Felicità, speranza, pace e liberazione: il magistero degli autori latini

Cos’è la felicità? È speranza, pace, liberazione. Il verso da cui partirei in questa breve rassegna potrebbe senz’altro essere libertas, quae sera tamen respexit inertem (Verg., Ecl. 1, 27). Dopo aver presentato i due protagonisti, Titiro e Melibeo, il poeta mantovano introduce il concetto di libertas, che esprime al meglio ciò che tutti noi ci aspettiamo: poter vivere scevri da ogni condizionamento, a tutte le età. Si tratta, in sostanza, di una «libertà tardiva» (sera), volta a guardare retrospettivamente il suo destinatario, ormai passivo (inertem). Si avverte in ciò un retrogusto amaro, come di chi non riesca a reagire di fronte all’arduo cammino della vita. Eppure a partire da ciò è possibile ricavare molto altro, che aiuti a capire, a sentire, a prefigurare ciò che avverrà in futuro.

Ma procediamo con ordine. Il fine ultimo è la Pace, con iniziale maiuscola. Ciascuno di noi la desidera, nessuno vuole vivere nell’orrendo tumulto di una belligeranza attiva o passiva. Eppure la guerra persiste, ovunque, nonostante gli orrori che la Storia ci documenta. La Pace è anche foriera di felicità: ne è la premessa indispensabile. Speranza e liberazione procedono, a loro volta, di pari passo: la prima prelude alla seconda, che la concretizza. Si tratta, dunque, di quattro temi profondamente interconnessi, per cui ciascuno di essi merita un riferimento specifico, che ne evidenzi la centralità.

Passiamo alla speranza. Foscolo nei Sepolcri ebbe a definirla «Speme/ ultima dea» (vv. 16-17), avendo chiaramente davanti agli occhi il celebre mito esiodeo del vaso di Pandora e dell’uccellino verde che uscì dopo tutti i mali, ma la radice risale molto più in là nel tempo: in sanscrito, infatti, il radicale spa- indica la tensione attiva verso una meta, quindi suggerisce un’immagine dinamica, non una semplice attesa, passiva e acquiescente. Conviene qui ricordare un esametro ovidiano di straordinaria attualità, soprattutto tenendo conto di quanto siano importanti oggi i Gender studies. Si tratta di Metamorfosi IX, 749: spes est, quae capiat, spes est, quae pascit amorem («è la speranza che cattura l’amore, è la speranza che lo nutre»). Il mito è quello di Ifi, che doveva nascere maschio, altrimenti suo padre Ligdo ne avrebbe prescritto la morte. La madre, Teletusa, incinta, era disperata, ma fu rassicurata dalla dea Iside, che una notte le apparve e la esortò ad allevarla comunque. Quando nacque, fece credere che fosse un maschio, e secondo la mentalità del tempo crebbe con una bambina, Iante, che sarebbe divenuta sua sposa. L’amore tra le due sbocciò per davvero e il giorno prima delle nozze Teletusa riuscì a ottenere dalla dea Iside che Ifi divenisse un uomo, perché potesse sposare Iante. Il lieto fine vide quindi l’avverarsi della spes, non solo ultima dea, ma anche remedium decisivo per una dinamica altrimenti insolubile.

Continuiamo con la felicità. Felix indicava il rigoglio, in quanto il radicale fe- è lo stesso del greco the-ra, “animale selvatico”, latino fe-ra. Ma felix fu anche la culpa, il “peccato originale”, che nella lettura di Ambrogio e Agostino avrebbe avuto una valenza positiva, perché riscattato dal sacrificio di Gesù; che altrimenti non ci sarebbe stato, e neanche la Pasqua di Risurrezione. Nella civiltà romana non si può non ricordare il Sulla Felix, immortalato sulle monete, a celebrare un momento storico da ricordare non solo per le liste di proscrizione, ma per la tempra indomita di quel grande condottiero. Come autore, invece, il pensiero corre a Catullo, che in questa minisilloge non può mancare. Nel carme 100, in distici elegiaci, il pentametro conclusivo suona sis felix, Caeli, sis in amore potens («sii felice, o Celio, sii potente nell’amore»). Rispetto alla citazione ovidiana, ci sono due elementi perfettamente complanari: l’attenzione elettiva per il sentimento amoroso e la stessa anafora, lì, come si è visto, del termine chiave spes, qui invece del congiuntivo esortativo sis.

Siamo dunque giunti al termine cruciale di Pax, oggi così attuale. Qui mi limiterò, ancora una volta, ad un’unica citazione programmatica, desunta stavolta dal grande poeta Lucrezio, l’autore del De rerum natura. Proprio nell’inno a Venere, il grande elogio dedicato alla dea dell’amore nel proemio dell’opera, il vocabolo compare per ben tre volte, e in pochissimi versi, in una climax ascendente straordinariamente vorticosa. Lo dimostrano gli attributi che lo accompagnano, a dir poco eloquenti: nel primo caso tranquilla (v. 31), nel secondo placidam (v. 40) e nel terzo summa (v. 45). Dalla serenità si passa al consenso unanime, per approdare alla vetta apicale della potentia. Come si vede, si tratta di termini che si integrano vicendevolmente, sostenendo quella che passò alla storia come la Pax Augusta, ancora oggi evidente nell’Ara Pacis, un’immagine tanto agognata in uno Stato come quello romano, in cui le porte del tempio di Giano erano sempre aperte, e non chiuse, come invece era previsto che fosse nei periodi di pace.

Felicità, speranza, pace e liberazione: i quattro assiomi su cui ciascuno di noi tende istintivamente ad orientare il proprio vissuto, e che anche nell’antica Roma conobbero compiuta esplicazione.

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