Tu, io, Brett e Jake

Una lunga interminabile attesa, in un pomeriggio come tanti nel paese dei… balocchi.

—— 

Guardai l’orologio per la centesima volta, il ritardo era aumentato di un minuto. Insopportabile. Basta! Giro le chiavi, un’accelerata nervosa, la ghiaia salta da tutte le parti, faccio il giro dello spiazzo e parcheggio esattamente nello stesso punto. Un pugno sul volante, un’imprecazione irripetibile. L’orologio segna le 18.32, ero lì da un’ora e trentadue minuti esatti.
Aspettare era irritante, aspettare con il timore di essere riconosciuto da qualcuno (ma questa è un’altra storia, forse ci scriverò un racconto) mi creava uno stato di ansia incontrollabile.
La pattuglia dei vigili stava facendo il terzo giro, mi hanno notato; un cenno, “c’è qualcosa che non va?”, il mio sorriso idiota, “no grazie ……… sto aspettando una persona”. Era vero, era credibile, era normale, allora perché balbettavo.
Altri cinque minuti e me ne vado. Nel cervello mi rimbombano le sue parole “vado ad aggiustarmi i capelli, mi libero in fretta e poi ci vediamo verso le cinque, hai problemi?”, e riattaccò.
Avevo ascoltato la mia voce dire OK. Adesso dovevo solamente spostare un paio di impegni, spiegare perché non sarei stato presente alla cena di compleanno di Francesca, incassare una figura di merda, visto che ero stato io ad organizzarla, rientrare da Bologna, naturalmente abbandonando la riunione prima del tempo, possibilmente senza dare nell’occhio, trovare il tempo di fare una doccia.
Riascoltai la mia voce per essere certo di aver detto di si e mi misi all’opera per riorganizzare la giornata.
I miei collaboratori non poterono che acconsentire, la mia segretaria non riuscì a tenere a freno la lingua e si guadagnò un rimprovero che mi costò tre giorni di muso; rischiando di infilare tutti i velox (pratica in cui ero maestro) recuperai anche il tempo per rinfrescarmi.
Adesso il cervello mi suggeriva pensieri crudeli. Avevo quasi paura della reazione che avrei avuto al suo apparire, perché prima o poi sarebbe apparsa, ne ero certo.
Tentai di concentrarmi su ciò che avevo intorno, un parcheggio squallido, una strada percorsa solo da anziani (i vigili erano stati una divagazione al tema), il falegname che ogni tanto uscendo dalla sua bottega mi lanciava qualche occhiata piena di comprensione.
A dire il vero era una magnifica giornata d’autunno, il caldo quasi estivo, i colori talmente belli da non poter essere descritti, ancora non lo sapevo, ma quelle sensazioni non le avrei più scordate.
Un’auto svolta, l’ansia cresce, non è lei.
Le 18.45 di una giornata particolare, ma anche questo l’avrei scoperto molto tempo dopo.
Ormai è chiaro, non verrà più. Sarebbe la prima volta. Chissà cos’è successo? Cosa faccio?
Una persona normale non avrebbe dubbi.
Ripenso al primo appuntamento, trentacinque minuti di ritardo e decido di attendere ancora.
Uno, due, tre, quattro, ottantuno, centodieci, ad un uomo cade il cappello, impreca, appoggia la bicicletta e si china a raccoglierlo. Rifilo un calcio ad un sasso. Una volta riuscivo a concentrarmi e contare fino a mille, poi controllare l’orologio e confrontare la capacità di scandire i secondi. Non avevo quarantatré anni, a dir il vero era un giochino stupido e non mi sentivo così stronzo.
Chissà perché mi tornarono in mente i personaggi di un famoso romanzo di Ernest Hemingway: Brett e Jake, le contraddizioni di sentimenti forti, contrapposti, vissuti con disperazione. Rivedevo immagini mai viste di una Spagna di altri tempi, mi immedesimavo nella pesca alla trota, potevo distinguere i pesci schizzare dall’acqua bianca ai piedi di una chiusa nella cascata. Sentivo il mal di testa e il cattivo sapore della bocca dopo quelle interminabili bevute. Percepivo la disperazione di Jake per non poterla avere. Percepivo con sofferenza l’attesa di qualcosa di tragico a cui non riuscivo ad abituarmi; il giorno in cui l’avrei perduta. La rabbia, ancora intatta, mi faceva materializzare quelle emozioni, mi faceva vivere in parallelo con sofferenze mai provate, le sentivo mie, le stavo provando. Stavo male.
Il vento del tramonto mi dava un senso di sollievo, i colori erano ancora più belli, ero seduto con il motore spento, ma sentivo la stanchezza di un viaggio troppo lungo, quel libro l’avevo letto anni fa, in una fase della mia vita molto diversa, e non mi aveva procurato particolari emozioni.
Era sorprendente come a distanza di tanto tempo ricordavo con nitidezza particolari e situazioni. Avrei litigato volentieri con l’autore.
Tentavo di rientrare in una realtà che sembrava volermi sfuggire, facevo ricorso alla rabbia, fissavo l’orologio senza vedere l’ora. Da qualsiasi parte guardassi la vita che mi scorreva intorno, sembrava procedere su binari sconosciuti.

Niente era al suo posto, ma tutto quadrava in modo perfetto.
Provavo sentimenti forti, la solitudine che era stata una compagna fedele e discreta, non faceva più parte della mia vita. Perché Jake e Brett, perché Hemingway? Perché oggi?
Il tempo si era fermato, sentivo forte il bisogno di fumare, cercai le sigarette, avevo smesso da quasi due anni. Chiusi gli occhi. 
Non mi accorsi dell’auto che si fermava al mio fianco, non mi mossi neanche quando percepii una portiera sbattere.
Ciao. Dio avevo il terrore di non trovarti più. Scusa il ritardo ma non …………. Sobbalzai. Un secchio di acqua gelata non avrebbe avuto lo stesso effetto. Chi è questa? Da dove sbuca? Una specie di parrucca rossa aveva sostituito i suoi capelli biondi. Come sto? Ma chi aveva concepito quello scempio? Ma sei pazza? Mi hai fatto aspettare due ore e più per …… Magari hai anche pagato per questo capolavoro.
Questi pensieri accentuavano la mia paralisi, non mi usciva una sillaba, volevo muovermi ma restavo immobile. Mi assaliva il dubbio di essere ancora dentro la storia. Ma non era Brett, così come io non ero Jake.
E allora? Non dici niente?  Mi fissava ………… Non mi dai nemmeno un bacio?
Non preoccuparti, sono arrivato tardi anch’io,
riuscii a dire, e i capelli ti stanno benissimo, sei diversa ma, lunga pausa, stai molto bene.
Quanto tempo abbiamo? Pochi minuti.
Meglio di niente, la strinsi forte e mi accorsi di essere felice.

 

3 Commenti per “Tu, io, Brett e Jake

  1. Mi é piaciuto. Scritto bene, come sai fare tu, e il finale poi… , é tipico delle donne cambiare, ringrazia il cielo che codesta ha cambiato solo i capelli….Ciao. Sandra

  2. Bello questo racconto, si legge bene e i fatti funzionano senza bisogno di infiochettamenti o spiegazioni. Molto bello il ricordo del romanzo letto anni prima, sopratutto quando dici che avresti discusso volentieri con Hemingway. Il finale sorprende, perchè viene da aspettarsi qualcosa di imprevedibile ed inquietante e invece ti sei mantenuto sul reale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *