Un tempo…

Un tempo nuvole e fantasia erano un tutt’uno.
Avanzavano di pari passo sospinte dal vento.
Un asinello sapeva trasformarsi in aquilone in pochi attimi, e questi volar via nel cielo azzurro senza nessuno a sorreggerlo o guidarlo con un filo. Soltanto il suono delle risate di noi bambini si librava nell’aria assieme a lui ad accompagnarlo nel suo tragitto.
La risata di un bambino è una stupenda melodia, non ci troverai mai note stridenti a rovinarne il componimento. È una partitura linda e armoniosa, un capolavoro impeccabile.
Un tempo potevi sentirle ovunque, le strade ne erano pregne del loro fragore, nei giardini i fiori parevano nutrirsi della loro vivace energia. Le farfalle ci andavano a nozze.

Un paesino com’era il mio sapeva far risaltare tutti questi piccoli eventi, non ti ponevi problemi se apprezzarli o meno, ci vivevi e basta. Ed era un bellissimo viverci.
La piazza centrale, all’ombra del secolare olmo, era meta d’incontro dei vecchi un po’ ricurvi nei loro bastoni che sembrava scegliessero con cura il posto dove sedersi. Bramosi di chiacchiere a volte allegre altre seriose, passavano ore a discutere del più e del meno, i più loquaci risultavano essere sempre i primi ad alzare i toni ogni qualvolta il discorso prendeva una piega un tantino nodosa, mentre quelli un po’ laconici si limitavano ad annuire in modo sardonico ai loro pensieri senza troppi coinvolgimenti.

Un tempo persino la campagna era ridente, sapeva ricambiarti del duro lavoro che svolgevi.
I pettirossi impavidi si avvicinavano all’indefesso vomere che pigramente rivoltava la terra, al più lesto spettava il lombrico più appetitoso. Le ballerine bianche più prudenti, si tenevano indietro accontentandosi di ciò che avanzava ma sempre appagate del loro frugale pasto.
Il raccolto soddisfaceva i contadini, raramente si sentivano lamentele. Chi subiva in qualche maniera una perdita veniva aiutato da coloro che erano stati più fortunati, nessuno mai ci perdeva. Il sole riluceva il sudore che imperlava le loro fronti nelle afose e dure giornate, le mani segnate dal duro lavoro non rinunciavano ad elargire carezze alle mogli che al tramonto li accoglievano liete con la tavola già imbandita.

I giovani baldanzosi coi loro motorini correvano dietro le ragazze che a loro volta, con fare avveduto cercavano di non cadere in riprovevoli comportamenti. Persino semplici parole travisate se sfuggite e gonfiate tali da giungere alle orecchie dei genitori potevano risultare assai fatali. Colui che è di bocca larga sa operare con maestria nel seminar zizzania.

Un tempo il mondo era più semplice, si faticava ma ci si adeguava con serenità.
Qualcos’altro oggi ha preso il posto delle nuvole, scie capaci di tramutarsi solamente in tristi e monotone immense piume.
Chissà che fine avrà fatto quella fantasia che ora nessuno cerca più?
Le risate nelle strade son diventate più riservate. I bambini molto più competenti nella nuova era digitale, ricalcano le posture dei vecchi, chini sui loro smartphone, a navigare in un oceano di informazioni. Gibboso si prospetta l’avvenire dell’umanità.
La campagna piange il suo star male, veleni su veleni a lenirne la sofferenza, ma è come spegnere un fuoco con la benzina. I raccolti son poveri e il clima non aiuta, ogni anno è sempre un incognita. I giovani ai campi da coltivare preferiscono cercare lavoro altrove.
Persino il canto del pettirosso sta diventando un lontano ricordo.

L’ombra dell’antico olmo non la cerca più nessuno; solitario e maestoso si erge al centro del paese in attesa ancora di quei vecchi discorsi fecondi di animate discussioni. La tv ormai si è arrogata il diritto dello svago, rintanando nelle proprie dimore quelle menti ammaliate dalle sfavillanti immagini illusorie.
Questo è il nostro tempo, alzo lo sguardo lassù in alto, cerco quell’azzurro di allora ma vedo solo un colore ormai sbiadito dai fumi, a stento riesco a scorgere la luna dietro quel cielo a scacchi.

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