Dal cuore

Tempo addietro, sono stato tenuto in ostaggio. No, non mi fraintendete: niente a che fare con terroristi, rapitori, dirottatori e altri allegroni. Niente di così drammatico. Sono stato tenuto in scacco, e tra l’altro per non più di mezzo minuto, da uno sguardo. Lo so che sembra inverosimile.

La cosa coinvolge la maggior parte di noi, ed è, credo, perfettamente normale una volta arrivati alle soglie di una certa età. D’improvviso, immersi che siamo nel lavoro o in altra circostanza, ecco il pensiero divaga, a ritroso nel tempo. Nuotatore dorsista che guarda avanti mentre rema all’indietro. Il mare dei ricordi. Tristi o piacevoli che siano, ci hanno praticamente riempito la vita fino a farla approdare nelle acque dell’Attuale Presente. Ecco i primi risicati bilanci della tua esistenza.
Se corre, il treno della memoria! Quei finestrini, sono sempre un po’ appannati. Ma vedi.
Il primo sorriso dei tuoi genitori. La prima infanzia. La prima volta che sei caduto correndo, e una mammina premurosa prendeva in braccio un pupo piangente e ripeteva sorridendo e coccolandoti: dài, salame, che non è niente. Gli anni difficili dell’adolescenza. Il primo anno di superiori. Pomeriggi di ottobre spesi a far castagne mentre i libri nuovi di scuola restavano sempre nuovi (studiare? Non c’era tempo). Il primo drink superalcolico in discoteca e una memorabile azzuffata. Qualche sveglia con mal di testa e preghiera a Madonna Aspirina perché faccia il miracolo. Il primo bacio con una ragazza, preludio a una storia tutta in salita. I primi, incasinati giorni sul lavoro in mezzo a colleghi che ti sembrano tutti matti. E tanto, tanto ancora. Corre, corre il treno della memoria…

E tocca stazioni che certe volte non vorresti. Proprio no.

Si agita dietro un velo di tristezza, nel mare incasinato dei Perché-Senza-Risposta. È un pensiero ricorrente, di quelli che quando arrivano, fanno sosta a tempo indeterminato: Tu – Ci – Sei. Sì tu ci sei, ancora: ti sei conquistato un altro giorno. Mentre alcuni, e non solo della tua cerchia; chi tuo coetaneo, chi eventualmente più giovane, è già finito offline. Dio ha gettato la pallina nella sua lussuosa roulette, la ruota si ferma, e oh – oh!, è uscito il numero del tuo ex compagno di banco.

Sono appena sceso dall’auto, davanti a me l’ingresso del Cimitero del paese.
Entro, giù il berretto, segno della croce; fermo di volta in volta davanti a parenti, amici, conoscenti che ci hanno preceduto, ripeto le orazioni di rito.
L’occhio vagante, è normale, cade su coloro che non conosci; genuinamente, ne calcoli l’età al momento del trapasso (“ma aspetta un po’, forse io questo qui lo conoscevo…”), mentre lento, su passi di ghiaia, continua il triste viavai tra le lapidi. Io ogni tanto mi sorprendo, chino su qualche tomba, a raddrizzare un vaso di fiori che il vento dispettoso ha fatto rotolare via.

Quel giorno, vento non ce n’era, e anzi il sole di ottobre ci andava giù un po’ esagerato.
L’ultima visita e l’ultima orazione in raccoglimento. Mi giro per andarmene, quando, in un istante, accade una cosa. Insolita, e a suo modo bella.

Nel silenzio, due occhi mi fissano. Ma non è un conoscente in carne e ossa.
Due occhi su carta Kodak. Se la prendono con me.
Il volto di giovane donna ha lo sguardo più dolce e malinconico che abbia mai visto. La foto, sbiadita dal tempo, trasmette tuttavia una certa sua potenza. In un attimo eccomi agganciato, ipnotizzato ipso facto.
Leggo l’alfa e l’omega, faccio il debito calcolo e ci resto male. Perché il Signore avrà permesso che una, così giovane, forse pure mamma… Ah, ecco che ci ricasco. Eppure dovrei saperlo.
È l’ennesimo perché senza risposta. Un altro granello di sabbia del Grande Mistero. Rimango lì. Avverto empatia. Un senso avvolgente di appartenenza mi pervade mentre rivolgo alla sconosciuta un mesto sorriso che lei prontamente ricambia.
Un particolare che sembra da poco, irrompe, si insinua, ti dice: siamo tutti Famiglia umana. O no?

Ha ragione.
Anche se non ci siamo mai visti, almeno fino ad ora, un’orazione la recito anche per lei.
Che finalmente mi lascia andare.

I nostri sguardi si incroceranno ancora. È inevitabile. Come con tutti, del resto.
Noi andiamo cercando qualcosa, e quasi senza rendercene conto.
Consolazione? Speranza? Cosa?
Essi, ormai sanno. Sono portatori di messaggi che non sappiamo più cogliere nel trambusto di tutti i giorni. Echi e ronzii che ci tiriamo dietro persino nei sogni.
Ma fermiamoci mezz’ora, abbassiamo il volume di quella robaccia.
Ascoltiamo…
Voce dell’anima non ci mentirà.
Tutte le volte che mi capita di tornare (se nella tua vita ti manca il tempo per questo, significa che nella tua vita c’è qualcosa che non va), con occhi sempre nuovi di serena pace io abbraccio una grande, unica Famiglia.

Quel curioso incontro, accadeva pressappoco nello stesso periodo in cui la delicata arte dello scrivere cominciava lentamente a farsi strada in mezzo a questi acciaccati neuroni di ultracinquantenne. Lì per lì, in quel giorno, una mia parte di mondo interno annaspava tra immagini, sensazioni, frasi smozzicate. L’idea di dedicare due versi a quell’istante magico e strano era nata, ma solo dopo due settimane di gestazione la penna ha conosciuto il foglio… Non sempre riesce, di tradurre subito le emozioni. Specialmente se chi scrive ha sempre goduto della fama e della delicatezza di orso scontroso e musone (sembra incredibile, gente, ma è così) e solo in questi ultimi anni ha conosciuto un cambiamento. In meglio voglio sperare!
Eccovi, dunque, un poco di poesia. In diretta dal cuore.

FIORE D’APRILE

Mi sono girato, e lì eri tu.
Da contorni rovinati
che ormai sfumano nel blu
uno sguardo traspare, ma è qualcosa di più

Mi sento inerme, quasi bambino
non so che pensare e
rimango vicino
ad un volto lunare

Volto dolce volto che cattura
nell’aria intrisa di questa calura
avverto qualcosa che tu sola puoi dare
quasi parlassi e, volessi spiegare

Dei tuoi anni più belli
il fiore gentile
che già decise il destino
in quel giorno d’aprile

Se fu malattia o fu incidente
ormai non importa, ti vede vincente
quel tuo mesto sorriso
di eterna adolescente

E scusa forse non avevo diritto
di volgere a te la mia attenzione
non siamo nemmeno parenti, ma
volevo ringraziarti per questa lezione

Regalami ora l’ultimo sorriso
fammi colorare una trista poesia
stampa in me un ricordo radioso
prima che distratto mi volti, e vada via.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

3 commenti

  1. cadifsultano

    Riposi in pace quel povero angelo a cui hai dedicato parole così belle e gentili

  2. Giorgio_del_63

    Credi è nata proprio “spontanea”…

  3. cadifsultano

    Ti credo. È capitato anche a me 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *