Seguimi, non ti ruberò molto tempo. Quella che ti voglio raccontare è una storia di due donne, le cui vite si sono incrociate per qualche ora in uno di quei momenti che nessuno vorrebbe mai vivere.

La nostra storia si svolge all’ospedale Niguarda di Milano, ma prima voglio mostrarti un’altra cosa. Fermiamoci un attimo in via De Amicis. Le vedi tutte quelle bambole appese al muro? Siamo di fronte al “Muro delle Bambole”. Ognuna di esse rappresenta la storia di una donna di cui non conosciamo il nome. Una storia di violenze subite. Molto probabilmente la storia di un femminicidio. La storia di una donna vittima della violenza di un uomo, che non ha avuto la forza o il coraggio per denunciare quello che stava succedendo, o che forse, ancora peggio, ha urlato chiedendo aiuto ma non è stata creduta o ascoltata. Sono tante vero quelle bambole? Se ti vengono i brividi a guardarle non ti preoccupare. Anzi, ti dovresti preoccupare se non provassi nulla di fronte a questo muro che rappresenta una vergognosa pagina del nostro mondo.

Ma ora spostiamoci. Su questo muro c’è una nuova bambola, legata a una nuova storia di cui ti voglio parlare.

Andiamo all’ospedale Niguarda di Milano. É un freddo e buio pomeriggio di dicembre. Entriamo nella stanza in fondo al corridoio. La stanza numero 237.

Ecco le due donne di cui ti parlavo. Quella nel letto vicino alla finestra si chiama Asia. Ha i capelli castano scuro, legati dietro la testa con una coda di cavallo. Ti assicuro che ha un viso dolcissimo, un sorriso coinvolgente e due splendidi occhi azzurri che ti colpiscono per la loro vivacità. Certo, ora non puoi vedere nulla di tutto ciò. Sta dormendo. E il suo viso è pieno di lividi e ferite. Oltre ad un trauma cranico ha anche diverse fratture sparse ovunque sul suo corpo.

L’altra donna, nel letto a fianco, si chiama Gaia. Ha i capelli corti, biondi e lisci. Lei non sta dormendo e possiamo vedere il verde dei suoi occhi, ma non riusciamo a scorgere nessuna scintilla o segno di vitalità nel suo sguardo. Anche lei ha il volto deformato da vari ematomi, il labbro superiore gonfio di un colore viola scuro e il suo naso è avvolto da una benda impregnata di sangue, da cui fuoriescono solo le narici. Sta fissando una dottoressa seduta su una sedia al suo fianco che le sta sussurrando qualcosa.  Avviciniamoci ancora un po’ e ascoltiamo.

«… lo so che ora sei terrorizzata, ma devi lasciarti aiutare. Quello che ti è successo potrebbe riaccadere, e tu non devi permetterlo.»

Gaia continua a fissare la donna senza parlare, con uno sguardo totalmente assente. Poi di scatto si gira dalla parte opposta e chiude gli occhi, che si stanno riempiendo di lacrime. La donna al suo fianco (probabilmente una psicologa) le poggia una mano sulla spalla, sospirando.

«Riposati ora. Tornerò domani. E pensa bene a quello che ti ho detto: se non lo denunci, lui lo farà ancora. E poi ancora, e ancora…»

La donna si alza ed esce dalla stanza, lasciando Gaia e Asia sole con le loro ferite.

Sediamoci su questa sedia e lasciamo che il tempo scorra.

 

Ora è notte. L’orologio appeso alla parete segna le ore 3:30. La stanza è buia e sentiamo il respiro affannoso delle due pazienti. Una voce debole cattura la nostra attenzione.

«Ehi… sei sveglia?»

«Sì, non riesco a dormire.»

«Ascoltami, voglio raccontarti la mia storia, spero ti possa aiutare…»

Gaia accende una luce e si volta verso Asia, che è sdraiata supina nel suo letto.

«No, spegni la luce… Sono conciata da buttar via e non voglio che tu veda il mio volto.»

La luce si spegne e torniamo avvolti dall’oscurità. Asia inizia a raccontare.

