Diario di bordo verso l’isola di Utopia

La giornata inizia con un risveglio solerte ed immediato, di quelli col sole negli occhi perché hai lasciato la tapparella semi-aperta per lasciare entrare l’aria fresca della notte.
Il traghetto parte puntuale alle nove, non ammette ritardi per il traffico o per una nottata insonne. Svegliarsi con la luce fresca del primo mattino, ed uscire dal portone di casa col cinguettio degli uccellini che, ancora, domina sui rumori di una città non completamente attiva, la sensazione segreta di poter fare qualunque cosa qui, adesso; tutto questo dà al programma del giorno, profumo di vacanza e di felicità.
Per arrivare al traghetto, passo lungomare, il ponte Girevole, l’isola vecchia, il ponte di pietra; molti altri preferiscono passare il ponte Punta Penna, il panorama è diverso ma, l’eccitazione di imbarcarsi per l’isola di San Pietro, quell’eccitazione è, sempre, presente. Dal traghetto ho una prospettiva insolita di mar Piccolo con le sue barche di legno e il giardino delle cozze, le palme dell’isola vecchia, le case che si rincorrono fino ad esaurire l’ombra nei vicoli ed infine, sfumare nell’abbraccio con le mura del castello, che si affaccia imponente e sicuro sul canale verso mar Grande.
L’imbarcazione passa sotto il ponte in incognito, come un bambino che si nasconde sotto il tavolo ed apre la fantasia alla ricerca di nuovi mondi e nuove avventure senza preoccupazioni, bisogni o doveri, con l’unico scopo di giocare.
In pochi minuti siamo in mare aperto, via dagli orizzonti finiti della metropoli con le sue strade a senso unico come rotaie da cui non puoi deviare, i palazzi alti per rubarti un pezzo di cielo, i forni fumanti delle industrie per opprimere il respiro con piogge acide e polveri sottili.
Il mare è costellato di grandi navi mercantili, destinate alla raffineria di petrolio o, forse, all’industria siderurgica della città, e deturpano così, la genuinità di acque limpide, un tempo, frequentate dalle tartarughe Carretta-carretta.
Queste navi interrompono il flusso solitario della brezza marina che solleva le pagliette degli sprovveduti sul ponte scoperto di prua, ansiosi di arrivare e sbarcare all’arrembaggio di posti sconosciuti e misteriosi perché non pubblicizzati.
Dapprima, l’isola è una striscia scura che, interrompe l’omogeneità dell’orizzonte; poi l’immagine, in una giornata di sole, diventa, subito, magnificamente limpida: si vedono alberi, un oasi in un deserto assolato bagnato dal sale, un profumo di ombra al sapore di pino che, sconfigge la calura cementifera della città, senza appello per ricorsi inopportuni quanto sofisticati, l’unico responso valido è il sorriso dei bambini che, corrono sul pontile per prendere l’ombrellone più vicino alla riva.
Sono già quattro le estati che spendo così, in questo trionfo di colori e freschezza, al riparo da vacanze affollate, da gente poco gentile cui, il sole surriscalda troppo le macchine e, brucia il naso e le spalle.
Tutto questo mare è una benedizione che varia dal celeste verde della riva arriva fino al blu intenso, dove galleggiano le boe, scandendo, così, la diversa profondità della sabbia finissima che nasconde saporitissimi tesori come noci, coccioli o le rare cozze a pala, lunghe mezzo metro di cui è vietata la pesca.
Il privilegio è: passare dal mare alla carezza ombrosa, fra gli scricchiolii di pigne che, aprendosi al sole, lasciano cadere pinoli non, ancora, maturi.
Questo scenario è tipico delle vacanze da agenzia di viaggi, per venderti un pacchetto aereo con albergo incluso; qui c’è una meraviglia in più: ci sono uomini, capo-famiglia in pensione, che curano la spiaggia, le docce, le cabine, il campo da calcio. Sempre indaffarati, fra progetti e randelli, puliscono i gradini togliendo gli aghi di pino per rendere più spedita la corsa dei loro nipotini; fino a pranzo si dedicano alla cura dell’isola, per qualunque problema loro sono gli angeli custodi di san Pietro.
Quattro estati di sorrisi, alla ricerca della conchiglia più bella in madreperla con sfumature rosa senza buchi ed incrostazioni varie.
Ai bagnanti il compito di gestire sdraio ed ombrellone, da aprire e poi richiudere, una partecipazione che, ispira il desiderio di mantenere pulita la spiaggia e rispettare il respiro della pineta.
Nel frattempo, i bambini giocano sulla sabbia, poi di corsa in acqua ed, ancora, sabbia; i piccoli seguono i maggiori, fratelli, o meno che siano, tutti tranne uno, che corre indipendentemente dal vento, dalle vesti o dai passanti, lui corre sul bagnasciuga, felice di salutare il mare, senza limiti alla sua esuberanza, se cade si rialza, senza lacrime né pretese di trovare strada liscia, la sua corsa è una pura festa di energia viva.
