Una gita con P
Io sono quello che guarda, quello che aspetta. In un punto della vita in cui tutto si decide. È lei è davanti a me. Lei ha un nome, si chiama P. Non posso sopportare che mi stia dietro. Non posso sopportare di non poterla vedere. Io sono quello che guarda la donna che dirige i miei passi e il mio sguardo. Cammina veloce nel paesaggio irreale che ci circonda, in quella pianura di neve fresca punteggiata da arbusti e querce e circondata da basse colline. Con la luna piena già alta e il tramonto che è un’iridescenza stratificata di vari colori tra il giallo e l’arancione. E il sole, una capoccia di spillo che cade in picchiata a ovest dove il nostro sguardo si riempie di nuova vita consapevoli del pianoro alto dove siamo caduti. Siamo due piccoli punti che in movimento con la sua giacca a vento quasi fosforescente che si confonde con la luna e con la neve. È una natura perfetta e bellissima ma, inutile dirlo, vedo solo lei. Potremo essere in un altro posto, il peggiore che si possa immaginare, al limite anche una via trafficata di una grande città, una via sporca, rumorosa, con zombie umani che camminano di fretta e macchine che li scansano a fatica. Con rifiuti vari sparsi negli angoli più remoti tra un incrocio di strade e marciapiedi e non solo quelli. Con orde di cani inselvatichiti che si muovono in mezzo a strane costruzioni di stracci e cartoni cercando cibo e calore umano, che fiutano i loro padroni sotto quei rifugi provvisori.
Stazione Tiburtina, Roma, Italia. Così vicino eppure così lontano. Potremo essere lì e in qualsiasi altro posto della terra. Circondati dai gabbiani in una discarica e sentirne appena l’odore e trovare forse anche lì una qualche forma di bellezza. Io la troverei subito! E avrebbe il suo nome. P.
Che mi guarderebbe e con un sorriso smagliante, aperto e bellissimo e alla fine in una esclamazione non più trattenuta direbbe… ma Antonio dove siamo finiti… certo che questi gabbiani… e poi ancora noterebbe qualcosa… tra i rifiuti … una vecchia bambola di pezza, qualcosa. Potrebbe ancora dire … e non è neanche sporca… Avrebbe trovato anche lì qualcosa di bello, di necessario tanto da giustificare la sua presenza. Tanto basta. Necessaria e sufficiente. E anche lei a modo suo dimenticherebbe tutto il resto. Da sola. Senza nessuno. Mentre cammino mi chiedo tutto questo con le ovvie considerazioni. Che differenza farebbe per lei? Che ci sia anch’io. Io che non sono niente. P si ferma mi guarda appena e d’improvviso cadiamo nella realtà. Precipitiamo. Il resto del mondo fuori di me, senza lei, sarebbe solo un inutile contorno. Ma forse esagero. Il posto è veramente bello. È lei che me lo fa notare. Si ferma, mi prende la mano e dice guarda. Io eseguo in silenzio. In questi momenti non la desidero ancora. Per poco. Solo pochi attimi di respiro. Vivo la pura contemplazione. Sono solo una sua emanazione. Di P che forse fa solo finta. Che crede di salvarmi con tanta bellezza. Che crede di cancellare il desiderio e il dolore. Che crede che la vista alla fine possa sostituire tutto il resto. Io. Io che cerco di dire qualcosa, ma l’unica cosa che mi viene in mente è sempre quella… l’unica cosa bella per me sei solo tu… come la canzone. Ma non lo dico. Brevi gesti per lei. Vorrei solo dirle quanto la amo. Di come è solo lei neve e cielo. Lei che risplende di polvere di luna e della neve lattiginosa. E guardare l’enorme astro che ci soverchia e poi lei. Senza parlare. Ma resto in silenzio. E la seguo quasi attaccato cogliendo a fatica gli inutili contorni dei prati. Il resto del mondo potrebbe svanire in questo solo istante, in questo esserci e non esserci in un mondo da fiaba la cui bellezza è vinta per sempre dal suo essere. Che mi parla. Che si avvicina a me. Che quasi mi tocca la mano. Poi una spalla.
In quell’essere vivo che ancora una volta ha scelto di camminarmi vicino.
“Respira” mi dice. Si gira appena, non reggo neanche il suo sguardo e abbasso gli occhi a terra.
