L’estate del ’65

Ce la ricorderemo così l’estate del ’65: un agosto caldo e ridente dopo un luglio fresco e piovoso.
La gioventù brillava nei nostri occhi e la strafottenza dominava i nostri sorrisi.
Tempo di vacanza, tempo di libertà.
Nelle teste ci brulicavano pensieri, progetti e fantasie che solo l’incoscienza suggeriva.
Idee cretine, se valutate con il metro degli adulti che siamo oggi, ma splendide e variopinte per i ragazzi un po’ cresciuti che eravamo, eppure non ancora uomini; idee che avevano il sapore di un’età che non c’è più e che proprio per questo ha il ricordo squisito di una brioche alla crema gustata in una mattina di sole insieme al cappuccino, seduti al bar sul lungolago di Angera.
Una comitiva numerosa la nostra, divisa in gruppi più piccoli che chiacchieravano, progettavano e realizzavano le idee fantasiose che ci venivano in mente.
C’erano i ragazzi e le ragazze grandi, quelli che si sentivano pronti ad affrontare la vita e c’erano  quelli più giovani, i fratelli e le sorelle minori, che si incontravano negli stessi posti, guardavano e ascoltavano ammirati le altrui prodezze, raccontavano a loro volta le loro e improvvisavano piccole bravate, speranzosi di essere considerati dal gruppo, quasi che mostrarsi avventati facesse parte di un rito di iniziazione necessario, tacito e scontato.
Io me ne stavo a metà.
Avevo diciassette anni e mezzo.
Avrei compiuto i diciotto alla fine di settembre.
Non avevo ancora la patente, non guidavo, ero incavolato con mia madre che mi aveva partorito a fine estate costringendomi, grande e grosso come ero e mi sentivo, a girare in motorino come un pischello qualunque.
Non ero più legato a doppio filo ai più giovani, perché potevo contare su un rassicurante fisico di adulto, ma non potevo stare a pieno diritto neanche tra questi ultimi, perché non avevo l’età, non avevo la macchina e non potevo andare dove desideravo nelle serate di luna piena a guardare lo scintillio d’argento sulle acque del lago con a fianco la ragazza che volevo.
Poteva essere un’estate tragica, fu una delle più divertenti della mia vita
Mariuccia-pelo-dorato, quella che non stava mai con nessuno, graziosa d’aspetto, timida come uno scricciolo e con una leggera peluria bionda sul labbro, che nessuno le aveva ancora mai suggerito di far sparire, di ben due anni più vecchia di me, mi scelse come suo ragazzo e fu la mia salvezza.
Ero il primo fidanzato per lei che passava per una tipa seria e studiosissima, frequentava il primo anno di università e forse era rassicurata dall’idea che fossi più giovane e che ciò potesse concederle  una sorta di potere su di me.
Io ero lusingato dall’idea di essere stato promosso ai ranghi di adulto e come tale mi atteggiavo, perchè potevo stare con il gruppo dei grandi, partecipare ai loro discorsi, spostarmi in auto e andare a ballare nelle balere dei paesi vicini.
Mariuccia, guidava, mi scarrozzava, mi baciava, si strusciava contro di me quando ballavamo avvinti al ritmo di “Tu sei quello”, cavallo di battaglia di Orietta Berti in quella estate memorabile.
Giurava di amarmi ed io mi sentivo importante.
Fu così che entrai nel giro del grande progetto: quello di piazzare il Nanni, alias il conte Farina, nell’alta società, garantendo a lui e di riflesso a tutti noi, un futuro roseo, facile e splendido.
Il conte era l’emblema dello scioperato per eccellenza.
Era un mito per tutti e aveva un solo desiderio: piazzarsi con la tardona giusta, ricca e piacente che lo mantenesse in modo dovizioso, allontanando da lui e per sempre  lo spettro di concludere qualcosa di serio e positivo nella vita, mettendosi, per esempio e finalmente a lavorare, aiutando suo padre nel forno di famiglia, la ” Panetteria Gibelli Amilcare e figlio, con mulino e forno proprio. Per consegne a domicilio tel. 94827″, come recitava l’insegna e la carta intestata dei sacchetti del pane.
Giovanni Gibelli, quello che tutti chiamavamo “il Nanni”, aveva 26 anni ed era il figlio maschio, unico e viziatissimo, del signor Amilcare e dalla signora Lina, lavoratori indefessi, persone serie a cui la sorte aveva regalato inaspettatamente un figlio bellissimo, con un sorriso smagliante, ma con nessuna voglia di rinchiudersi in negozio, “l’Azienda di famiglia”, come diceva l’Amilcare che aveva costruito la sua personale solidità economica alzandosi alle tre di notte e coricandosi alle cinque del pomeriggio da quando aveva tredici anni, tutti i santi giorni dell’anno, per tutti i gli anni che Dio gli aveva dato fino a quei suoi cinquantacinque in cui cominciava a desiderare di mollar tutte le responsabilità al figlio e godersi la pensione.
