Giordano

Fonte di vita.

Siamo fatti d’acqua: è vero, il nostro corpo sembra solido, ma in prevalenza è fluido, assume liquidi ed espelle liquame. Litri e litri spazzano le scorie, rinfrescano la psiche, rigenerano la massa, altrimenti aridamente inerte.

La cascata! Tante piombano giù, gelide e fagocitanti. Impulsi d’acqua viva sferzano gli avventori, candidamente ignari, fino al gelido impatto che li richiama alla realtà.

La corrente. Sinuosa, senza posa, ma anche retta, per chi se l’aspetta. Coinvolge chi l’asseconda, lo trascina. Tutto scorre, panta rhei, e noi immersi lì, in un eterno flusso valoriale.

Il fiume. Ungaretti ne conobbe i corsi. Parole rupestri, indici di scorrimento, ma non nodi scorsoi, tutt’altro: lemmi liberi, ripidi e rapidi, refrigeranti, allocutivi.

Il mare. Spazioso, ospitale, pieno di vascelli. Ma anche fonte di cibo per animali acquatici e volatili dal becco adunco. Chi nasce nauta cavalca l’asse idrico del globo.

La pioggia. Gocce, perle. Pura frescura di verzura, rigenera la pelle, ebbra di rugiada.

Supermercati: blocchi di bottiglie, plastica da riciclo. E dentro tanta energia, tutta pulita!

Tali idee mi assalivano la mente mentre pativo lo stillicidio.

In che senso, reale o virtuale?

Entrambi, direi. La nostra vita va avanti, attimo per attimo, goccia a goccia, senza fermarsi mai. Non pensiamo mai alla sua brevità, a come in un istante dovremo dirle addio. La sfruttiamo, sviliamo, depauperiamo, in mille faccende affaccendati, e quando la vediamo lì, consunta, svilita, ancora non ci accorgiamo che è finita.

Seneca docebat… Ma chi pensa più al Cordovano, oggigiorno? «Lèvati di torno», tuonerebbe il maestrale. L’essere è frale, s’ode l’eco dell’ode a Recanati, gli scudi sollevati.

Giordano era tredicenne. La sua famiglia lo adorava e lo iscrisse all’Istituto più caro dell’Urbe. Non riusciva a capire il bene di cui era stato ammantato. Tutto gli sembrava scontato, come se nella vita non ci voglia uno sforzo immane anche solo per procurarsi il pane. Ora che tutto è alla portata, gli orari dettano i ritmi, ma non le regole.

Gli piaceva pavoneggiarsi tra gli amici, certo d’un futuro radioso, come il passato gli aveva ventilato. Suo padre, un onesto funzionario statale, gli procurava il necessario. La madre e il fratello, non meno attenti, anzi carezzevoli, gli garantivano il resto: attenzione, protezione, percezione di vibrazioni, nel consorzio nobile e certosino degli spiriti eletti.

Eppure non gli bastava. Doveva ferire, oltraggiare. Così se ne andava in cima a quell’albero, con la fionda, e prendeva di mira i passanti. Uno, due, tre, e così via, senza fine. Perché la hybris è un immondo piacere, assolda le schiere.

Quel viandante, però, aveva lo sguardo fino. Evitò il colpo. E non solo. Guardò lassù e vide il dispettoso. Impenitente, pensava di farla franca e che la gente, nata stanca, mai avrebbe cercato il luogo dell’agguato. Ma non fu così. Quella volta incontrò un fiero rivale e le cose gli andarono male.

Il passante cominciò ad agitare il tronco. L’albero oscillava e volteggiando a destra e sinistra, alla fine, dopo metri di volo, lo depose sul prato. Neanche Agave poté mai tanto…

Non c’era nulla da fare: furibondo, decise di rivalersi, senza pietà. Volarono ceffoni, ma soprattutto percosse, quelle che ottundono la mente, offendono le ossa.

Il ragazzo giunse le mani, implorò pietà. A quell’età, volente o nolente, è d’obbligo la carità. Così ottenne il perdono: «penso, quindi sono» fu la massima trainante che diresse il volere dell’astante.

Al ritorno, pensava all’accaduto. Si sentiva perduto, ma a tavola avrebbe trovato la solita, sapida cena, con tanto d’affetto. Tuttavia nel petto dominava un dilemma feroce: a chi dar voce, all’animo fuggiasco, atroce e clandestino, o alla guida del cammino, la morale della coscienza?

Per chi non riesce a stare senza, e parla il sottoscritto, non c’è alloggio, non c’è vitto, che possa garantire la presenza. Il patto con noi stessi è fermo e blindato solo se solidamente ancorato. Quegli anni trascorsi non sono solo memoria, ma compongono la storia, marcano l’identità di questa labile realtà.

Giordano – sì, il suo nome era lo stesso del fiume israeliano, nonché dell’ardimentoso Bruno – Giordano andava piano. Non voleva rientrare presto né deludere la missione, vanificando gli insegnamenti del Maestro.

Ipse dixit. Ma chi lo disse? Non ricordava bene, nella sua vita troppe catene, obblighi formativi, moniti precettivi, input contrastivi.

