Ago e filo

La confezione industriale ha liberato molte mani e consentito una grande democratizzazione dell’abbigliamento.
Però, quanta poesia è andata perduta; “il vestito buono”, “l’abito della domenica”, “il corredo”, termini che andranno perduti o, al massimo, riconosciuti a stento in qualche vecchio film.
Quanto patrimonio culturale è passato per quelle mani!, quanta dedizione ha richiesto!
Sì, c’è ancora chi sa cucire, e ricamare; si tratta di nostalgici senza speranza di redenzione. È puro amore per quel mestiere a muovere ancora quelle mani, un amore caparbio a dispetto della spendibilità sul mercato. Perché è un lavoro che dovrebbe essere archiviato, impossibile da tenere al passo coi tempi commerciali. È un esercizio di masochismo assolutamente non remunerativo.
Eppure, resta appiccicato alle mani, inconsapevole di non essere più nel suo tempo; alimentato, forse, da una tenace nostalgia, la nostalgia di una visione d’infanzia, una nebbiolina attraversata da ago e filo; un ditale luccicante che rivela le mani di una nonna che attraversano i decenni in un bagliore per poi disperdersi. E allora, punto dopo punto, in un inarrestabile bisogno di fermare quell’immagine, si cuce e si continua a cucire fino a dimenticare come tutto è cominciato.

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Un commento

  1. Quando un mestiere oramai antico viene superato dal progresso tecnologico, diventa progressivamente arte, conservando di sé l’eccellenza.
    Difatti, al pari del vestito buono, quanti abiti brutti e mal cuciti venivano comunque indossati? Ecco, quelli non avranno più spazio.
    In fondo, è come il mestiere dello scrivano: erano agli angoli delle strade, e accettavano di scrivere una lettera per pochi denari. Di costoro, sopravvive la più elevata forma di calligrafia.

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