Una fiaba di Pasqua (Il racconto di Achab)

E ti pareva, pensò. Qui siamo alle solite.
Non era la prima volta che vedeva la morte, né uomini mandati a morte e giustiziati.
Achab di Irbid fermò il cavallo e osservò il triste spettacolo che gli si era parato davanti, dopo l’ultima curva. Le tre croci gli erano già apparse a distanza, e ora che si trovava proprio sotto, gli si stagliavano in tutta la loro cruda evidenza.
“Chissà che cosa avranno combinato quei tre, per meritare questo. Predoni, assassini… o entrambe le cose. Per forza”.
Achab si soffermò a scrutare quei volti, nell’istintiva ricerca di scorgere qualche lineamento che gli risultasse familiare.
Era un mercante di pelli. Di solito, faceva la spola tra Irbid – sua città natale, che gli aveva dato il nome – e Damasco. Si era ritrovato a passare il Giordano perché aveva ricevuto una importante commessa da Gerico, in Palestina: una famiglia altolocata, che dicevano avere dei contatti addirittura con il governatore romano, aveva urgente bisogno di stoffa e di coperte, e la sua fama di bravo e onesto commerciante da qualche tempo aveva travalicato il fiume fino a giungere praticamente alle porte di Gerusalemme.
E comunque, no, nessuno di quei tre volti gli diceva qualcosa.
Fece per andarsene; e invece qualcosa lo costrinse a girarsi e a guardar su di nuovo.
Quello in mezzo… era strano. Sembrava che con lui poi si fossero particolarmente divertiti. I chiodi dovevano essere stati l’ultimo dei supplizi. Solo un miserabile panno gli copriva le parti basse, facendo così risaltare il resto del corpo martoriato. Cicatrici di flagello. Tumefazioni lasciate da percosse. In testa, poi, un curioso certame confezionato con rametti di rosa spinati. Tortura.
Ma che cosa aveva combinato, quello lì?
Achab di Irbid si era sempre interessato degli affari suoi. Non gli interessavano la politica, né le chiacchiere della gente o quantomeno le speculazioni filosofiche e religiose, delle quali non capiva più di tanto. A lui interessava il suo lavoro.
Eppure, quello lì in mezzo… che fascino strano…
“Che cosa ti sta succedendo, Achab?” Si domandò dentro di sé, mentre si baloccava con delle pietre con le quali costruire una rudimentale montagnetta che gli avrebbe permesso di raggiungere quasi ad altezza d’uomo il malfattore crocifisso.
Ci arrivò alfine, e guardò l’uomo. La testa di costui era reclinata, indubbiamente morto, eppure era come se non lo fosse completamente. Achab gli toccò delicatamente una spalla, e la avvertì. Una vibrazione. Debole ma intensa. Nello stesso tempo, una goccia di sangue mista ad acqua fuoriuscì da una ferita di arma da taglio che, insieme al resto, deturpava il corpo inerte dell’uomo. “È vivo!” pensò Achab. L’istinto gli aveva detto giusto. Aveva fatto bene a fermarsi. Senza pensare, prese la corona di spine con l’intenzione di staccargliela, ma quella oppose resistenza. Sembrava incollata. Achab ci riprovò usando più forza, ma nulla. Quella roba sembrava saldata al capo dell’uomo. Come mai? Che razza di cattiva magia era? Anche l’uomo stesso sembrava un tuttuno con la croce su cui era inchiodato. Sopra la sua testa, un cartiglio con una scritta che Achab non comprendeva. Quel pezzo di papiro almeno si sarebbe staccato, no? E invece niente. Pure quello, sembrava parte integrante di quella specie di statua che statua non era. Achab decise di lasciar perdere e andarsene, e così fece. La sua curiosità in fin dei conti era stata soddisfatta, giusto?…
Ma non riusciva a togliersi dalla mente quel volto, stanco, sofferente, che nello stesso tempo trasmetteva un che di mai arreso. Nobile.
E quella vibrazione strana che aveva avvertito, e che per poco non gli aveva fermato il cuore dallo spavento?…
<< IO SONO! >>
??
Chi aveva parlato?
Achab si voltò; guardò a destra, a sinistra. Niente e nessuno. Eppure una specie di voce aveva ben parlato chiaro, pronunciando quelle parole, e proprio nella sua lingua madre.
“Ah, a posto. Adesso sto anche diventando matto. Mi mancava solo questo. Meraviglioso.”
Entrando nella porta da Gerico, intravide un mendicante. Era seminudo, aveva una certa età, ed elemosinava tendendo una scheletrica mano tremante. Achab non era propriamente ciò che si definisce un ‘giusto’, ma lo stesso non sopportava quelle mostruose disuguaglianze. Fermò il cavallo, scese, scostò il velo che gli copriva la merce e non esitò: regalò una coperta al vecchio, che lo guardava sbarrando tanto d’occhi dall’incredulità, e gli offrì un pezzo di pagnotta. Lui poteva permettersi quel che voleva, l’altro no. Così il mondo gli sembrava più equanime. E la scorta non era per questo a rischio. Lui non si faceva mai mancare un certo sovrappiù, per sicurezza. Le pelli richieste sarebbero arrivate a destinazione.
