Argenta

Ti donarono a me, timido e vulnerabile.

Subito avesti il nome: Argenta, sintesi della tua bellezza.

Agile, suggestiva, volavi sicura.

Per strada, sui prati e in collina: noi due, binomio mai domo.

Sullo sfondo il traguardo, appena oltre lo sguardo.

E i tratti distintivi: le ruote, il manubrio, freni e pedali, fili e strutture, l’architettura.

Tenue sbrilluccicavi, dinamismo garantito, controllo assistito.

Poi avvenne il disastro.

Sull’autobus, quella mattina, fui l’ultimo a entrare.

Rassegnato, in piedi, in affanno, asserragliato.

Ma il peggio doveva venire…

L’urlo del bullo, dal fondo della corriera.

Il tuono del soprannome.

Sfregio pubblico e frontale.

Reagii.

Mi feci strada tra la massa informe.

Raggiunsi l’aguzzino.

Lo presi per il petto, tra lo stupore generale.

Subito la sfida: arrèt alla Ripa.

Sillabe inveite, il luogo stabilito.

L’ora? Le quattro.

Meglio prima che dopo.

Garcia avrebbe capito.

Arrivai, dopo mille flessioni, per parare la struttura.

Argenta con me.

La parcheggiai, sul cortile posteriore.

Provò a supplicarmi, fino all’ultimo istante.

Uno sguardo intenso.

Un conato disperato.

Ma non ce la facevo.

Non potevo sottrarmi.

La legai al palo e l’accarezzai.

Volevo un mondo di bene

alla mia bici perbene.

Non doveva soffrire.

Almeno lei.

E così mi avviai.

Ma non era da solo.

Con lui, una masnada.

Due, tre, quattro, dieci, venti…

Manigoldi riuniti.

L’unione fa la forza, ma anche la violenza.

Non mi feci intimorire.

Lo affrontai.

Fiero del mio armadio, gonfiavo i pettorali.

Presi a scrutarlo.

Al primo movimento, mi ressero in due.

Chi un braccio, chi l’altro, mi tenevano ai lati.

Ma io non vacillavo.

La fierezza del mio sguardo

mise in fuga quel bastardo.

Non bastavano alleanze,

troppo gravi le mancanze.

Ma il destino era segnato.

Si fece avanti il torvo corvo,

muso scuro, occhi chiari,

pugno duro, sguardo intenso,

tutt’intorno un gran consenso.

Ma la resa, mai e poi mai!

Sguardo fisso, testa alta,

uno sputo ritto in fronte:

lo beccai proprio nel mezzo.

Lui divenne inviperito,

mi tirò una cannonata:

naso rotto, piedi fermi,

presi tutto, senza schermi.

Poi un calcio, giusto sotto.

Io grondavo già nel volto,

ma non era che l’inizio:

d’un pestaggio scalmanato,

d’un linciaggio indemoniato.

Colpi e scosse, senza sosta,

con percosse a bella posta.

Argenta piangeva, fremeva,

trepidava e poi chiedeva

e clemenza e comprensione

e attenzione e compassione,

e pietà per il suo padrone.

Non poteva farne a meno,

s’era rotto ogni suo freno.

La notarono i teppisti,

le cavarono i fanali,

non più accesi, sguardi tristi.

Capovolta e ribaltata,

poi smontata e rimontata.

Tumefatto dal dolore,

io intanto m’arrendevo.

Troppo peso, anche per me.

Già finita? Neanche a dirlo!

Giunse Adone mascherato,

forte e bello, un pio monello.

«Non lo dire ai genitori,

altrimenti siamo fritti:

se si parlano è finita,

dona un pegno salvavita…».

Non credevo a quel che udivo,

lemmi al vento, senza senso:

quella esangue nuvoletta

offuscava il temporale?

Lo falciai con uno sguardo,

il mio ghigno era beffardo;

non potevo farci niente,

ero troppo irriverente.

“Sotto a chi tocca, tornate indietro,

bella gentaglia, pupazzi di vetro!”.

Una volta che fui solo,

mi girai e presi il volo:

era Argenta il mio pensiero,

quello serio, quello vero.

La trovai scompaginata,

contraffatta e costernata.

Non potevo sistemarla,

ammaccato e sofferente.

Lei non mi chiedeva niente:

quando soffri, l’occhio parla.

Me la misi sulla spalla

e correndo a perdifiato

la protessi fino a casa,

senza soste: ero un dannato.

Papà mio comprese e chiese:

“Sei distrutto: che è successo?

Dimmi tutto: proprio adesso!”

“Niente, niente, come vedi,

è tutto a posto, sono in piedi:

solo che siamo caduti,

forse è bene che ci aiuti.

Ma avevo lei, che mi ha salvato:

le devo la vita, da miracolato…”.

 

Argenta tornò a brillare, come e più di prima, mentre io dopo quell’orrendo episodio passavo di fronte ai bulli a testa alta, rispettato da tutti. Né sentii più articolare il soprannome, in presenza o in assenza. La vita mi avrebbe condotto altrove, tra studio, lavoro e famiglia. Anni dopo avrei sondato il terreno, ma lo pseudonimo era sparito. Solo io me lo porterò sempre appresso, finché vivrò. Le ferite restano, anche quando non sono più aperte. Corpo e psiche sono un’unica realtà.

La mia amata bicicletta mi fece capire che anche gli oggetti hanno un’anima. Siamo noi che gliela infondiamo. Entrano a far parte della nostra esistenza. Argenta non era un semplice veicolo, bensì il mio alter ego, capace di restituirmi con… trasporto tutta l’energia che le trasmettevo!

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