Fu allora che si fermò. «Ma un padre io ce l’ho?» Non gli ho mai chiesto niente, vada pure ciò che dice la gente, che la vita prevede priorità, cronologiche e autoritarie, ma non so cos’avverrà, se tutto sarà come prima o fatalmente interverrà la rima: «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto/ chi ha rato, ha rato, ha rato:/ scurdammoce ’o ppassato…».

Tornato a casa, vide il desco ben bardato del consueto desinare. Attorno alla tavola, il padre con la bottiglia, la madre provvidenziale dispensatrice delle vivande prelibate che solo lei sapeva imbandire, ed accanto suo fratello, silenzioso ma autorevole. Era ormai lui il vero dominus, da quando quel male insidioso ed imprevedibile aveva colpito il pater. Penetrato nel cervello, il virus ne aveva intaccato i delicati equilibri. Ormai quel genitore sapeva e non sapeva, e tutto era normale, ma solo in apparenza, dominando incontrastate le pirandelliane sfaccettature dell’esistenza priva del prima.

Lo sguardo basso, divorava i bocconi con la solita furia, azzannando l’adolescenza, l’età che non torna, mentre una rigida paternale iniziava a scardinargli il cervello.

E fu allora, sul più bello, che d’un tratto si rivoltò. Lo sguardo fisso negli occhi del padre, lo sfidò ad un duello verbale: «Ma chi ti credi di essere? Non vedi che sei superato? Tutto quel che ti circonda è più avanti di te, sei mille miglia lontano. Hai studiato i padri del passato, ma non sai leggere il presente, tanto meno comprenderai il futuro! Non capisci proprio niente, sei più duro d’un mulo!»

Il padre accusò il colpo. Non sapeva cosa dire, se replicare o chiudersi in un tacito dissenso. Poi sbottò.

«Ma TU chi ti credi di essere?! Ti ho messo al mondo, non hai bevuto una goccia d’acqua senza che io l’abbia versata per te. Lavoro ogni giorno per il tuo futuro, senza un lamento. Tutto ciò che ho è della mia famiglia, eppure il nome è eloquente… patri-monio, non merci-monio o pande-monio!!! Non permetterti mai più di dubitare di me, di misconoscere la fides di cui è permeato il tuo profilo genetico, identitario! Certo, i tempi sono cambiati e non saprei attenuare gli orizzonti che il mio genitore, valente pittore, concesse allo sguardo dei suoi estimatori. Ma siamo comunque vicini, non possiamo fingere di volerci bene e trovarci altrove»

Giordano abbassò di nuovo lo sguardo. Nel mentre, il suo pensiero volava lontano, richiamava le parole d’affetto sincero che il papà gli aveva dedicato, ne rievocava i giochi sottili e le battute puerili, tenero viatico della quotidiana pratica ridanciana che gli aveva colorato l’infanzia.

L’odio divide. È un’orrenda bruttura, se serpeggia, separa gli animi e spacca i cuori. Figlio e genitore non potevano immaginare che tutte quelle stille di rancore si fossero incancrenite, creando dissapori. Purtroppo ci vuole poco a rovinare il bello della vita, un solo attimo a sfaldarlo. Al contrario, ci vogliono sforzi immani per costruirlo.

Quel virgulto accanito, disilluso e sfiorito, uscì di casa per capire cosa fare.

Si distese sul prato, meritandosi coccole verdi ed una carezzevole bruma in cerca di posa. Guardando la luna rimase impressionato. Allora si rivolse al cielo, chiedendogli un conforto generoso. Gutta cavat lapidem, «la goccia scava la roccia»: il fiume ebbe il suo battesimo.

Giordano, non più povero d’acqua, si nutriva di linfa vitale, mentre attorno s’allestiva il rituale. Il Cielo dialogava con la Terra, tramite quella retta divina che, scomposta in mille rivoli, restituisce pace e benessere al suo fortunato destinatario. Intanto lui chiudeva gli occhi, pensava a tutti gli amici, o presunti tali, che riempivano le sue giornate. Presto avrebbe lasciato il Paese, in cerca del futuro. Il must era abroad, non c’era alternativa. Ma intanto il cuore lo teneva fisso su quel prato, umido e tumido, in una fragranza irreale.

Mancavano solo le lacrime. E sgorgarono, dolci compagne delle stille pluviali, a creare corsi fluviali, inarrestabili, epocali.

Il padre lo vide disteso e gli corse incontro. Non fu uno scontro, ma un abbraccio: il docile abbraccio che congiunge il perdono, in un alveo gentile, un bacino incantato.

I valori umani irrigano la vita. Generazione dopo generazione, zampillano freschi e fondano la memoria, affogano l’oblio.

Noi tutti siamo immersi in questo oceano accogliente: non importa quel che dice la gente, conta solo impugnare il timone e seguire la passione.

Spero che il porto sepolto appena svelato rimanga per molto: è il giardino incantato che illumina d’immenso, si tinge d’incenso in un intenso concento.

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