«Non voglio annoiarti troppo, perciò andrò subito al dunque. Sei anni fa ho conosciuto l’uomo che mi ha ridotta così. Ci siamo sposati quasi subito e altrettanto velocemente abbiamo avuto un figlio, che ora ha quattro anni. Tutto sembrava andare per il verso giusto: entrambi lavoravamo, non avevamo uno stipendio elevato e non facevamo una vita da miliardari, ma riuscivamo ad avere un’esistenza dignitosa senza farci mancare nulla. Mio marito non è mai stato aggressivo, fino a circa un anno fa. Stavamo discutendo, come avevamo fatto altre mille volte… nulla di importante. Fortunatamente nostro figlio era a dormire dai miei suoceri. A un certo punto, mentre stavo parlando si è alzato, si è avvicinato e senza che io potessi realizzare cosa stesse accadendo mi ha colpita in pieno volto con un pugno. Ho sentito il rumore delle ossa del mio naso sgretolarsi, prima di avvertire il dolore. Sono rimasta immobile, incredula, ferma a guardarlo, sperando invano di vedere un minimo di rimorso nel suo sguardo. Le sue uniche parole sono state “Dillo a qualcuno e ti spacco anche i denti, chiaro?”. Poi si è infilato la giacca ed è uscito. Sono andata al pronto soccorso ed ho raccontato di avere sbattuto al buio contro l’anta di una mensola della cucina. Da quel giorno la mia vita non è mai più stata la stessa. Ogni volta che avevo qualcosa da dire o non facevo ciò che voleva arrivava la sua risposta. E non era mai una risposta verbale. Pugni in pancia, tirate di capelli, schiaffi. Ha imparato a non lasciare segni e (grazie a Dio…) a non farsi vedere dal bambino. Ed io ho imparato a non rispondere più e a non contraddirlo. Quando qualcosa non andava mi chiudevo in bagno e piangevo, cercando di non fare sentire i miei singhiozzi. Ma anche questo ha iniziato a dargli fastidio. Una sera ha sfondato la porta del bagno, mi ha afferrato la testa e me l’ha sbattuta contro il lavandino. Ho perso i sensi. Quando mi sono svegliata, ero in ospedale, lui era al mio fianco con lo sguardo terrorizzato. Piangeva ed io ho pensato “Forse stavolta ha pensato di avermi ammazzato, si è spaventato… sì, non lo farà più”»

Asia sospira. Gaia la ascolta in silenzio. Le sembra di ascoltare qualcuno che racconti la sua stessa storia.

«Così ho confermato la sua versione», prosegue Asia, «e cioè che ero caduta dalla scala mentre cambiavo la lampadina del bagno. Questo è successo circa dieci giorni fa. Ieri la mia speranza in un suo cambiamento si è infranta contro una camicia rovinata. La sua preferita, diventata di un colore tendente al rosa dopo un lavaggio sbagliato. Mi ha sbattuta a terra, si è seduto sopra di me e ha iniziato a colpirmi. Questa volta senza stare attento a non lasciare segni. E senza badare a dove fosse nostro figlio, che era seduto proprio dietro di noi, sul divano a guardarsi un cartone animato della Peppa. Ha iniziato a piangere e ad urlare: “Papà smettila! Lascia stare la mamma…!”. Mi stava massacrando di pugni, ma in quel momento pensavo solo a mio figlio. Gli ho urlato di andarsene in camera sua mentre cercavo di ripararmi il volto. Poi ho di nuovo perso i sensi e mi sono risvegliata qui in ospedale solo oggi pomeriggio. La cosa che più mi addolora è ripensare allo sguardo del mio bambino mentre assisteva incredulo alla scena in cui suo padre (“il mio papone”, come lo chiama lui) picchiava a sangue sua madre (“la mia mammina”). Spero solo che crescendo non diventi mai come lui, e l’unico modo per evitarlo è reagire. Mia madre mi diceva sempre “Se un uomo non ti rispetta, non è un uomo: tu alza i tacchi e vai!”»

Asia si ferma. Non la vediamo, ma sentiamo il suo pianto. Gaia non dice nulla. Forse non trova le parole adatte. Non la biasimo: cosa potresti dire in una situazione del genere? Con una voce resa tremula dai singhiozzi Asia riprende a parlare.

«Beh… dopo tutto questo, sai cosa ho fatto io oggi, quando mi hanno chiesto cos’era successo? Ho detto che rientrata in casa ho trovato un ladro, probabilmente entrato dalla finestra che avevo lasciato aperta: preso dal panico per essere stato scoperto mi ha aggredita e mi ha ridotto così… Capisci? Non ho ancora avuto il coraggio di affrontare la realtà! Ho sposato un mostro, ma non è lui a tenermi prigioniera: sono io che non sono capace di andarmene. Un po’ come nella storia de “La Bella e la Bestia”, dove Belle, anche potendo, non è riuscita ad allontanarsi dal castello. Solo che nella storia la bestia nascondeva un animo nobile e lentamente si è trasformata in un Principe. Mentre nella mia vita è il principe che cela l’indole della bestia in cui ormai si è trasformato. Ed io non ho il coraggio di denunciarlo, o quantomeno di andarmene. Solo che in questo modo metto a rischio anche il futuro di mio figlio.»

Asia scoppia ora in un pianto disperato.

Gaia riaccende la luce.

