Il pozzo

Finii al pronto soccorso per una bella botta in testa, avevo sangue ovunque e un asciugamano premuto sul taglio che non voleva saperne di smettere di buttare. Sono la regina dei bernoccoli perché sono sbadata, per questo non volevo nemmeno andarci al pronto soccorso. Io non me la vedevo la botta in testa ma gli occhi sgranati di chi ci dette un’occhiata mi persuasero che forse un giretto in ospedale era proprio il caso di farlo.
Allo sportello l’apatia dell’infermiera rinforzò in me la spavalda idea che dopotutto non doveva essere gran cosa, anche se ormai l’asciugamano era impregnato e sgocciolavo ovunque sotto gli occhi attoniti degli altri pazienti in attesa. Quando ormai ero convinta che mi avrebbe dimesso con un’occhiataccia di rimprovero per averle fatto perdere tempo e una diagnosi di bernoccolo mi portarono al rammendo.
Buonasera, permesso. E mi bloccai: su una barella c’era un corpo talmente vecchio e consumato dalla vita che, così d’impatto, non capii se era una cosa viva con tutte quelle rughine rattrappite su quel torace scoperto senza più pudore, forse delle pelli che una volta contenevano seni ma non ne sono sicura. Dalla statura minutissima ho poi pensato che si trattasse di una donna, una donnina. Una vecchina di quelle minuscole. Quella magrezza scarna, quelle pelli abbandonate sulle ossa mi fecero una pena che quasi stavo per scusarmi e tornarmene a casa. Prego, da questa parte. Come se la vecchina non ci fosse.
Come ho potuto fare come se non ci fosse? Quale ipocrisia s’era impossessata di me? Ho fatto di tutto per non guardare da quella parte, nemmeno mi importava che mi avrebbero rattoppato. Finalmente l’infermiera ha tirato un telo a separarmi da quella vista, così ho potuto rilassare almeno lo sguardo. Ma non smettevo di pensare alla cosa poggiata di fianco a me, con qualche filo a monitorare quanta vita le rimaneva sul fondo.
Mi sono lasciata ricucire, mansueta. Pensavo solo a quanto mi separa dal fondo, dall’avere un corpo così inerme, a quanto mi resta da vivere prima che la mia vita debba essere misurata in rimasugli.
Un ultimo sguardo prima di uscire a quel petto, questa volta ho voluto assicurarmi che il torace, sì, si muovesse, che respirasse. Perché? Perché me ne sono preoccupata? La vecchina era sicuramente accudita, anche se non vedevo un affaccendarsi attorno a lei. Perché mi sono assicurata che respirasse, perché con quell’ultimo sguardo ho voluto violare quel momento?
Ho cominciato un conto alla rovescia, mi sono impossessata della decadenza di quel corpo, l’ho usato, lo uso, l’ho derubato per contare, per contare quanto tempo mi resta, quanta vita posso ancora tirare su dal fondo del mio pozzo prima di essere compatita come una cosa poggiata lì a dar fondo alla vita.

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