Il Re del disincanto
“Della rosa fronzuta
diventerò pellegrino
ch’io l’aggio così perduta.
Perduta non voglio che sia
Ne di questo secolo gita,
ma l’uomo, che l’ha in balia
di tutte gioie l’ha partita.”
(Federico II Imperatore)
Il suo trono è di pietra bianca, con intarsi d’oro e d’argento, finemente cesellato dai sogni e dalle speranze che centinaia, migliaia di persone, hanno sacrificato ai suoi piedi e lui siede su di esso con la severità che si conviene ad un sovrano perché questo egli è: Il sovrano di un regno posto sul confine dei mondi sottili dell’incanto e della leggenda, dove nascono e vivono gli Eroi e da dove i Bardi di ogni epoca attingono ispirazione per i loro canti. E al centro del suo reame sorge il suo palazzo, di pietra e parole, dove lui sta, come un ragno nella sua tela, attendendo che le storie, i canti, i sogni, le speranze e gli amori degli uomini giungano per divorarli e accrescere la sua essenza. Egli non è un uomo, ma un semplice pensiero: un pensiero che nutrendosi di altri pensieri è cresciuto nel corso dei millenni, divenendo sempre più oscuro e potente, il pensiero razionale, rigido e freddo a cui l’umanità da sempre sacrifica i sogni dei bambini, gli amori impossibili, la luce della magia, l’incanto della fantasia.
Claudio è un ragazzo di vent’anni martoriato dalla battaglia della vita: la madre morta di tumore quando era ancora piccolo, il padre alcolista da accudire, ha visto cadere uno ad uno tutti i suoi sogni e spezzarsi ogni sua speranza ben prima di giungere sul confine, splendido e tremendo, dell’età adulta. Solo il suo amore gli è rimasto, come baluardo di una vita vera, fiaccola splendente ad illuminare il suo cammino. Ma, giorno dopo giorno, Claudio vede affievolirsi sempre più quella luce e osserva la sua ultima speranza sfuggirgli per andare a morire sola, in qualche luogo sperduto, lontano dal suo cuore.
Correndo dietro alla scia di quel sogno morente, con le mani aperte protese in avanti, deciso a non lasciarsi scappare quell’ultima occasione di vera vita Claudio giunge innanzi alla soglia del Re del disincanto in tempo per vedere la coda luminosa del suo amore sparire nella fessura sotto i battenti chiusi.
In quel momento, quello della scelta, il tempo pare fermarsi e la sua mente registra ogni particolare, anche il più insignificante, di quella porta in legno massiccio, scolpita con scene di vita vissuta e non si stupisce più di tanto, il giovane Claudio, quando si accorge che i momenti di vita cesellati nel legno dei battenti sono i giorni da lui vissuti, i momenti belli e brutti che hanno composto la sua esperienza fino a quel giorno. Claudio passa le dita su quei rilievi, le fa affondare negli incavi, assaporando col tatto quel mirabile lavoro d’un artigiano sicuramente divino. Ecco che tocca il giorno della sua nascita, lui in fasce in braccio alla madre sorridente; le sue dita scorrono sulle linee lisce che lo ritraggono al funerale della madre, persino le sue lacrime sono state riprodotte in quella stupefacente opera d’arte: piccole gocce di legno che consegnano il suo dolore all’eternità; le sue mani tentennano passando sulle ruvide sporgenze che ritraggono il padre ubriaco e quasi quel disegno fosse un monito in un attimo la pesantezza della realtà torna a ricordargli perché è li: per riacciuffare l’ultimo suo sogno morente e ridargli vita perché, se ne rende conto, persa anche quell’ultima speranza la sua vita non sarebbe più stata degna di essere vissuta.
Disperato comincia a prendere a pugni la pesante porta, a far tremare i ceselli e la sua stessa vita fino a farsi sanguinare le mani, fino a che non ha più energia in corpo per continuare. Ed ecco che la porta si apre sulla sala del trono del Re del disincanto.
Lui è lì, assiso sul suo seggio, lo osserva con severità e il suo sguardo potente lo attraversa gelido fino a giungergli nel profondo del cuore.
“Cosa vuoi?”
La sua voce è tuono che fa tremare le mura dell’Universo e Claudio si sente rimpicciolire a quel suono terribile e profondo quanto l’inferno ma, raccolta tutta la sua forza, si erge dritto innanzi al Re e senza mostrare il minimo tremito parla con voce ferma e sicura che nulla lascia trasparire dello sgomento che prova dentro di sé.
“Sono giunto fin qui inseguendo l’ultimo dei miei sogni, il mio amore. Mi hai portato via tutto, ogni speranza e ogni magia, non ti permetterò di derubarmi anche di lui. Sono qui per reclamarne il possesso e sono disposto anche a lottare per riaverlo”
Quando pronunciò le ultime parole sentì le gambe cedergli e istintivamente, con le mani, cercò un appiglio che non trovò dovendo fare uno sforzo sovraumano per restare in piedi.
