Pippu lèji*

S’avvicinavano sibilando e Pippo correva, correva. Guardava avanti per non inciampare sui massi e si voltava a scatti per capire se quei mostri che venivano dal mare, che volavano in alto e volevano ucciderlo, lo avessero visto e lo stessero inseguendo. Senza più fiato si aggrappò al ramo di un ulivo e vi si gettò sotto la sua chioma, oltre una duna di macerie. Non sganciarono nulla quei mostri che volavano vicini fra loro; passarono lasciando solo il loro suono stridulo risalendo il fiume. Forse sarebbero tornati indietro, perciò sbucò fuori dal suo rifugio Pippo e iniziò a chiamare gli altri per capire se erano ancora vivi, per vedere dove si fossero nascosti.
“Tùre! Tùre!”. Silenzio. “Damiano!”

Non rispondeva nessuno e continuava a guardarsi attorno. D’improvviso proruppe il grido di sua madre che lo chiamava e si rese conto allora che gli aerei per quella sera violacea di fine estate non sarebbero tornati, continuava a vederli volteggiare lontani mentre tornavano verso il mare e allora ogni cosa tornava reale. Gli aerei della Luftwaffe tornavano ad essere gabbiani che, volteggiando contro i colori del tramonto, sembravano ombre impazzite, e le macerie, tutte quelle dune e quelle trincee che adesso Pippo risaliva, tornavano ad essere quei grandi cumuli di spazzatura che la vicina civiltà dimenticava distratta.

La città freme poco più in là, le luci arancio della pubblica illuminazione si riflettono sulle nuvole striate. Fra le palazzine dove vive Pippo da quando nacque nove anni prima e la città c’erano pochi ettari di campi e solo una stradina ad unire due mondi equidistanti. Solo di notte, quando anche alle palazzine risplendevano le luci arancio dei focolai accesi in bidoni fra la strada, diverse paia di luci si vedevano arrivare, fermarsi nel buio e poi sparire indietro. L’indomani, Pippo, Tùre, Damiano e tutti gli altri, avrebbero avuto cumuli più alti da scalare, qualche arredo sfasciato dietro cui nascondersi, o qualche gioco rotto che Zi’ Cosimo avrebbe potuto aggiustare e far funzionare di nuovo. Intanto Pippo, anche per quella sera, decise di entrare dentro casa ed andare a letto. Alle sette e mezza del mattino sarebbe arrivato lo scuolabus a prendere lui e qualche altro sparuto bimbo sonnolente per portarlo in città, lì dove nessuno li voleva, nelle scuole dove da tutti venivano disprezzati e allontanati. E loro, quei bimbi che dividevano la discarica con topi e randagi, a scuola ci andavano ma solo per non far tornare alle palazzine gli assistenti sociali. Dopo di loro veniva spesso la polizia, arrivavano coi cani, poi volevano entrare dentro le loro case a rovistare qua e là, dove di solito non voleva entrare nessuno. Ci andavano a scuola quei bimbi ma per continuare la loro battaglia. E fintanto che tutti li additavano come zingari, essi giorno dopo giorno dietro quella cortina costruivano la loro corazza. Arrivavano ad essere fieri di quella condizione, fieri di quell’appartenenza frutto di tutte quelle volte che hanno dovuto trovare alibi e giustificazioni ogni volta che in classe spariva un solo pennarello e alla fine erano loro a non volersi integrare, a disprezzare i “normali” che sapevano tutto e non sapevano niente. E la scuola e i libri ed i compiti rimanevo lontani come la città dal loro quartiere.

Pippo, di quinta elementare, sapeva già che, finito l’anno, non sarebbe più andato a scuola. Tùre e Damiano, più piccoli di un paio di mesi, avrebbero avuto un altro anno ancora. Questo, a Pippo, lo rammaricava tanto. Non per Tùre e Damiano, gli amici di sempre che, almeno al mattino, non avrebbe rivisto più, ma sentiva dentro di sé la tristezza di un legame con la città che doveva dividersi. Avvertiva qualcosa di sbagliato nel non prendere più lo scuolabus la mattina. Continuò a pensarci mentre, in un pomeriggio di sole come gli altri, raggiungeva i margini del quartiere attraversando la strada centrale sulla quale si affacciavano i palazzi di tutti e da cui provenivano i rumori, le voci, le urla e gli odori di tutti.

