Demoni in terapia

Dovrei portare questi miei demoni in terapia, convincerli che si può vivere benissimo senza anelare piaceri e rifuggire dolori. Ma io mi ci sto affezionando. In fondo, quando mi si agitano nel cervello, non lo fanno che per il mio bene; per quello che, dal loro punto di vista, è il mio bene.
Per quanto apprezzi le loro buone intenzioni, i loro modi mi hanno stufato. Per anni, alle loro apparizioni teatrali ho dato grandi soddisfazioni; il mio terrore era da manuale, stupito e ingenuo. Ormai, come in una coppia di vecchi amanti, è subentrata l’abitudine, la noia. I colpi di scena si sono esauriti e svelati, la finzione ha preso il posto degli orgasmi. Sì, il mio corpo reagisce con una memoria ormai solo sua all’istinto di fuga davanti alla paura, alla paura teorica di queste vecchie ombre dalle cortine consunte e sfilacciate.
Il mio corpo fa il suo lavoro, una macchina perfetta. Ma, ormai, superati i cinquanta, il mio cervello ha fatto un paio di calcoli: ad essere fortunata, molto fortunata, mi spetterebbero quindici/venti anni ancora buoni, buoni da viverli in attesa dell’inevitabile declino. Quindi, cari mostri, ormai state invecchiando con me, vi propongo una reciproca tregua, un reciproco rispetto. Che dite? Io vi lascio lì, tranquilli, senza spegnervi con qualche manicaretto da farmacista, e voi mi lasciate vivere serena questo paio di decenni ancora. Che poi, a finire non sarò solo io; e pigliatevela una vacanza! Questa ossessione che avete per me è malsana. Secondo me, a separarci, anche voi ne giovereste.
Allora, buona vita eh! Vecchi miei! Ci si vede più tardi, magari all’inferno. Lì potremmo anche cominciare un’amicizia sincera, chissà.
Nel luogo più naturale e consono per tutti noi.
Au revoir.

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