J.-P. B.

Che ricordi fantastici!

In quelle tue pellicole, io piccolino e tu già maturo, trovavo le risposte ai dilemmi più atroci, ai dubbi interiori che mi rodevano l’anima.

Credevo fermamente che nessuno come te avrebbe saputo indicarmi la strada giusta da seguire.

Stessa l’altezza, identico il profilo e il sorriso sornione, da vero marpione…

Ma tu di un’altra razza, fuori categoria.

Dieci, cento, mille volte tanto, non avevo speranze.

Non a tutti capita che gli anni passino ma non segnino, le rughe solchino ma non scavino, la canizie distragga ma non distrugga, neve brillante sotto un sole mai fioco.

Comunque la colpa, e insieme il limite, risiede nei tempi, nell’ispirazione, nell’intima aspirazione.

Ricordo ancora come poggiavi le gambe in avanti, l’una sull’altra, per un comfort personalizzato: ora lo faccio anch’io, sdraiato sul letto, con il portatile sul bacino, a raccogliere e trasferire le energie dalla mente alle dita, in una visione complessiva della realtà.

Mi piaceva il crisma del carisma: Mammacchina e il suo caro Bananone, Borg, Moser e la Juve, Furia, Zorro, Capitan Harlock e su tutti il mitico Zio Zeb di Alla conquista del West, che mi faceva sentire un piccolo Luke con accanto Josh, il mio riccioluto Pecco.

Certo, eri un cardine della Nouvelle Vague, scandaglio incantato di pieghe nascoste.

Ghigno penetrante, due rughe spigolose agli angoli della bocca, spie precoci del tuo affrancamento dalle cesoie del reale.

Contrassegnavi ogni film con la tua presenza.

Era la pellicola ad adattarsi a te, non il contrario: con quel sorriso te la cucivi addosso, avvincevi lo spettatore a tutte l’ore.

Ti dedico queste poche righe perché so che mai le leggerai.

Procedo libero e spedito, evoco momenti che non torneranno.

Attorniati dalla realtà che ci sfugge, ferocemente distante, non abbiamo nulla da rimproverarci se siamo vittime del destino.

Ma tu sorridevi sempre, schernivi scherzando, superiore dietro le quinte e sul set, vicino, carezzevole, suadente.

Io mi immedesimavo, ti sentivo accanto, presente; non potevo farci niente.

Oggi non vedo più nessun film con quel trasporto e la causa è una leopardiana disillusione, ancorata a molecole di Zibaldone.

Di là è accesa la televisione, urla una massa di persone, cerca di trasmettere un’emozione.

Ma è solo un vociare. Io intanto continuo a (de)scriverti, senza posa.

La mia mente torna a quei ricordi perduti per risvegliarne la potenza.

Bebel, tuo padre, era uno scultore e ti cesellò il sorriso.

Ti donò anche il cognome, un portato sopraffino, due in uno: la venustà del nostro pianeta, che proprio tu avresti celebrato così bene in “Stavinsky”: «Non volete il mare, disdegnate i monti e i centri urbani? Ma allora potete anche andare…».

Disinibito, rotto ogni indugio, ti piaceva lottare sul ring, e ne abbattevi tanti, proprio tanti…

Non era la loquela la tua arma vincente, ma un sorriso disarmante, che metteva tutti KO!

Le donne ai tuoi piedi, ne hai avute senza fine: nessun dubbio sui tuoi gusti, ci voleva poco a capirli.

Indicavi una direzione precisa a noi piccoli ammiratori, aspiranti emuli delle tue gesta.

Ora che il tempo è passato, sono io a donarti un ricordo attempato; ma non tardivo, te lo garantisco: sempre fresco.

Non ha senso continuare, quel che era mio ora è tuo.

Mi hai alleviato con la forza del ricordo, del decoro mai domo, del sorriso improvviso.

Quanto vola il pensiero, senza alcun preavviso…

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Un commento

  1. Stefano Manlio Mancini

    Il racconto è veramente molto bello e toccante!

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