“Cosa c’è passero?” Non rispondo. Ha usato ancora una volta il nomignolo affettuoso con cui da un po’ di tempo ha cominciato a chiamarmi. Lei si ferma, mi prende la mano. Il contatto vivo che ogni volta mi brucia la pelle. Comincio a essere stufo. Mi rendo definitivamente conto che lei sposta sempre l’attenzione sul mondo esterno, non contempla neanche l’esistenza di NOI. E il contatto è troppo intenso. Ma non mi basta. Quindi cado definitivamente rovinosamente sulla terra. Materiale duro e doloroso. Sono pietra e sentimenti e rabbia e desiderio. E carne che urla la voglia di lei. Piango e non piango. Dolore. Stringo i denti come cerco di fare sempre in questi casi. Ma non posso sapere per quanto può durare. Per quanti minuti. Si la desidero con tutto me stesso per quel misero essere che sono, per quel corpo sovradimensionato che mi porto dietro, per quella faccia strana. Per le mie parti basse anch’esse sproporzionate. Ma sono uno. Non distinguo niente, non separo niente. Amore, guardare, parlare, mano, seguire, baciare, genitali, braccia, passi, neve, sole, luna, collina, erba, lei, io, giacca a vento, querce, case diroccate. È tutto uguale. E ogni volta e così. Lo so fra poco mi bacerà. Avrà bisogno di questo contatto per unirsi a tutto il resto del creato e giustificare ancora una volta l’affetto che dice di provare per me. Forse mi bacerà con forza, con irruenza, mi scaverà dentro la bocca un solco profondo. Mi dirà che le piace il sapore della mia bocca. Ma io ho bisogno di mettere in moto tutto il mio corpo. Tutto con il massimo contatto. È riduttivo se dicessi solo che vorrei fare l’amore. Direbbe ben poco di come la sento. Poi alla fine esausta per i troppi baci e stanca della passeggiata mi dirà di tornare a casa. Lo so. P avverte ogni mio pensiero, per lei sono e sarò sempre un libro aperto.
“Passero che cosa c’è” mi chiede. Non riesco a rispondere, non riesco a parlare. Ho solo voglia di piangere. Di sciogliermi in un fiume di lacrime calde. Mi trattengo non respiro. Sono un vuoto spinto di dolore.
“Allora che fai non rispondi? …all’improvviso sembri un altro”.
“Non sono mai stato così tanto me stesso, come ora”.
Lei banalizza come sempre, come fanno sempre le persone che non ti vogliono. Come ha cominciato a fare dall’inizio di questa non storia, più di un anno fa. Le sue parole sono ferro fuso che mi scorre nelle vene. E allora piango irrefrenabilmente, scompostamente che quasi non la vorrei vedere più. Che ci fosse uno strapiombo. Alto. Solo per me. E non sapere più niente. Svanire nel nulla. Che il mio corpo non fosse più ritrovato. Che non fossi mai esistito. E dimenticare tutto e finirla per sempre. Mi bacia tra lacrime e saliva, mi prende la testa tra le mani. Mi dice di guardarla. Faccio fatica per il tanto amore e odio fusi assieme.
“Passero non fare così ti prego” … ed è un impatto umido tra gli occhi e la bocca. Mi passa la lingua nell’incavo degli occhi che trasudano lacrime acide. E mi bacia con forza. Che quasi mi costringe ad aprire la bocca. Che mi costringe a risponderle. A non serrare le labbra. A sciogliere per lei i muscoli tesi. Saliva e lacrime assieme in un’unica ricerca veloce ma inutile. Piango sempre di più. Mi abbraccia mi bacia. Sono solo un essere disperato. Non sono un uomo. Per lei non lo sarò mai. L’avverto, lo capisco ed è per questo che piango più forte. La stringo più forte. Lei mi dice che le faccio male. La sua voce! Sempre più calda. La voce che da più di un anno mi ha fatto innamorare di lei. Non parlare ti prego. Il suo corpo così vicino eppure così distante. Ma non posso farne a meno. Passo una mano dolorosa, lenta all’interno della sua giacca a vento. Le strofino con forza un seno chiuso nel suo leggero maglione a girocollo. Si è proprio un incubo riuscito. Lei non dice niente. Mi toglie semplicemente la mano e la riporta sul suo viso.