Il sole era ormai alto; Achab aveva fame e sete. Decise di fermarsi all’osteria proprio lì davanti, e dopo avere assicurato il cavallo alla stanga e pagato un monello perché gli facesse da guardia (“Mi raccomando, al ritorno ti pagherò ancora”), entrò. Mentre aspettava che gli portassero la birra e la focaccia di miglio, si accorse della presenza di un altro avventore, che guardava fisso davanti a sé al tavolo vicino. Dopo un sorriso di saluto e una pausa di circostanza, Achab si permise di chiedergli se andava tutto bene. “No”, rispose quello, con la voce rotta. “Mio padre non si sente bene, lo speziere ha un’erba che lo potrebbe riportare in salute, ma io non ho i soldi per pagarlo!” “Non ti preoccupare per questo”, rispose Achab, e trasse da un borsello un sestezio d’argento che porse all’incredulo ragazzo. Che si alzò per correre via di corsa non senza avere prima biascicato un “Grazie, signore!” Achab sorrise.
Aiutare gli altri così non portava ritorno economico, eppure… faceva stare bene. Era una cosa che aveva già sperimentato.
Arrivò il suo cibo. Mangiò, bevve di gusto, pagò e uscì.
“Maledizione”, pensò. Il mezzo sorriso gli morì del tutto.
Il carretto c’era ancora, il ragazzino no.
Dove era finito, quel pestifero? Non gli aveva forse ancora promesso dei soldi? C’era solo da sperare che la merce non…
– Non ti preoccupare, Achab, è tutto lì; ed è tutto a posto.
Si girò verso la direzione della voce appena udita, e… oh sorpresa!
L’uomo che gli aveva parlato aveva lo stesso volto del crocifisso. Achab si era sempre vantato di essere un fisionomista, dote che ogni tanto aiutava nel mestiere. Ma sì, era propro lui! E che trasformazione!
La veste semplice lasciava intuire un corpo sano, magro e intatto. Nessuna cicatrice deturpava quella pelle praticamente perfetta. La corona di spine non c’era più. L’uomo carismatico, alto solenne e sorridente, sembrava anzi tagliato e sbarbato di fresco.
Ma come era possibile?
Dopo un istante di comprensibile smarrimemto, Achab udì sé stesso dire:
– Ma… io ti ho visto… ho anche cercato di…
– Lo so, Achab, e ti ringrazio per questo, ma vedi: Io Sono il Figlio di Colui Che È
(!! “IO SONO” !!)
– Tu, anima ingenua, hai cercato di alleviare le mie sofferenze direttamente a me, e non ha funzionato. Non era possibile, vedi. Perché la mia sofferenza in verità è sofferenza del mondo; Io mi specchio nel dolore del prossimo tuo. – Ma poi… L’uomo alto alzò l’indice della mano destra.
– Poi, entrato in città hai fatto la cosa giusta. Hai trovato un ignudo e lo hai vestito
(e mi avete vestito)
– Mi hai tolto così la corona di spine
Ti sei imbattuto in un triste e lo hai consolato
(ero triste e mi avete consolato)
– E mi hai cancellato i chiodi e la frusta. E del resto, tu lo hai pensato: è bello dare, perché è bello essere per gli altri, non ne convieni?
Sì, ne conveniva. Ma questo non bastava di sicuro a fugare i dubbi e i misteri. Chi era davvero costui che 1) si era schiodato vivo e vegeto da una croce 2) senza un’ombra di ferita piccola così e 3) pure leggeva nel pensiero?
Achab non sentiva paura. Un vago timore reverenziale e niente di più. Costui trasmetteva la serenità dell’essere. Sì!
(Colui Che È??)
Avrebbe voluto aprir bocca, fargli mille domande, ma l’altro era sempre uno… no, tre passi più avanti di lui!
– Ogni cosa sarà rivelata a suo tempo, Achab caro. Per il momento, eccoti il mio nome: Io, sono Gesù di Nazareth, Galilea. E tu sei una persona buona, Achab. Lo sento. La tua merce è qui, al sicuro dietro l’angolo. Il ragazzo l’ho pagato io, e profusamente. Ora vai, vai per la tua strada, Achab di Irbid. E continua come hai fatto. Abbandona per sempre l’egoismo; pensa al tuo lavoro ma non lasciare che i veleni e le cose di questo mondo offuschino la luce che brilla in te, e che solo la Carità e l’attenzione per chi sta peggio potranne tenere alimentata; e sarai salvo. Tu, e nessuno che vivrà così sarà schiavo e preda delle tenebre. Ma adesso ti saluto, sapessi quanto lavoro mi aspetta, caro mio, ora e nei tempi a venire…
Dopodiché, sempre con quel sorriso a ventiquattro carati che non aveva mai lasciato un attimo, girò l’angolo… e svanì.
Ma che strano essere!
In effetti, parlando di luce, sembrava davvero che il cielo quel mattino brillasse più del solito. O era un’impressione?
Achab di Irbid si comportò sempre bene, negli anni a venire. A più riprese, provò a cercare di quell’uomo strano, che forse soltanto uomo non era; non lo rivide mai.
Piano maturò in lui una consapevolezza: non era vero, l’aveva trovato, invece. E più di una volta: in uno sguardo afflitto, in un malato, in un povero da aiutare… Tanti volti, sì, ma quegli sguardi somigliavano tutti a uno. Quello là.
Quello che la prima volta aveva visto in quella croce.

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