Non mi abbandonare

Una mattina di fine maggio Elisa ricevette un’assegnazione a breve termine in una scuola dell’infanzia. Senza esitare accettò l’incarico, aspettava da tanto quel momento.

Si presentò a scuola. Doveva restarci pochi mesi ma ci trascorse cinque anni. Appena arrivò in classe si trovò di fronte ad una massa di capelli neri arruffati e due grandi occhi neri che la guardarono senza esitare. Tiziano aveva 6 anni e un disagio che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita. Appena lo sguardo di Elisa incontrò quello del bambino, lei decise subito che avrebbe cercato di fare un piccolo pezzo di strada insieme a lui.

Nato da una madre che non sapeva e non voleva fare la madre e, da un padre che avrebbe fatto meglio a non farlo il padre. Ma la vita, si sa, attecchisce là dove meno te lo aspetti, e Tiziano era nato su una roccia dura, scivolosa ed esposta alle intemperie della vita, e aveva dovuto imparare fin da subito a difendersi e lottare per sopravvivere. Fin da subito aveva conosciuto la disgrazia di crescere nella famiglia sbagliata. Sua madre non lo voleva, ma lui si era aggrappato alla vita con le unghie e con i denti.

Tiziano voleva bene a sua madre, anche quando lei scaricava su di lui le sue frustrazioni e fallimenti. Il figlio era per lei una zavorra, che avrebbe facilmente mollato. Ma Tiziano la rabbia e il risentimento lo covava dentro e crescevano giorno dopo giorno.

A dieci anni, quando perdeva ogni contatto con la realtà e riaffiorava ogni abuso e ogni violenza subita, avrebbe potuto uccidere se, avesse avuto tra le mani un’arma. Aveva, fin da piccolo, conosciuto l’attesa ai cancelli del carcere per vedere il padre e l‘abbandono di sua madre che lo parcheggiava a casa della nonna, anche in piena notte.

Restava via per mesi e quando Tiziano pensava di non rivederla più, la trovava una mattina, seduta al tavolo in cucina, come se fosse andata via un’ora prima. Ogni volta tornava sempre con un uomo diverso, che durava Natale e Santo Stefano e puntualmente scaricava sul figlio i suoi errori.

Tiziano cresceva e diventava ogni giorno sempre più violento, più aggressivo. Ce l’aveva con il mondo intero, e con ogni adulto che cercava di trovare un varco dentro la spessa corazza, che si era costruito per sopravvivere. Elisa provò giorno dopo giorno a strappare le maglie spesse di quella corazza, ma la costanza, la comprensione e l’amore che riceveva, non riuscirono a farlo sentire accettato e a dargli un posto nel mondo. Tutto ciò che di buono si costruiva veniva distrutto appena entrava in casa. La famiglia, la casa, erano per lui la sostanza tossica che lo stavano avvelenando giorno per giorno. Così decisero di allontanarlo dalla madre e di affidarlo ad una casa famiglia.

Lo portarono via una mattina di inverno. Lo andarono a prendere all’uscita da scuola. Sulle spalle uno zaino più grande di lui e nella mano destra una busta di plastica, con dentro due paia di mutande e calzini logori. Non aveva niente altro Tiziano quando arrivò alla casa famiglia.

“Quando esco da scuola mi portano là dentro” disse ad Elisa, la mattina, abbassando lo sguardo.

“Non voglio andare, ho paura” aggiunse con gli occhi pieni di lacrime. “Portami con te, ti giuro che non lo faccio più il pazzo” e le mise le braccia al collo, come solo lui sapeva fare nei rari momenti di affetto che riusciva a tirare fuori.

Ad Elisa le si strinse il cuore, davanti a quel bambino, che nessuno aveva saputo difendere e accudire.

“Non devi aver paura, Tiziano! Vedrai che ti troverai bene e tornerai presto a casa. Io verrò tutte le volte che potrò”, lo rassicurò, sapendo di mentire.

“Ti prego non mi abbandonare pure tu” le sussurrò all’orecchio.

Elisa non lo abbandonò. Gli fu accanto fino a che le fu permesso. Ogni giorno dopo il lavoro passava alla casa famiglia dove fu portato e con lui trascorse i giorni di Natale, compleanni e interi pomeriggi d’estate.

Non era stato facile per lui adattarsi. Stava cambiando. I rari momenti di tenerezza che mostrava da piccolo erano spariti. Il suo atteggiamento era sempre sulla difensiva. Stava bene, aveva nuovi amici e tante persone che gli volevano bene, ma lui sognava sempre che un giorno la madre lo avrebbe riportato a casa. Si sedeva al davanzale della finestra che dava sul cancello, per ore, con lo sguardo sulla strada, sperando e pregando che la madre venisse a prenderlo, ma lei non arrivò mai.

Un giorno decisero di trasferirlo in un’altra struttura fuori regione. La casa famiglia in cui stava non era più adeguata alle problematiche comportamentali di Tiziano. Nessuno riusciva più a contenere la sua rabbia e il suo disagio. Quando Elisa chiese spiegazioni, non ne ebbe. Non aveva nessun diritto di chiedere, il suo rapporto con il minore era puramente professionale le fu detto. Nessuno capì che lei era riuscita dopo tanti anni ad aprire una breccia in quel disagio che Tiziano si portava dentro. L’ultima volta che lo vide aveva 14 anni.

“Ora davvero non ci vedremo più” le disse guardando fuori dalla finestra della sua stanza, dove  aveva, invano tanto atteso sua madre. Quella volta fui lei a stringerlo a sé, con gli occhi pieni di lacrime. Lui non pianse, ormai aveva imparato a non farlo più. Si cresce in fretta quando si è soli al mondo. Elisa e Tiziano non si videro più, non poté più andare a fargli visita. Solo parenti di primo grado, in incontri protetti. Lei non era nessuno.

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