“Dai passero” dice… “siamo qui solo per una passeggiata”. Questo è quello che dice. Una stupida passeggiata! Piango lacrime infernali sul pallido solco della sua guancia. La sua guancia di polvere di luna. E continua a chiamarmi passero! Il dolore tracima, inaspettato anche a me. Piango troppo. Se solo potessi mi ucciderei mille volte. Sono un filo d’erba, magro per tutto il cibo che rifiuto da mesi. Forse anche le ossa sono diventate leggere come quelle degli uccelli. Forse è per questo che ha cominciato a chiamarmi Passero. Cerco di controllarmi, di guardarmi intorno. Ma sono troppe le volte che l’ho già fatto.
Le stringo forte la mano, cerco di farle sentire con piccole strette tutto quello che provo in quel minimo contatto che per me è l’unica cosa che esiste.
“Vuoi che ti sciolga la neve, il ghiaccio, che trasformi questa pianura in un lago caldo di lacrime salate? E questo che vuoi?”
“E allora dimmi cosa vuoi?”
“Che domanda … voglio te!” Rispondo con un filo di voce strozzato dalla rabbia.
“Ma io sono qui!”
Allora penso sempre la stessa cosa. Mi ha fatto vedere le rocce più belle, le calette più isolate in prossimità del mare piatto come un acquario. P mi ha portato nel paradiso del nostro amore. Ma quando siamo scesi verso l’acqua, non c’era niente. Un enorme telo azzurro steso su una piscina infinita di cemento. Chiunque vedendoci penserebbe che siamo due innamorati paghi di noi stessi, della nostra solitudine, della bellezza di questi momenti vissuti assieme, ma non è così. Siamo solo due isole perse in noi stessi. Non saremo mai una coppia normale. Un essere disperato e la stupenda donna che cammina al suo fianco. La porto dentro di me. Ha occupato ogni spazio di quello che sono, è entrata così tanto dentro di me che sono ridiventato me stesso. Mi sono ripreso tutta la disperazione di sempre. Il dolore duro che mi porto dentro e che nella solitudine assoluta sembrava perdere forza. Ora è qui. Di nuovo. Vivo. Sempre più intenso. Nel suo inequivocabile rifiuto. E nei suoi baci che, nello stesso tempo, non posso rifiutare. Che mi costringono ogni volta alla stessa tortura.
Ma si è fatto tardi. Come sempre il tempo è andato. Ci accorgiamo che si è fatto quasi buio. Che abbiamo camminato troppo. Che non sappiamo bene dove ci troviamo. Che la luna basta appena a illuminare la piana dei prati alti. Poi la prima discesa verso i prati bassi. Un sentiero scosceso e ripido incuneato tra rocce e arbusti e alberi di cerro. Siamo a quasi ottocento metri di altezza e fa veramente freddo. La realtà cala su di noi come un macigno. Fra un po’ saremo soli nella notte. Il mio dolore si è quasi sciolto nella stretta fatale dei suoi tentacoli così robusti, così caldi e dolorosi. Quasi mi calmo. Comincio a pensare al ritorno. Sento che ha freddo ma non dice niente. Mi accorgo di lei. Della sua ansia inaspettata. Sono quasi le sette di sera ed è buio. Sua madre è sola in casa. L’aspetta con fiducia, come ogni sera. Io sono solo. Non ho problemi di niente. Libero nella disperazione. Come tutta la mia vita. Mi asciugo le ultime lacrime. Ci abbracciamo stretti, cerco di scaldarla nell’abbraccio e questa volta sono io che dico andiamo.
Il primo tratto del percorso è facile illuminati come siamo dalla luna. Camminiamo veloci, cercando di non scivolare. Le nostre scarpe sono bagnate. Indosso una vecchia giacca di pelle nera e sotto come sempre, incurante del termometro, una semplice camicia che mi toglierei subito se servisse a riscaldarla nell’unico modo che desidero. Lei ha brividi di freddo. Io tremo per la tensione di desiderio accumulato e mai risolto. Le nostre mani sono strette ma non possiamo camminare in parallelo. Dobbiamo camminare in fila indiana, uno sui passi dell’altro per non sbagliare. Per non finire in una pozza fradicia con l’erba alta sotto la neve. Adesso sono io quello che guida e tutti i miei sensi sono concentrati su di lei e sui nostri passi. Arriviamo finalmente al limite della boscaglia dove comincia la parte più ripida. Ma evidentemente non abbiamo seguito la stessa strada dell’andata perché davanti a noi non c’è traccia del sentierino. Sarebbe del tutto impossibile addentrarci tra i rami dove il buio è quasi totale. Non ci dobbiamo far prendere dal panico. Sembra tutto molto più faticoso adesso che andiamo di fretta. Infinitamente lenti. Mi abbraccia veloce, alza la testa alla sua sinistra e mi dice “di qui”. Abituato a farmi guidare da lei e a dimenticare il resto dell’universo, perdo regolarmente il senso dell’orientamento. Vorrei dirle con certezza. “No siamo passati a destra” ma sono troppo confuso. La seguo di nuovo come all’inizio. Avverto solo qualcosa che non quadra. Possibile che non abbiamo neanche un punto di riferimento? Ma i prati alti sono molto estesi. E adesso sono una distesa di neve che appiattisce tutto.