«Senti, siamo ancora in tempo domani potremmo…»

La sua frase rimane sospesa, le parole le muoiono in gola. Il letto al suo fianco è vuoto. Le lenzuola sono tirate. Ma nell’aria sentiamo ancora il pianto disperato di Asia, che lentamente si attenua, fino a scomparire nel nulla.

Gaia preme il pulsante sopra il suo letto e quasi subito un’infermiera entra nella stanza.

«Che cosa succede cara?»

«Asia, la donna che è in stanza con me… L’ha vista? Mi stava parlando, poi ho acceso la luce e lei non c’era. Forse è uscita… era sconvolta.»

L’infermiera si avvicina alla donna, la aiuta a distendersi.

«Non so come dirglielo…»

«Cosa?»

«La signora Asia ha avuto una grave complicazione causata dal trauma cranico ed è deceduta. Tre ore fa. Lei non si è accorta di nulla perché era sotto sedativi.»

«Ma io l’ho vista poco fa… mi ha raccontato la sua storia!»

«Probabilmente stava solo sognando. Ora non ci pensi e torni a dormire.»

L’infermiera esce dalla stanza e spegne la luce. Gaia si riaddormenta e nel buio ogni tanto sentiamo ancora in lontananza il pianto disperato di una donna che non ha avuto il coraggio di denunciare uno degli atti più meschini e vili che un presunto uomo possa compiere.

 

Sono passati cinque giorni dalla morte di Asia.

Il tramonto tinge il cielo di sfumature rosa mentre Gaia cammina lungo il naviglio di Milano. È una giornata invernale, fredda ma luminosa. Gaia ha trovato il coraggio di denunciare suo marito. Ora spera solo che la sua voce non rimanga inascoltata. Giunta al Muro delle Bambole, si sofferma ad osservare le pigotte che oscillano leggere al vento. Ce ne sono di ogni dimensione, colore e materiale, ma tutte sono unite da un filo comune: sono state appese lì per raccontare storie spesso troppo dolorose per essere espresse con le parole.

La storia di Gaia, purtroppo, è tra quelle dolorose. Ha vissuto il dolore della violenza, ma ora spera che il suo coraggio possa portarla ad una nuova vita. Ha portato una bambola, per ricordare Asia, la donna che in ospedale non è sopravvissuta agli eventi che l’hanno ingiustamente travolta. E per non dimenticare il suo passato, tragico e doloroso, che spera di poter lasciare appeso a quel muro.

Con mano tremante, Gaia appende la sua bambola al muro. Mentre lo fa, altre donne si avvicinano, alcune con occhi lucidi, altre con sorrisi di incoraggiamento.

Gaia si allontana commossa. Il sole, ormai basso sull’orizzonte, proietta ombre lunghe sui tanti volti delle bambole appese, ognuna delle quali rappresenta una voce che dobbiamo sperare non venga più messa a tacere, un simbolo della lotta contro la violenza, per un futuro senza vittime innocenti.

 

Questo breve racconto è stato scritto in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, ed è pubblicato nel libro “Buio a Milano” di Aaron Scott.

 

FEMMINICIDIO – Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.

L’85% dei femminicidi avviene in famiglia. Nel 28% dei casi “noti”, le donne uccise avevano subito precedenti maltrattamenti spesso note a terze persone.

Dal 2000 a oggi sono 3.100 le donne uccise in Italia, più di 3 alla settimana, nel 77% dei casi vittime di un familiare e nel 92% di un uomo. Una donna su tre è stata uccisa a mani nude per percosse, strangolamento o soffocamento. Il femminicidio è spesso un’escalation di violenze e vessazioni di carattere fisico. I dati disponibili indicano un’elevata frequenza di maltrattamenti pregressi a danno delle vittime.


IL MURO DELLE BAMBOLE – Nato come installazione artistica e divenuto simbolo contro i femminicidi e la violenza sulle donne, il Muro delle Bambole (in inglese Wall of Dolls) di Via De Amicis a Milano, ha acquisito tanta notorietà da diventare un modello di sensibilizzazione anche in altre città.

Nel 2013 l’artista, cantante e conduttrice televisiva Jo Squillo ebbe l’idea di un’installazione artistica del tutto particolare per simboleggiare la sofferenza delle donne di fronte alla violenza: una griglia appesa ad un muro cittadino su cui affiggere foto di alcune delle vittime e bambole in stoffa, sul modello delle classiche pigotte. Alla realizzazione dell’installazione diedero il loro supporto 50 stilisti, 20 artisti e 30 associazioni no profit. In particolare le allieve della sartoria meneghina della Scuola San Giusto si impegnarono a realizzare un buon numero di bambole. La scelta dell’artista di non chiudere l’opera in un museo, ma farla vivere in un luogo pubblico è stata voluta sin dall’inizio: portare le persone che passano e guardano a chiedere e quindi a riflettere sull’impegno da esercitare, quotidianamente, contro i femminicidi e la violenza.

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