Ma il Nanni non ci sentiva.
Aveva conquistato con gran fatica il diploma di ragioniere, battendo tutte le scuole pubbliche e private del circondario: un anno qui, due anni là, ripetendo ogni classe più volte, fino ad impiegare così tanto tempo sui banchi di scuola che noi amici lo definivamo “laureato in ragioneria”  e lo chiamavamo “il dottore”.
Era stato compagno di scuola di quasi tutti i ragionieri prodotti in quelle annate tra Varese, Novara e Domodossola e i reportages delle sue interrogazioni erano mitici, tanto che ce li raccontavamo come barzellette da manuale.
Così come era stato da manuale il penultimo dei tentativi per superare l’esame di maturità, quando, abbastanza preparato, ma timoroso di essere bocciato, si era “scaldato” per l’orale bevendo qualcosa di forte, così che dal cappuccino era passato al caffè corretto, dal caffè corretto al digestivo, dal digestivo al wiskino, dal wiskino al grappino e dal grappino al sonnellino, addormentandosi in macchina, dove per tenere a bada l’ansia si era rifugiato in attesa del suo turno. Trovato un rassicurante rifugio nelle braccia di Morfeo, aveva mancato di presentarsi all’esame.
Bocciato, dunque, anche quella volta, ma rilassato e senza il trauma dell’interrogazione.
Alla terza volta ce l’aveva finalmente fatta e quell’estate, appunto, come gli ripeteva il padre, pensava a come organizzare il suo futuro, cercava conforto negli amici, esponeva i suoi desideri e discuteva i suoi progetti.
Quelle chiacchierate avevano un uditorio costantemente interessato.
Brillava tra tutti il Peretta, cioè Gaetano Coppelli, che frequentava con indolenza il terz’anno di medicina a Milano e nonostante tutto era in media con gli esami,  raggiungendo un ragionevole profitto. Nessuno di noi pensava che alla fine del corso di laurea potesse, però, aspirare ad un glorioso futuro professionale; niente diagnosi illuminate e citazioni nel Gotha della medicina, ma non gli negavamo la realtà di clisteri, lavande gastriche e supposte. Lui rideva e fingeva di indignarsi; diventò poi un famoso gastroenterologo, il che vuol dire che non ci eravamo sbagliati sul suo genere di capacità
C’era poi il Tappabuchi, ovvero Marco Castelli, figlio del tecnico comunale, che si era appena  diplomato geometra e che rispondeva con sussiego al telefono di casa quando chiamava qualcuno: “Pronto. Sono il geometra Castelli, il Geometra non c’è, dica, prego…”.
Non mancava mai Puccio-cazzocazzo, il figlio del notaio Noselli, che nonostante il collegio dei Rosminiani e l’educazione della madre, la signora Amalia, diceva le parolacce. Cercava di trattenersi, ma l’intercalare che lo aveva reso famoso era più forte della sua buona volontà.
E poi c’ero io che li ascoltavo tutti e aprivo gli occhi su un mondo che non mi sognavo esistesse, ma mi  intrigava e mi sembrava promettente.
Quell’estate, dunque, il Nanni aveva deciso di non legarsi a nessuna delle ragazze della compagnia, cercava la “soluzione finale” che lo avrebbe affrancato dai genitori e lo avrebbe soprattutto liberato dall’incubo della panetteria.
Non gli interessavano né l’arte bianca né la cassa.
Voleva andarsene lontano, voleva il gran mondo, voleva diventare un playboy e portava la conversazione sempre sul fatto che tutto stava nel conoscere la persona giusta per cominciare la scalata alla “sistemazione”.
Chissà perché e percome, un giorno di fine luglio Puccio, che aveva una sorella della madre, sposata ad un nobiluomo veneto con casa di vacanze a Lignano Sabbiadoro, se ne venne fuori dicendo che a Lignano c’erano belle donne, anche straniere e tutto era possibile. La zia, poi, festeggiava il suo compleanno il 14 agosto e si sarebbe potuto unire la cerca e la caccia a sane nuotate e vacanze gratis. Non ci fu un grande riflettere.
Organizzarono di andare a trovare la nobile parente, di farle un’improvvisata, di farsi invitare a pranzo, a cena e, perché no?, a dormire, per qualche giorno a cavallo del ferragosto con l’intesa di sondare, vedere, studiare e cercare la tardona giusta, dell’ambiente giusto, pronta a cadere ai piedi del Nanni.
La fiammeggiante Giulia Alfa Romeo 1600 TI, bianca, con interni neri, cinque posti, del signor Amilcare era a disposizione.
Chiaramente i Gibelli, padre e madre, erano lontanissimi dall’immaginare i piani reconditi dell’amato figlio. Credevano ad una tranquilla gita estiva a casa della cara zia del caro Puccio insieme ai cari amici di paese.
E così un giovedì mattina, alle nove e mezza, lindi e lustri come galletti, i gitanti si ritrovarono davanti al Santuario della Madonna della Riva, caricarono i bagagli, salutarono chi era venuto a salutarli, salirono in macchina e partirono.
