare da lontano qualche volto conosciuto tra quelli che scendevano.

“Nemmeno uno della nostra categoria” disse Carlo, ”tutta gente perbene”.

C’era dell’ovvio sarcasmo nel tono della sua voce.

“Aspettiamo che finisca la cerimonia nuziale” dissi io, ”sarà il nostro momento migliore”.

Riccardo e Carlo si dissero d’accordo.

Ci avvicinammo mescolandoci tra amici ed parenti.

Vedemmo Mancuso e la sua promessa sposa, una biondina pallida dai connotati infantili.

L’abito bianco non riusciva a dissimulare la prosperità delle sue curve.

“Niente male” disse Carlo, ”Mancuso ha saputo scegliere”.

“Fottuto figlio di una gran troia”, masticò Riccardo, ”se lo riesco a prendere”.

“Su, Calma” disse Carlo, ”attento a non commettere sciocchezze”.

“Si è vero, dobbiamo stare attenti” aggiunsi io, ”ed è meglio se non tiri fuori la tua rivoltella, Riccardo. Sai bene che Mancuso gira sempre disarmato”.

Mi parve opportuno ricordare a Riccardo che Mancuso non era un Killer.

L’organizzazione lo utilizzava per altri affari.

Era ricercato dalla polizia Internazionale e si guardava bene dal girare armato.

“Non accetto consigli da nessuno. So bene quello che devo fare io”, replicò Riccardo.

Lo odiava con tutta la sua anima e Mancuso lo sapeva molto bene.

La funzione di nozze non si protrasse per molto anche se per noi in quell’attesa ci sembrò che durasse un’eternità.

Accesi l’ennesima sigaretta, chiamai il cameriere e tracannai l’ultima goccia di grappa che era rimasta nel bicchiere.

“Riccardo a un lato del portale, e tu dall’altro” disse Carlo, “lo affronterò io direttamente”.

Mi piazzai così, proprio come mi aveva indicato Carlo.

Appoggiato alla parete, inalai le ultime boccate di fumo.

Già si udivano voci, passi, qualche risata.

Gli invitati si avvicinavano all’uscita.

Sentivo le mie mani sudate abbondantemente.

Non appena Mancuso e la sua sposa si fermarono sulla scalinata ebbe inizio la gran confusione.

Avremmo dovuto prevedere che Mancuso avrebbe riconosciuto subito Carlo.

Quando si era fatto avanti, Mancuso aveva spinto la sposa da un lato, scese le scale alla disperata e si era lanciato verso l’angolo della strada.

Ci lanciammo tutti e tre dietro di lui.

Riccardo aveva già tirato fuori la sua rivoltella.

Carlo gli gridò qualcosa ma quello aveva troppo vantaggio per impedirgli di fare una sciocchezza.

Poi Riccardo si fermò bruscamente, sollevò la rivoltella e prese la mira tenendola con entrambe le mani.

Carlo lo raggiunse un secondo dopo lo sparo.

Lo spintone che arrivò a dargli gli fu del tutto inutile ormai.

Vidi Mancuso sollevare le braccia e poi piegarsi su se stesso accusando l’impatto.

Uno spruzzo di sangue si levò dalla sua schiena e poi il suo corpo si afflosciò sull’asfalto.

Il volto di Mancuso era sbiancato e madido di sudore.

Un filo di sangue cominciò ad uscirgli dalla bocca.

Ero il più vicino a lui e lo sentì mormorare qualcosa con voce molto bassa.

Aveva pronunciato a stento una richiesta.

Anche Carlo e Riccardo si erano ormai avvicinati.

“Vuole parlare con te Riccardo” dissi, “ha visto che sei stato tu a premere il grilletto contro di lui”.

Riccardo esitò prima di muoversi.

Poi si chinò lentamente sulle ginocchia.

Fu allora che accadde il secondo dramma di quel pomeriggio.

Il braccio destro di Mancuso si sollevò di colpo stringendo in una morsa il collo di Riccardo e tirando il suo capo verso il basso.

Riccardo lanciò un urlo straziante.

Un grido spaventoso che ancora mi fa svegliare di soprassalto nelle notti da incubo.

Quando riuscimmo a separarli Mancuso era già morto.

Come impietriti guardammo con raccapriccio il volto di Riccardo.

Era una maschera rossa di sangue vivo, con due impressionanti piaghe sanguinolenti nelle orbite occupate fino a pochi secondi prima dai suoi occhi.

Osservammo le unghie lunghissime del cadavere e ci rendemmo conto che a volte ci sono armi più efficaci di una pistola.

Trascinammo Riccardo verso la 147, tra le grida scomposte e una gran confusione di gente che favorì la nostra fuga.

Tutto era successo così rapidamente.

Carlo spinse a fondo il pedale dell’acceleratore.

Sul sedile posteriore Riccardo si contorceva dal dolore coprendosi il suo volto insanguinato con le sue mani.

Il sangue le scorreva lungo le guance, sul collo, sulla camicia che aveva totalmente perduto il suo candore.

Un brivido corse lungo la mia schiena.

Mancuso si era vendicato prima di morire.

Aveva rovinato la vita a Riccardo.

Chi è così pazzo da assoldare un killer orbo?

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