Giuseppe canta, anche, mentre corre, mentre in acqua, saluta le navi lontane perché il suo papà potrebbe essere lì, ma bando a melanconie, niente sdolcinerie perché: se, papà è sulla nave, è solo per lavoro.
Gli occhi brillano come i riflessi del sole sul mare, un luccichio giocoso che salta di corrente in corrente, per rimanere, sempre, limpido e fresco.
Sai, Giuseppe, ero piccola anch’io, quando andavo a mare e percepivo fosse un orizzonte senza fine. Facevo finta di essere la regina del vento, di correre e scivolare, sulla superficie del mare, potevo increspare quella superficie, fino alla bufera di una tromba d’aria e fermare tutto, improvvisamente, così, per incanto. Potevo anche volare per vedere lontano, se passasse un delfino ed, immergermi in picchiata nelle profonde acque dello Ionio alla ricerca di vecchie navi cariche di tesori e storie da raccontare. Certo un pò di tempo lo sprecavo a preparare succulente pietanze di sabbia e pietrine, quando era vietato entrare in acqua rischiando una congestione, altrimenti, avevo il mio scoglio, appena sommerso, dal quale potevo fare i tuffi e vigilare sul mio regno di onde e fantasia. Andavo anche, a pesca di conchiglie e cauri, fino a pescare col retino, qualche pesciolino che, portavo al nonno orgogliosa di sfamarlo, dimostrando di poterlo nutrire e prendermi cura del mio maggiore. La sicurezza di essere nel posto giusto, respirare questa libertà su e giù dalla riva, dai giochi, dai sogni, e chi ci ferma più?
Se arriva una nuvola, andiamo in cabina o al bar, così, ci facciamo una partita a flipper, magari non ci arrivi ma, basta salire su una sedia e, diventiamo campioni; ti ricordi i flipper con la pallina d’acciaio e sei possibilità, la musichetta metallica e il display che si illumina ad ogni punto conquistato?
L’abbronzatura è un problema da donnicciole che si tappano il naso per fare una cattura, il vero problema è trattenere il fiato sott’acqua, abbastanza da arrivare primi al traguardo, magari sei, ancora, piccolo per queste gare ma, si vede che sei un autentico combattente.
“Bagnati la testa che il sole picchia”
Evidentemente non sa con chi ha a che fare! Ho visto delle alghe più avanti, bisognerà controllare se ci sono meduse, e che intenzioni hanno, c’è alta marea, perciò poche pietre, puoi riprendere la tua corsa.
Fermo, guarda lì, che formica grande, chissà se, mettendola in acqua, nuota… è già ora di pranzo, vedi che vanno via tutti, uffa, adesso toccherà a noi andare in pineta a mangiare e poi, lontano dall’acqua, per un’ora buona.
Vai, io preferisco gli alberi vicini al mare, di qui si domina tutta la spiaggia fino alla linea blu dove, una volta, è passato uno squalo verdesca, lungo forse sei forse otto metri attirato, dicono i grandi, dal rumore dell’isola; con gli altoparlanti i bagnini avvisano di non fare il bagno, di tenere i bambini lontano dall’acqua che arriva la guardia costiera ad attirare e portare via l’ospite.
Giuseppe non lo sa di quello squalo, comunque, per ora, nuota dove tocca col piedino; non gli dirò niente per evitare inutili paure, non è zona di squali questa; in tanti si allontanano dalla riva per pescare, inoltre c’è chi vigila ed avverte dei pericoli.
Il sole delle prime ore del pomeriggio rende luminoso il silenzioso sonno dei più piccoli cullati dallo sguardo affettuoso delle mamme e di tutti i bagnanti.
No, Giuseppe non dorme, bisogna esplorare il territorio fino alle guardiole dei marinai dove è vietato l’accesso. I marinai devono rispettare gli ordini, l’isola è un centro di ascolto radio, con antenne e segreti proibiti, nessuna eccezione, nemmeno per l’intrepido Giuseppe!
Ma, ci sono i sott’ufficiali in pensione che per distrarre l’ardimentoso gli propongono un giro sul trattore con Mattia, Simone, e qualche altro piccolo marinaio munito di cappellino per anticipare l’attacco del sole.
Lungo il sentiero qualcuno raccoglie la rucola selvatica per l’insalata sottovalutando i pericoli di questo campo di battaglia dove la seconda guerra mondiale ha lasciato le bombe che ogni tanto riaffiorano perché l’isola è l’avamposto naturale della città, potrebbero esserci serpi, le piccole vipere indigene. I militari sorridono nella veste di gentil uomini e cavalieri di mare pronti ad ogni emergenza col gommone super-veloce.
Ai miei tempi c’era un bagnino magro, coi baffi, cattivissimo, pronto a fischiare se la palla volteggiava troppo disinvoltamente sulla testa di qualche bagnante irascibile; ma era un’altra spiaggia con sabbia più grossa e scura, lo stesso silenzio pomeridiano per far riposare il mare dopo l’affollamento e il traffico della mattina, così la sabbia torna a posarsi sul fondo e l’acqua torna cristallina, anche a, riva.
Ora, cerco di respirarlo tutto questo iodio, prima che cambi, perché, caro piccolo amico, cambia, non me ne preoccupavo allora, ma avevo tempo, come te, per vincere.

 

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