“La casetta!” mi dice.
“Non ricordi la casetta? Quella circondata da abeti che quasi non si vedeva, e che era alla nostra destra quando siamo saliti?”
“Si” le rispondo.
“Guarda bene cerca di ritrovarla da qualche parte”.
Sembra facile. Ma solo la piana è illuminata. I contorni invece sono persi nel buio. Ma alla fine la trovo. Non è molto lontana da noi, ma è alla nostra sinistra, molto più in alto rispetto a dove siamo. Nella fretta siamo scesi troppo. Saliamo veloci. Ci siamo. Non è stato difficile. Ritroviamo alla fine il sentiero nel bosco. Ma non si vede più niente. Avessimo almeno una pila, qualsiasi cosa. Ho giusto l’accendino e l’idea geniale che alla fine scaturisce dalla mente disperata. Anch’io sono in grado di fare qualcosa. Finalmente! Non ne posso più di questo squallido pomeriggio. Ho voglia di … non lo so ho voglio che finisca tutto. Non voglio più vederla! Che lei se ne torni a casa. In quello squallido condominio popolare, dove ratti giganti attraversano di notte il piazzale. E io a metterle una mano sul viso. Per evitare che lei li veda. Faccio lo stesso anche per i gatti spiaccicati sulla strada anche se di solito lei li vede prima di me. Sua madre non deve preoccuparsi. Imperativo categorico. Quella donna tanto simpatica e semplice e ospitale che ha generato il mostro di bellezza e intelligenza chiamata P. Ora la odio. Così non le dico più niente. Agisco. Mi sfilo la giacca, poi la camicia e infine anche la maglia di cotone leggero. Resto a torso nudo. Per un attimo. Faccio tutto velocemente. Mi sento trasformato. Mi sento un altro. Vado fuori. Una adrenalina impossibile. Veloce, pratico, leggero. Spezzo un ramo di cerro. Lo spazzolo delle foglie per tutte le maledette querce che non le perdono mai. Ho un po’ di paura d’incendiare il bosco nella fretta. Ci avvolgo intorno la maglietta che lego con un laccio delle scarpe da tennis. Il laccio è fradicio ma forse la maglietta brucia. Alla fine l’accendino. Lo prendo e subito la maglietta brucia con una fiammata alta. Raccolgo un po’ di neve da terra. La spargo sopra la maglia. Aspetto che la fiamma si sia calmata e abbasso la torcia. Le dico solo “Tienila un attimo” e mi rimetto la giacca. La camicia invece la lascio abbandonata. Scendiamo. Con la torcia che illumina davanti a noi ridiventati esseri primitivi e ancestrali. Non so fino a quando potrà bruciare. Qui per fortuna c’è meno neve. Per gli alberi. Dobbiamo fare in fretta le dico. Scendiamo a rotta di collo con io che da davanti illumino. Lei per un attimo scivola. Mi viene quasi addosso. La trattengo con fermezza. Le dico di appoggiarsi di starmi vicino ma lontano dalla fiamma. Lo so non è abituata per niente a perdere così il controllo della situazione. Di sicuro questa proprio non se l’aspettava. Ma scivola ancora. Questa volta mi è proprio addosso e io leggero come sono precipito addosso alla torcia. Mi brucio in un istante tutti i peli del petto e non solo. Mi ustiono appena. Cerco di salvare la torcia che ancora brucia. Lei dice qualcosa di incomprensibile. Niente dico, non è niente. Una curva, poi un’altra e la torcia si spegne ma adesso davanti a noi c’è un nuovo chiarore. Sono i prati bassi. Riesco pure a vedere il leggero riflesso di un finestrino. È la mia vecchia macchina che ci sta aspettando. Ci siamo è fatta. Lei mi abbraccia con forza e poi schizza via verso la strada. La vedo che quasi corre. Per la prima volta siamo separati. Mi tocco il petto. Una pelle flaccida proprio nell’incavo sopra lo sterno. Evidentemente la bruciatura è più profonda del previsto. Ma lei che fa? Praticamente mi ha abbandonato. Ha quasi raggiunto la macchina. Corri mi dico. Poi si ferma pensierosa, la vedo dall’alto. Mi chiama.