Lì dove finiva la strada, a ridosso della prima palazzina, iniziava il mondo dei giochi fino a sera, quei cumuli dal fetore indescrivibile che dividevano con cani e topi. Sentiva già Damiano strillare e dare del farabutto a Tùre che sogghignando, non voleva ridargli quel che rimaneva di un aquilone trovato fra i sacchi neri e sfalci insecchiti, ma il suo sguardo veniva come sempre rapito da ciò che vedeva muoversi in lontananza. La sua attenzione cadde a terra dove, fermati dai resti di uno spazzolone, sventolavano i biglietti sgualciti di un circo. Li raccolse e vi lesse di uno spettacolo mai visto prima con animali da ogni parte del mondo e di quello del mago Zasù, “che scompariva per non tornare più”. Arrivarono Damiano e Tùre e guardavano anche loro le immagini degli animali sui biglietti.

Pippo allora chiese loro:” Ci iamu? Ci su’ l’animali e c’è puru u mago Zasù. Dici ca scumpari e non torna chiù.”1
Tùre, il più bassino ed indomito fra i tre, gli chiese con quel suo fare superbo: “E a tia cu tu dissi?”2
“C’è scrittu ca’!”3, gli rispose sorridendo di meraviglia e vedendosi già davanti al grande tendone.

Ma il tempo di rialzare gli occhi che Tùre e Damiano stavano già correndo via e tornavano verso i palazzi scambiandosi complici sorrisi. Avevano scoperto per caso che Pippo sapeva leggere, che sapeva fare quello che facevano in città anche se lui non era un bambino di città. Si resero conto che lui a scuola ci andava per comportarsi come gli altri anche se non lo era, ed aveva pure imparato a leggere e forse anche a scrivere.

Pippo rimase gelato, perché si rese conto di quanto fosse accaduto e si prestava a tornarsene a casa sconsolato, sapendo che in quella strada che divide in due il quartiere, tutti lo avrebbero schernito, allontanato e forse nessuno gli avrebbe mai più rivolto la parola. Si trascinava verso il portone di casa, il penultimo a destra in fondo a quella via che diventava interminabile e con lo sguardo abbassato sentiva gli atri mormorare, ridere, sfottere fra loro e a lui sembrava di udire a cantilena quell’ingiuria. Sembrava sentire i bimbi gridare ridendo “Pippu lèji, Pippu lèji” per poi nascondersi negli androni dei palazzi.

Gli pareva di vedere già il volto del padre che, deluso, gli chiedeva se adesso che aveva imparato a leggere sarebbero venute al quartiere maestre, assistenti sociali e forse anche il direttore della scuola. Avrebbe portato gente lì dove il padre non li voleva perché lui teneva nel suo palazzo ciò con cui sfamare la famiglia; quelle cose che in città non amano vedere, ciò di cui non amano parlare. Pippo preferiva sapere che vendesse zucchero a velo, e il padre, probabilmente, lo zucchero a velo nemmeno sapeva cosa fosse.

Lui, però, avrebbe continuato a leggere quei libri che teneva nascosti fra l’umido dei muri e il compensato dell’armadio. Avrebbe continuato a vedere aerei nei voli liberi dei gabbiani e, anche senza Tùre e Damiano, avrebbe continuato a sognare di vivere fra dune del deserto dove le oasi erano cataste di pneumatici abbandonati e avrebbe scritto per raccontare quei sogni perché voleva raggiungerli, perché voleva cambiare il quartiere. Ma questo Pippo non lo sapeva ancora.

* * * * *

*Pippu lèji, Pippo legge, dal dialetto calabrese arcaico.
1 “Ci andiamo? Ci sono gli animali e c’è pure il mago Zasù, dicono che scompare e non torna più!”, dal dialetto calabrese
2 “E a te chi lo ha detto?”, dal dialetto calabrese
3 “C’è scritto qui!”, dal dialetto calabrese

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Un commento

  1. Sara Cadelano

    Complimenti… Bellissimo racconto.

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