Il gattino che voleva vivere

Non so perché ti trovavi lì, per strada, l’altra mattina. Ti eri allontanato dalla tua mamma e dai tuoi fratellini, dal cane nero un po’ buffo che non era proprio un mastino, ma ti proteggeva, perché ti aveva visto nascere. In un baleno, il tuo corpicino sottile e morbido come un batuffolo beige aveva varcato la zona protetta, oltrepassando le sbarre di ferro del cancello. Non avevi fatto in tempo a capire cosa stesse succedendo, mentre il tuo corpicino veniva sbattuto a destra e a sinistra. Graffiavi e mordevi per il dolore, ma poi lo shock aveva innestato la risposta automatica dei riflessi e ti sei attaccato alla gamba del tuo soccorritore. I tuoi occhi azzurro mare si sono spalancati, ma non miagolavi. Ti sei fatto solo la cacca addosso quando l’uomo ti ha preso, tenendoti in una mano con le zampette posteriori penzolanti e insanguinato. Hai tentato di sollevarti, di scappare, ma non potevi. Ti sei fatto trasportare come un ciondolo morto.

Ti abbiamo portato a casa e ho cercato un cartone per portarti dal veterinario. Non avevo un trasportino per gatti e ho preso una scatola di scarpe, ci ho messo una mia vecchia camicia perché tu ti sentissi protetto e ho spruzzato profumo di rosa e sulla tua testolina del rescue remedy. Tu hai sollevato la testolina, poi sei crollato, addormentato. Ti abbiamo lasciato in ricovero dal veterinario. Perdevi sangue dall’ano, le tue zampette posteriori giacevano sulla piastra lucida, spalancate come le braccia di un cristo in croce. Il medico ci ha detto di aspettare. Ti ha fatto la radiografia e poi ci ha detto che avevi l’anca fatta in piccoli pezzi.

“L’intervento è costoso” ci ha detto, scrutandoci da dietro la mascherina. Ha detto altro ma non capivo quanto dicesse. Mi sembrava che pensasse che fosse inutile procedere. “Costoso quanto?” le ho chiesto. “Settecento euro”. “Non fa niente, glielo facciamo”. Siamo andati via.

A casa non mi davo tregua. Sentivo il freddo, il freddo ghiaccio alla tua anca irradiarsi a me, fino alle gambe. Rivedevo la tua testolina beige che si muoveva, bellissima, nonostante tutto. Senza segno di dolore. Mi domandavo perché. Perché eri uscito in quel preciso momento? Ho pensato che ti fossi offerto al mio cane. O a me. Perché? Pensavo a quanto fossero diabolici i cani nell’uccidere un gatto: li prendono alla schiena e li sbattono, finchè non gli hanno fracassato la spina dorsale. Il resto non lo volevo sapere. Il resto era, forse, la morte per dissanguamento. Era questa la legge di natura? Non lo sapevo. Tutto era più grande di me. Sentivo il freddo. Percepivo la morte dipinta su una testolina beige con gli occhi azzurri, che non avevano fatto niente. Eri solo piccolo e fragile.

Quando ti ho visto la seconda volta mi hanno detto che ti facevi pipì e cacca addosso perché non avevi più alcuni riflessi neuronali. Hanno detto di farti una visita neurologica, per capire se valesse la pena di fare l’intervento all’anca. “Solo la risonanza costa 500 euro” ha aggiunto un giovane medico. Ho visto sulla tua scheda che avevi mangiato e bevuto e mi è salito un brivido di commozione. Ho capito che volevi vivere. I tuoi occhi azzurri erano più belli che mai. Ma, quando il medico della volta precedente ti ha voltato, le tue zampette posteriori si aprivano come due moncherini tagliati. C’era nero, sulla tua pancia e più sotto. Il medico mi ha detto che non soffrivi, perché ti avevano dato antinfiammatori e antidolorifici. Io mi sono sentita male e ho dovuto sedermi. Volevo che il mio cuore ti inghiottisse e che potessi rimanere là, lontano dal dolore.

Sono andata a fare una passeggiata, dopo averti visto. Il cielo era bello come non mai. Le spighe tremavano lievemente nel paesaggio rosa. Si intravedeva il paese in lontananza con le luci arancio. Ho pensato alla morte. No, non era la morte che mi indignava. Era il dolore. Non il dolore di chi ha passato la vita a coltivarlo e ad autoinfliggerselo. Era il dolore che arriva improvviso a indignarmi. Il dolore che ti spacca la schiena, in un giorno di sole e ti distrugge la vita. Non c’era un dio distante che mi potesse rispondere. E se c’era, non mi sarebbero interessate le sue risposte. Come poteva un dio lontano e distante interessarsi a due occhi azzurri su una testolina beige? In quel momento non avevo niente, nessuna giustificazione da offrire. C’era solo la brezza della sera. I campi di grano luccicanti nell’oro. E un gattino con la schiena spezzata, la zampetta attaccata a una flebo, che aveva mangiato. Perché come me, come il vento, come il rosa del tramonto su un cielo graffiato di ombre notturne, voleva vivere.

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