“Perché ti sei fermato?” Si è ricordata che la macchina è la mia. Le chiavi ce le ho io! Corro anch’io, la inseguo. Ho giusto il tempo di guardarle ancora il viso nel chiarore della luna. È bellissima! Stupenda. Amore, odio e ora è di nuovo amore. Quindi la desidero. Troppo. Mi avvicino a lei e cerco di baciarla. “Dai smettila” mi dice. “Comunque hai avuto proprio una buona idea” dice e mi schiocca un bacio leggero sulla guancia.
Il viaggio in macchina prosegue con le mani strette come nostra abitudine quando guido io. Così faccio tutto con una mano sola. Nel giro di poche decine di minuti siamo sotto casa sua.
E in tutto questo tempo non si è neanche accorta della mia bruciatura nell’incavo tra i capezzoli a circondare da sopra lo sterno. Non è niente ma comincia a bruciare sempre più forte. Brucia, accidenti se brucia! Stringo i denti e cerco di pavoneggiarmi un po’ per quello che ho fatto ma dico solo… “Beh hai visto questa volta sono stato bravo?”. La risposta che sento non la capisco per niente. Apparentemente sembra bellissima.
“Si certo l’ho sempre saputo quanto vali, TU SEI IL MIO UOMO”.
Questa ultima frase mi risuona all’infinito dentro le orecchie. Una cantilena. Poco prima di raggiungere l’incrocio che porta al suo piazzale e alla sua anonima abitazione prendo la sua mano e la metto sul petto.
“Ti sei bruciato!” esclama
“Solo un po’” facendo anch’io una volta tanto il macho.
Siamo sotto casa. Lei fa per scendere dalla macchina. Abito a trenta km di distanza e non credo di avere niente contro le bruciature. Lei scende.
“Ma come non mi fai salire?” le chiedo. Il mondo mi crolla di nuovo addosso quando mi risponde.
“Non vorrai che mia madre ti veda in quelle condizioni! Ci sentiamo”.
E scappa veloce dentro l’androne.
Oggi è tutta tua,
abbandonata tra i venti,
la terra
che un tempo,
era solo mia.
Godila ancora,
passeggia tra gli arbusti di mirto e ginepro,
addormentati cullata dal brusio delle onde,
indorati nella luce accecante del sole,
ascolta il suono dei bianchi gabbiani,
o del forte maestrale che scuote le colline
dei sughereti.
Annusa
i penetranti odori delle erbe selvatiche,
che fanno le radici sulla sabbia…
ascolta,
guarda…
perditi ancora
nella terra dei brulli orizzonti,
col suo mare smeraldo e le gigantesche lune…
ora puoi farlo:
è tutta tua
la terra
che un tempo era solo mia.
Ancora, ancora e ancora,
passeggerai
in quelle calde colline
di granito.
Ora puoi farlo!
Ma ricorda,
sarà solo un attimo,
un piccolo insignificante attimo
a riportare
la tua mente
alla mia triste fine.
Non più lune o tramonti abbaglianti,
né colline segnate dal vento,
né ferule e mirti
dai penetranti odori,
ma solo…
ancora, ancora e ancora,
il mio viso e il mio pianto
ti saranno compagni
in quel breve attimo.
Angelo macchiato di sangue,
mi rivivrai,
mi rivedrai
e tanto mi basta.
Ma stai tranquilla,
ora è tutta tua
la terra,
che un tempo,
era solo mia.
Questo racconto mi ha preso tantissimo. Leggo spesso su questo sito ma “Una gita con P” è uno di quei testi che ti si piantano dentro e non ti mollano più.
La scrittura è potentissima: passa dal paesaggio da cartolina al dolore più nudo senza mai essere finta. Il protagonista è un pugno in faccia, sincero fino al midollo, e P è quella figura che non capisci mai bene se ti sta salvando o distruggendo. La scena della torcia, la bruciatura sul petto, la poesia finale… roba che ti lascia senza fiato.
Tra tutti quelli che ho letto qui, questo mi ha colpito di più. Perché non è solo una storia d’amore andata male: è un urlo, una passeggiata nella neve e nell’inferno personale di chi ama senza essere ricambiato. Davvero bellissimo. Leggetelo.