Rise il Re e la sua risata fu la risata del diavolo in persona, capace di scuotere la coscienza umana e di lasciarla come straccio abbandonata a terra. Ma ancora non si era spenta l’eco di quelle risa terribili che sul suo volto apparve il più malinconico dei sorrisi che avvolse Claudio in un abbraccio di tristezza.
“Venite qui, fin nella mia dimora, ad accusarmi di derubarvi, di defraudarvi della vostra vita, quando in realtà siete voi che venite a gettare i vostri sogni ai miei piedi. Tu vuoi il tuo Amore? Bene ragazzo, cercalo pure e se lo trovi portatelo via”
Così dicendo fece un gesto con le mani e alle sue spalle apparve una grossa gabbia in cui erano racchiuse centinaia di persone. “Ma bada, ragazzo” continuò il Re “Che una volta ritrovato il tuo sogno, il tuo amore, per portartelo via dovrai dimostrare che esso è immortale”.
Gli fece cenno di avvicinarsi. La porta della gabbia si aprì.
“Entra dunque, se credi di possedere un sogno immortale, un amore eterno da poter coltivare ma sappi che se non lo troverai la porta della gabbia si chiuderà imprigionandoti per sempre assieme ai tuoi sogni infranti”
A passi incerti Claudio entrò nella gabbia dove, nude e infreddolite, le figure della sua memoria lo stavano ad osservare in speranzosa attesa.
Vide la madre, rannicchiata nei suoi escrementi che con le braccia si stringeva il seno cercando di ripararsi dal freddo mentre con gli occhi lo supplicava.
“Aiutami Claudio, non lasciarmi qui, portami via con te, salvami”.
Subito accanto a lei suo padre lo guardava tendendo le braccia in una muta richiesta di aiuto ed ecco che dietro, un po’ discosta, stava quella che fu la sua fidanzata, l’amore della sua vita, che con occhi carichi di voluttà gli prometteva eterni piaceri se solo l’avesse salvata. In un attimo fu una cacofonia di voci, un coro indistinto di suppliche e imprecazioni. La pena che attanagliava il cuore di Claudio era infinita e straziante il dover scegliere l’uno e condannare l’atro.
Dall’alto del suo trono il Re del disincanto l’osservava silenzioso.
Improvvisamente, in mezzo a quell’ammasso di carne e speranze, vide un piccolo vaso che ospitava una rosa bianca dai petali profumatamente delicati. Senza pensarci la prese e la portò con sé, fuori dalla gabbia, cercando di ignorare le urla delle ombre abbandonate a se stesse.
Il Re lo fissò senza espressione.
“Se dunque hai scelto e questo è il tuo amore ora devi dimostrarne l’immortalità”.
Claudio chiuse gli occhi e inspirò una profonda boccata di quel profumo inebriante. L’unico modo che gli venne in mente per dimostrare la sua immortalità era quello di farla tornare parte di se stesso, di ingerirla unendola così al suo essere profondo.
Come se gli leggesse nel pensiero il Re sorrise del suo sorriso amaro e malinconico.
“Sì ragazzo, è vero: questo è l’unico modo ma sappi che quel fiore è capace di disciogliere il tuo essere e se ne mangerai morirai. Buffo vero? Per dimostrare l’immortalità del tuo amore dovrai sacrificare te stesso”
Claudio respirò ancora il suo profumo lasciandosene permeare.
In fondo cosa gli prometteva la sua vita? Un’esistenza da recluso, imprigionato nella gabbia dei suoi ricordi, trascinando stancamente le sue giornate da un’ombra all’altra. Se invece avesse sacrificato la sua esistenza umana, trasformandosi in quell’amore che aveva con tanta determinazione cercato, avrebbe potuto fondersi con l’universo e finalmente Amare.
Senza aggiungere altra parola Claudio staccò delicatamente i petali dalla Rosa ingoiandoli uno ad uno e abbandonandosi poi al calore che sentì nascere nel profondo del suo essere lasciò che la sua coscienza si sciogliesse nell’infinito divenendo tutt’uno con l’Amore che aveva conquistato.
Il suo corpo, accasciato ai piedi del trono si polverizzò lasciando come unica traccia della sua presenza un mucchietto di polvere.
Con molta tranquillità il Re la raccolse nel palmo della mano:
“Vai, giovane ragazzo, ora sei finalmente libero, libero di Amare”
E, avvicinata la mano alla bocca, soffiò via con delicatezza la polvere che vi era raccolta consegnandola all’eternità.
Bellissima, complimenti!