Il Nanni guidava, Puccio nel ruolo di navigatore gli sedeva a fianco, Peretta e Tappabuchi stavano dietro insieme a me, perché anch’io ebbi l’onore di essere della partita e di tutto ciò che venne dopo fui testimone oculare.
Arrivammo a Lignano.
Stanchi.
La zia di Puccio, una bella signora alta e pettoruta, che ci accolse con grazioso e nobile calore, visto quanti eravamo, ci spedì alla Pensione Bellavista, raccomandandoci di riposare e di godere del vitto, dell’alloggio e della spiaggia.
A sue spese.
Ci congedò con altrettanta grazia, comunicandoci che eravamo invitati al pranzo del suo compleanno il sabato. Ci sarebbero stati i suoi amici di sempre e noi avremmo costituito la ventata di gioventù della serata.
Dormimmo come ghiri, mangiammo come lupi, ci rosolammo al sole estivo come la carne alla brace della grigliata di ferragosto.
Il sabato sera eravamo a casa dei signori Marcello e Maria Ivonne Pozzi del Mare Profondo di Sabbiaspessa, in via Trieste  n° 58, puntuali come non ci era mai capitato di essere e con l’occhio sgranato e attento a valutare le ospiti ricche, piacenti e disponibili alla causa.
Il patto tra noi era stato chiaro: buone maniere, stile, linguaggio forbito, conversazione interessante, e soprattutto assistenza discreta in ogni situazione al Nanni che doveva apparire quale galante e piacente milord.
Tappati nei nostri migliori vestiti, eleganti come si doveva, ci ritrovammo ospiti di una serata ben organizzata e piacevole.
Ci pavoneggiavamo nella nostra gioventù e ci davamo un tono che conquistava gli invitati della nobile magione.
Tra noi ci guardavamo negli occhi e tacitamente ci rassicuravamo.
Era quasi fatta, piacevamo.
E soprattutto piaceva il Nanni in pantaloni neri e giacca bianca, alto, bello e abbronzato che con un sorriso si mangiava un cuore.
La signora Quadri Scacchi, vedova non giovanissima, ma ben conservata, che era appena tornata da New York ed era in partenza per l’Inghilterra, ne era palesemente attratta e cercava di catturare il suo interesse.
Cominciò a descrivere la caccia alla volpe nella tenuta di amici britannici e dissertava creando paragoni storici con la caccia al cinghiale nella sua tenuta in Toscana.
Le due cose erano lontane nel tempo e nello spazio, ma Puccio era presente e vicino.
Tenersi per sé i suoi intercalari e il suo naturale entusiasmo era stato fino ad allora un esercizio di controllo attento e faticoso e quando la ricca e piacente Signora Amanda Quadri Scacchi, evidentemente compiaciuta, invitò per la settimana successiva il Nanni e qualche suo gentile amico ad accompagnarla nel Norfolk, ritenendo che l’obiettivo della missione fosse stato ormai raggiunto,
battè una pacca sulla spalla dell’amico e si lasciò andare ad alta voce ad una colorita battuta che ci tagliò fuori  per sempre dal mondo dei playboy:
“Cazzo, Nanni, ce l’abbiamo fatta! Questa donna è una f1@a di gallo!”.
La Signora Amanda Quadri Scacchi, visibilmente adombrata, lasciò il ricevimento all’istante e partì l’indomani mattina presto.
Sola.
Noi ci mettemmo in viaggio la sera stessa, perché la nobile e cara zia di Puccio ci invitò graziosamente a guadagnare la porta, il cancello, l’autostrada e casa nostra in un battibaleno.
Una volta a casa gli eventi precipitarono.
In un volgere breve di tempo la vita di Nanni cambiò: sua madre morì e il padre la raggiunse presto, andando finalmente a riposarsi in cielo.
Il Nanni sposò Mariuccia-pelo-dorato, la virtuosissima per eccellenza, incinta di quattro mesi. Vendette la panetteria e si trasferì con lei in Sud America.
Da lì, a Natale, fino a qualche anno fa, mandava ancora cartoline e scriveva che era felice.

4 Commenti per “L’estate del ’65

  1. Piacevolissimo, molto ben scritto e costruito con maestria. Un’ironia benevola e arguta che fa rivivere, a chi li ha vissuti, quegli anni spensierati.
    Per chi non c’era può richiamare quei film di ‘commedia all’italiana’ in bianco e nero, piccoli e grandi capolavori delle stagioni di allora.

  2. Complimenti, ottimo racconto che fa’ rivivere i favolosi anni 60/70.
    Piacevole da leggere.

  3. E’ stato un vero piacere leggere questo racconto,
    Complimenti!
    Grazia

  4. L’inconfondibile profumo della fine degli anni 60 si chiama adolescenza per me. Profumo di ricordi, di amori, di scuola, di esami. Bellissimo racconto, come sempre ben scritto e ben articolato. E’ un piacere e un tuffo nel passato poterlo riassaporare. Brava.
    Sandra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *