Madri

Potrei anche risponderle a tono, ma preferisco non farlo. Sarebbe peggio che sopportare. Mi limito a spingere per quanto mi riesce e basta. Non capisco se sono io che ho poca forza o sono le rotelle di questo aggeggio che sono dure da far girare. Uno strano attrezzo, un po’ ingombrante ma almeno mi aiuta a tenermi in piedi anche se a stento. Si fatica molto lo stesso ma non quanto sentire la voce di mia figlia che sale sempre più di tono. Sono un po’ dura d’orecchi, un altro regalino dell’età che avanza sempre più, forse sta di pari passo con queste rotelline che nei miei pensieri cigolano pure.

In realtà la sento, sono le parole che non mi arrivano molto chiare, è come ascoltare un nido di calabroni, si confondono nel vuoto, si deformano come i suoni dentro la chiesa vuota, la stessa di cui ho smesso di frequentare tempo fa.

Ultimamente non ha molta pazienza, i suoi modi diventano sempre più bruschi e la rabbia riesce a prendere il sopravvento. Posso capirla, non è facile starmi dietro. Prendersi cura di una vecchia non è mai semplice, ci sono passata anch’io con mia sorella maggiore, badare a lei è sempre stato un vero tormento per entrambe.

Ora tocca a me, ho mia figlia che mi aiuta. O almeno ci prova, con tutta la sua buona volontà. Siamo arrivate all’ultima fase, quella in cui è lei ad urlare alla madre. Non lo fa per cattiveria, è solo la stanchezza che prende il comando.

Oggi è una bella giornata, si sta bene al tepore del sole primaverile. Giriamo attorno alla casa sul piastrellato, nel giardino non si può, questo arnese è possibile portarlo solo sul pavimento liscio. È duro da spingere e mia figlia quando sente che sforzo troppo mi dà una mano tirando verso di lei avanti a me. Per quanto mi riguarda uscire è uno svago che mi fa bene, restare rintanata in casa è una vera tortura, le ore sembrano non passare mai. Per la mia balia invece è diverso, è una cosa stressante, forse è quando si occupa di me che per lei le ore sono infinite.

Ogni tanto tocco le cose che mi capitano a tiro, tipo i davanzali delle finestre, il grande cassettone pieno di vasi fioriti, il pilastro di mattoni, tanto per sentirne il contatto, ma la mia mano viene presa con forza e rimessa sui manubri in modo arrogante, forse temendo che possa cadere o magari pensando che mi stia appoggiando mi rimbrotta bruscamente. Capita che mi saltino i nervi e mi oppongo con fare di rimprovero, ma è una lotta impari, non sono più io a dare ordini.

La cosa peggiore sono le parole, se le chiedo di ripetere perché non percepisco ciò che dice allora il tono comincia a salire, la seconda volta si intuisce che essendo dura lottare ogni giorno pure per farsi capire, la pazienza la abbandona proprio, come se per lei fosse una cosa assurda che io non riesca a sentirla. La terza volta è meglio evitarla, alla terza la sento e capisco benissimo, ma oltre alle parole c’è sempre qualcosa in più che mi arriva, la rabbia è una tra queste.

Non manca mai il da farsi quando ci si occupa di una vecchia; aiutarla ad alzarsi la mattina, pulirla, vestirla, occuparsi dei pasti, delle medicine giuste da prendere, tutte cose che richiedono tanta pazienza e perseveranza. Con mia figlia cerchiamo entrambe di venirci incontro per quanto ci è possibile, ma il più delle volte si finisce con battibecchi e malumori.

Le guardo il viso ogni tanto, di sfuggita quando lei non se ne accorge. Preferisco evitare che il luccichio dei miei occhi incontrino i suoi, non sarebbe giusto nei propri riguardi, prendersi la colpa per ciò che sento, per i miei dolori, non se lo merita.

Non è cambiata molto, ha gli stessi tratti di quand’era piccola. È solo il tempo che ci dipinge sopra qualcosa in più, ma l’abbozzo resta sempre quello, i lineamenti di una bambina.

Della mia bambina.

Mi sembra ieri che la tenevo ancora in braccio, un visetto paffuto che sembrava dire “riempimi di baci”. Ed è quello che facevo, la stringevo e la baciavo in continuazione come se non esistesse nient’altro di più bello nella vita.

Si andava avanti così negli anni a venire, fino al suo ultimo periodo di asilo. Poi qualcosa è cambiato. Dopo è iniziata la scuola. È lì che tutto si trasforma, tutto si altera.

Lo studio, i compagni, gli insegnanti, la pubertà, tutte cose che ci piombano addosso all’unisono, una valanga che ci travolge spietatamente.

È lì che finiscono gli abbracci. É lì che i baci si perdono nei ricordi.

Quanto vorrei tornare indietro per poter sfiorare quelle guance con le mie labbra solo per un’ultima volta. Quanto vorrei riavere indietro la mia bambina.

Ora ho solo rimpianti e la mia stupidità.

Cambierei tutto, non ci penserei due volte a farlo se potessi.

La scuola è dura, bisogna impegnarsi molto, ed avere a che fare con degli insegnanti privi di cuore non è mai facile. Maledetti! Ma chi vi credete di essere? Come potete intromettervi nell’affetto tra genitori e figli? Quelle che avete davanti sono delle personcine, non animali da ammaestrare. Avete delle responsabilità nei loro riguardi, sono esseri umani e non oggetti da etichettare con dei voti o dei numeri. A scuola bisogna andarci con sicurezza, audacia e certezza, non con timore o il più delle volte col terrore come può provarlo solamente un bambino.

