Tu non sei nessuno

Del mio passato non ho perso un’ora, ho cristallizzato gli avvenimenti in uno spazio etereo, inaccessibile persino a me. Il ricordo è il luogo in cui, se non frequentato, le persone e le cose non subiscono la tempesta del tempo.
Ho avuto un’adolescenza, e ce l’ho ancora. Ho avuto un’infanzia, e ce l’ho ancora. Ho imbottigliato per sempre la fugacità di immagini, risate e danni che in nessun caso sarebbero rimasti fermi a rassicurarmi.
“Bisogna essere previdenti”, intimavo alla ragazza con i miei stessi capelli ramati, quella del treno, nella carrozza accanto alla mia, “e considerare la probabilità che le cose vissute siano come i bar delle stazioni in cui si entra per caso a cercare calore tra un grande viaggio ed un altro”.
Ciò che si lascia indietro sa tornare nel presente, in forme umane, nei corpi: nel mio caso il passato ha gli occhi preoccupati del professore con i capelli bianchi e i Levi’s 501, che mi vede arrivare e partire con lo stesso zaino di quando andavo a scuola, sempre più grande della mia schiena, anche se sono cresciuta, anche se stavolta sono stata altrove per molto; ha lo sguardo nero della ragazzina in tacchi a spillo, che beve birra al mare alle sei del mattino, per farsi grande a se stessa, che non si aspetterebbe mai di diventare come me; ha le pupille dilatate dello scrittore che soffre di allucinazioni, che sorseggia il terzo caffè dall’altra parte del bancone, che sta per partire di nuovo come me, senza sapere il vento dove lo può portare.
Nulla da portare, nulla da trattenere.
Ho avuto un’infanzia, e ce l’ho ancora, è tracciata di vuoto in vuoto, oltre le linee prestabilite di un disegno di vita colorato male, che volevo a tutti i costi storpiare, e cancellare.
Ho avuto un’adolescenza, e ce l’ho ancora, sui fogli calcati da parole impronunciabili, e su quelli bianchi, puliti, violati solo dalle lacrime.
“Adesso si viaggia leggeri”, lo ripeto per non trovarmi male, lì dove andrò, “per evitare”, “per non fare in modo che”, “per far si che”, “per assicurarmi che”, mi ripeto di non poter restare, di portare poca roba, di non tornare.
“Devo scappare”. Mi aspettano alla prossima stazione il professore, la ragazzina, e lo specchio da ammazzare.

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