Avventura longobarda

Era una casetta nel verde, ai margini del paese.
Un ruscello a poca distanza riempiva i suoni del paesaggio, con lo scorrere delle proprie acque: flebile d’estate e d’inverno, impetuoso in primavera e autunno.
Disabitata da anni, era stata rilevata con pochi denari dai due giovani.
Il loro amore così fresco e pieno di passione, era il più bel completamento di quel paesaggio arcadico.
Col tempo, l’arte di falegname del giovane Cuniperto venne apprezzata nel paese e nel circondario.
Presto gli si rese necessario viaggiare verso i paesi vicini, da cui tornava sempre il più presto possibile: in giornata o al massimo la mattina successiva, azzardando il viaggio notturno.
Portava sempre un regalo per la sua amata Veliana. Oggetti semplici, ma pieni di significato.
Di origine longobarda lui, di antica tradizione romana lei.

Era stato amore a prima vista: fulminante, sorprendente. Che piegò le ginocchia di lei, e fece cadere in terra la spada a quel giovane guerriero.
La diffidenza e l’ostracismo dei suoi genitori non poterono nulla. Fuggirono poche notti dopo essersi conosciuti.

E ora non vi era nulla di più prezioso, nella loro vita, dei reciproci sorrisi.
Il desiderio di maggior agio da offrire alla sua Veliana, con il tempo si trasformò in ambizione personale. All’improvviso risultò il miglior falegname della regione, conosciuto e apprezzato da popolino e nobiltà. Il Duca di Lucca lo volle a corte. Dunque dovettero lasciare la casetta del ruscello per la nuova, elettrizzante vita presso la sede ducale.

Cuniperto prese la responsabilità della carpenteria, e quindi del coordinamento degli operai ivi impiegati. Aveva sempre meno tempo, compensato da un benessere economico prima sconosciuto.
Veliana entrò in amicizia con altre donne. La corte era frequentata anche da alcune discendenti di antiche famiglie patrizie romane, con le quali fu naturale legare, anche in virtù delle prolungate assenze del suo Cuniperto.
Partorì da sola. Cuniperto tornò da lei quando il figlio aveva già due mesi, per via delle esigenze del suo Signore, il Duca Gummarith.
Fu inevitabile per lui cedere alle lusinghe della vita. Perdendo sé stesso in incontri occasionali.

Di ritorno da uno dei suoi frequenti viaggi fu costretto a cambiare percorso, trovandosi a costeggiare le rive di un ruscello impetuoso, in quei giorni di ottobre.
Notò presto una casetta in rovina, abbandonata da tempo immemore, e fu lì che cadde in ginocchio e pianse, riconoscendo la loro prima dimora, e lo stato di devastazione della sua stessa vita.
Ma egli riconobbe tutto questo. Riconobbe che la felicità, per essere tale, va conquistata. Occorre soffrire per essa. Altrimenti, si rischia di vivere senza sapere di esser già felici.
Al galoppo tornò a casa. Sollevò sua moglie tra le braccia e ruotò con lei fino a che non caddero per terra, ridendo, con le teste che giravano.
Si congedò dal suo sire. E per anni, la casetta nei pressi del ruscello conobbe la felicità semplice di chi aveva avuto la fortuna di imparare i segreti della vita.

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