È assurdo, è tutto così assurdo!

Abbiamo sbagliato tutti, compresa me stessa.

Al suo ritorno mi ci mettevo pure io a darle addosso senza un attimo di tregua. La incalzavo sullo studio, sul fare i compiti ed impegnarsi molto senza mai una parolina di conforto. Solo raccomandazioni, spinte su spinte per migliorarsi.

E lei cambiava. Giorno dopo giorno diventava sempre più dura, sempre più inflessibile nel suo riserbo e nei suoi silenzi. Cambiava e nemmeno mi rendevo conto di cosa le stavo facendo. Sempre più rimproveri e sempre meno sorrisi. Che stupida sono stata, non ho mai saputo ascoltare quei silenzi, sono sorda da una vita e non me ne sono mai resa conto. Rinunciavo all’affetto solo per incitarla nello studio di certe materie che nemmeno le sarebbero servite mai nella vita ma che reputavo rilevanti per il suo avvenire; sul pulire casa, lavare i piatti e altre cose senza importanza. Barattare l’amore per delle cose futili non è mai un buon affare.

Mi bastava semplicemente abbracciarla e baciarla augurandole una buona e serena giornata prima di andare a scuola e fare lo stesso al suo ritorno. Tutto qua. Sarebbe stato sufficiente fare questo ogni santo giorno e ne saremo state appagate entrambe. Una piccola oasi nel caos della vita. Un sospiro di sollievo in questo lungo cammino insidioso, un cammino che ci costringiamo ad intraprendere tutto in salita senza nessuna logica.

E si andava avanti così fino alle medie, con l’adolescenza che si portava dietro tutti i suoi problemi e i suoi trambusti a peggiorare le cose. È stata una fase terribile, solo ora me ne rendo conto, l’abbiamo attraversata nel peggior modo possibile. A stento le usciva un “ciao” ogni volta che usciva o rientrava, figuriamoci i discorsi; sembravamo delle perfette sconosciute. Non capisco perché certe cose si riescano a vedere solo col senno di poi.

Dopo, con le superiori le cose non sono certo andate diversamente, siamo rimaste coerenti fino in fondo nelle nostre personali solitudini, perse nella nostra monotona quotidianità. Ripensando al passato non vedo altro che pura follia, non potrà mai esserci nient’altro di più orribile del mio fallimento come madre.

Finché un giorno ha lasciato il nido e si è fatta una vita propria.

Ora anche lei ha una figlia con due fratelli. Ormai sono grandi ed ognuno di loro ha preso la propria strada. I maschi non li vediamo molto spesso, ma la figlia viene a trovarci ogni tanto per passare qualche domenica assieme a noi. Le osservo attentamente quando parlano tra loro, discorsi lunghi, a volte importanti altre volte semplici pettegolezzi tra donne, ma i sorrisi sempre meno frequenti, troppe volte assenti. Le visite sono alla lunga diventate solamente un obbligo, dei compiti che ci si sente in dovere di svolgere. È una cosa triste, una scena che sembra ripetersi da milioni di anni. Vorrei fare qualcosa, dire loro che non è questo il modo, ma come potrei? Con quale faccia poi? Da che pulpito arriverebbe la predica? Sembrerei solo un’ipocrita.

Dio, mi auguro che questo non accada in tutte le famiglie, che siano solo dei casi a parte come il nostro. Sarebbe terribile. Troppe volte ho visto scene del genere, come la mia vicina di un tempo, dove non sentivo altro che urla e rimproveri a tutte le ore del giorno con le proprie figlie. Ora non si parlano più, qualcuna ha persino rotto i contatti del tutto. Ma perché poi? Ma cosa ci succede? Cos’è che ci fa cambiare in questo modo?

Tiriamo su i nostri figli come meglio possiamo e molte volte facciamo anche un buon lavoro. Crescono forti, educati, zelanti, ma manca sempre la cosa più importante. Quello di cui noi madri non abbiamo mai capito niente. Dimostrar loro il nostro affetto, fargli capire che su di noi possono contare costantemente nel bene e nel male. Abbracciarli anche quando sbagliano e non solo punirli, aiutarli quando sono in difficoltà e non abbandonarli a se stessi, perché a volte tentare di cavarsela da soli non sempre porta a dei buoni risultati.

No, decisamente sull’affetto abbiamo molto su cui lavorare. Bisogna spingere su questo tasto o ci ritroveremo prima o poi col piangerci addosso.

Per me ormai è già tardi, l’unica cosa che posso spingere a questo punto è solamente questa specie di trespolo con le rotelline che faticano a girare. Uno stupido e singolare attrezzo che come ho già detto, mi consente ancora di reggermi in piedi.

La sua voce è alta, le sue parole mi arrivano chiare e comprensibili. Non sono ancora abbastanza sorda per potermi sottrarre ad esse. Tengo la testa bassa con la scusa di concentrarmi sulle mie gambe lentissime a muoversi, la verità è che ho gli occhi intrisi di lacrime e faccio di tutto perché non ne scivoli nessuna sulle guance.

Nemmeno riesco più a vederle le gambe.

Ancora un passo.

Ancora un altro piccolo… dolorosissimo… passettino!

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